Internazionale, i protagonisti della XVIII settimana MMXXII

I protagonisti della XVIII settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della XVIII settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo.

UP

ELVIRA NABIULLINA

Elvira Nabiullina

Se di lei dicono che è la donna che può avviare il golpe contro Vladimir Putin un motivo ci sarà. Ed i motivi in realtà sono più di uno. Il primo è quello che Elvira Nabiullina sia una con cui scherzare poco. Lo di capisce da come parla: a scatti, per cifre e con un punto ed una pausa ogni sei secondi netti. Lei, Elvira, parla come fanno i contabili o quelli che tengono a briglia l’argomento e non hanno bisogno di pettinare la criniera ai concetti.

E come far guarire l’economia russa? Rimuovendo fisicamente chi, in crogiolo di potere, l’ha messa in palta con una guerra. Un conflitto severissimo anche per Grande Madre Russia per cui 30 fra i Paesi più potenti del mondo hanno Mosca in tacca di mira e il resto la difende solo in gargarismo dialettico o all’Onu. Il che è la stessa cosa.

In buona sostanza la Nabiullina può suo malgrado mettere in moto la rivolta degli oligarchi con il solo input che li convincerebbe a ribellarsi: quello della crisi dei profitti.

Il dato è che ora i petali del cerchio magico di Vladimir stanno perdendo vagonate di soldi per via della guerra e delle sanzioni e il termometro della loro capacità di sopportazione è direttamente proporzionale al grado di erosione reale dei loro sconfinati patrimoni ed interessi personali. Ecco perché se Nabiullina sfodererà un’altra delle sue analisi sul Grande Paziente di Mosca la pazienza di chi a Mosca ci sguazza in finanza corsara da 20 anni potrebbe esaurirsi. E lei, che è economista ortodossa, non è tipa da falsare i dati, quello sguardo vispo lo dice chiaramente. Elvira non mente.

Zarina.

ANATOLY ANTONOV

Anatoly Antonov (Foto: U.S Army photo by Elizabeth Fraser / Arlington National Cemetery / released)

Probabilmente oggi è in assoluto l’uomo nella posizione più scomoda del pianeta e forse anche della Via Lattea: è russo, lavora negli Usa e di lavoro fa l’ambasciatore. Signore e signori “eccavvoiAnatoly Antonov, ovvero l’anello di congiunzione fra Vladmir Putin e Joe Biden e Scilla e Cariddi scansatevi che siete roba da best in show fra pechinesi da toeletta ormai.

Eppure, anche a contare la polveriera dove è seduto lui, Antonov, se la cava bene, a dimostrazione che forse le migliori risorse dei governi del mondo stanno proprio nei posti dove le sue parti arrivano a frizione e non dove ciascuna parte segue la sua rotta impunita. In queste ore e con una tenacia che gli fa merito l’ambasciatore è tornato ad esprimere un concetto semplice semplice: se in una rissa arriva l’amico di uno dei due che allunga un tirapugni quell’amico non è un paciere ma un fomentatore.

Ecco, caso mai non lo si fosse capito, l’amico col tirapugni sono gli Usa che qualche giorno fa a Kiev hanno portato non solo facce solidali, ma un impegno di spesa da 800 milioni di dollari per aiutare militarmente l’Ucraina. Ed Antonov lo ha detto allora e ripetuto adesso in salsa verista: “Così addio soluzione diplomatica, è una cifra enorme che non contribuisce a trovare una soluzione mediata, né a risolvere la situazione. Così Washington alza ancora di più la posta in gioco e aggrava una situazione che per come la vedo io è già grave”.

Il conflitto letale due volte
Foto: Dario Pignatelli © Imagoeconomica

Perché il dato è proprio questo, al di là delle partigianerie che nel conflitto di Mosca verso Kiev sono sacrosante, al di là degli atlantismi giusti o di quelli talebani e al di là dell’etica. Se si continua a tenere l’Ucraina a galleggiare in un sogno di vittoria l’Ucraina non è che vince, perde solo più lentamente. E mentre perde aumentano i morti e gli sconci ed aumentano in maniera esponenziale le occasioni per dare vernice mondiale ed atomica al conflitto.

Un conflitto che è letale due volte: per quello che già fa ora e per quello che potrebbe innescare domani. Gli Usa lo sanno ma gli Usa fanno il loro mestiere. E il talento degli Usa non è mai stato ricamo di fioretto, ma fendente di sciabola. Antonov lo sa e lo ha detto chiaro, lui è un diplomatico e parla la lingua di Mosca, ma ha detto cose che non pensano solo al Cremlino, le pensano anche a Berlino ed a Parigi. Le pensano quelli che iniziano a frenare prima del baratro.

Almeno ci provo.

DOWN

PUTIN-ZELENSKY

Volodymyr Zelenski

La guerra in Ucraina è cominciata il 24 febbraio. Nei due mesi e passa che ci portano ad oggi ed al mese dei papaveri cantati da De Andrè in una guerra qualunque in quel Paese aggredito sono nati più di 63mila bambini. Scrivere che hanno iniziato a vagire oltre 63mila piccole bocche fa un certo effetto di tenerezza limbica, una roba di magone da cui sono immuni solo gli orchi norreni.

Poi però uno pensa che di quei 63mila e passa vagiti 500 sono già stati annegati nel sangue e sta zitto. E’ sangue che ha raggiunto a volte prima l’asfalto che il cuore per la prima volta. Perché Save the Children questo ha detto, questo ed altro. Innanzitutto che sono nate decine di migliaia di “figli della guerra”, poi che fra quelli sopravvissuti ci sono orfani dalla nascita e bambini a rischio di gravissimi traumi psichici. Quello che quei piccoli stanno vivendo “potrebbe avere un impatto permanente sulla loro salute mentale”.

Perché? Prima i numeri generali: quei neonati che oggi hanno già più di due mesi, vanno a fare terribile massa critica con “i milioni di bambini esposti al maggior rischio di subire gravi danni fisici e traumi psicologici duraturi causati dalle violenze, dalle privazioni e dagli sfollamenti”. In Europa è in atto lo sfollamento di persone più grande, massivo e frenetico dai tempi della Seconda guerra mondiale. E più di tutti pagano loro, quelli che vagiscono o al più frignano.

Due terzi dei 7,5 milioni di bambini del Paese hanno dovuto abbandonare le loro case e più di 515 bambini sono già stati uccisi o feriti. Save the children spiega che le azioni belliche in escalation hanno significato “vedere 63 mila nuovi nati in situazioni difficili e che potrebbero avere ripercussioni permanenti sulle loro vite”. 

Gli innocenti più innocenti di tutti
Vladimir Putin

Ma quali sono queste situazioni difficili? Cosa c’è di più difficile che nascere sotto le bombe? Non riconoscere la madre, ad esempio, perché in un clima da esodo le cure parentali ed affettive, l’imprinting emozionale madre-figlio si riduce al lumicino e i piccoli spesso diventano immobili automi con il cuore che pulsa ma non batte per nessuno di quelli che vede intorno a sé.

E’ l’orrore, è la guerra, è quello che la guerra fa agli innocenti più innocenti di tutti. E’ quello che Putin dovrebbe tenere a mente domani, quando le sue truppe sfileranno impettite a dirgli che c’è un’altra vittoria da celebrare. Ed è quello che dovrebbe tenere a mente Zelensky ogni volta che rifiuta uno spiraglio di trattativa “a prescindere”.

Vittorie da celebrare o invocare e un’altra strage da dimenticare. Viene in mente Hemingway quando qualcuno lo sfidò a scrivere il romanzo più breve del mondo e lui, posando il bicchiere di rum sul bancone della Bodeguita, scrisse su un tovagliolo: “Vendesi scarpe da bambino, come nuove, mai indossate”.

Bambole rosse.

VOLODYMIR ZELENSKY

Volodymyr Zelenski

Stare dalla parte della ragione non significa affatto essere degli intoccabili, perché se c’è una cosa che la storia (forse) ci ha insegnato è che la Ragione Pura e Monolitica non esiste. Figuriamoci perciò se esiste in una faccenda come la guerra, dove ad un certo punto si smette di pensare a chi ha cominciato e si comincia a pensare anche a chi non vuole che finisca. E Volodymyr Zelensky a volte questa impressione di eroismo terminale la dà.

Intendiamoci, qui nessuno grida alla resa incondizionata nel nome di supreme ragioni umanitarie, siamo troppo vecchi per non sapere che sarebbe la cosa più giusta ma non è la cosa più utile.

Zelensky ha fatto tutto quel che andava fatto, ma ad un certo punto pare essersi perso. Da Mosca, che è infida ma non cretina, sono arrivate una serie di proposte, magari ambigue, lo ammettiamo, di provare a rimettere al centro bruscoli di trattative. Ma l’Ucraina di Zelensky pare non avere più occhi per le colombe, solo binocoli per i falchi.

Condannati a resistere

L’ultimo esempio? La proposta di un cessate il fuoco temporaneo per far evacuare i civili asserragliati nelle acciaierie Azovstal assieme agli irriducibili dell’Azov. Inutile menarsela, il nodo stava tutto o quasi tutto là: presa Mariupol non è che Putin si sarebbe fermato, ma avrebbe chiuso il cerchio sulla territorialità selettiva di ciò che la sua guerra criminale si vuole mangiare.

La proposta era semplice, in mood Crimea dove i russi hanno fatto esattamente la stessa cosa: prima far uscire i civili e poi, dato che chi era rimasto era per truce deduzione un nemico in armi, cancellare tutto il resto dalla faccia della terra. Eppure Zelensky ha detto di no, lo ha fatto perché non si fida delle truppe di Mosca arretrate di tre chilometri e potrebbe avere ragione.

Ma il dubbio che oltre a non fidarsi il presidente ucraino abbia avuto anche altri motivi resta. Nella Azovstal c’è una miscellanea di civili e trucidoni pronti al Martirio Supremo, una combo micidiale da cui conviene eliminare subito il fattore vulnerabile. Ma nella Azovtal ci sono anche istruttori Nato lituani e polacchi che hanno instradato gli ucraini all’uso dei Javelin. Tutto questo salvo poi organizzare una esfiltrazione autonoma sei giorni dopo ed annunciarla pure in pompa magna e proseguire nei giorni successivi a corridoi umanitari aperti ma con 16 feriti che nel frattempo erano diventati salme.

Pietro Micca era un’altra cosa

E c’è una vulgata non confermata ma plausibile per cui molti di quei civili sono stati stranamente “avventati” nello scegliere come rifugio l’unico posto dove la bandiera bianca non verrà mai issata. Credere che tutti gli ucraini siano dei Pietro Micca in pectore è una delle bugie più sfacciate di questa guerra: i temerari sono tantissimi, i normali di più.

E in giro, in questa maledetta faccenda, c’è una frangia Nato, quella che prende il the, mangia gli hamburger ed ha la foto di Walesa sul comodino, che preme per alzare i toni dello scontro, tutto questo con un Volodymyr Zelensky che pare non avere affatto un piano per trattare. Ma solo piani per concimare l’epos.

Bene ha fatto il direttore di Limes Lucio Caracciolo a dire già un po’ di tempo fa che “io ho capito più o meno cosa vuole la Russia ma non ho capito bene cosa vuole l’Ucraina”. Magari cosa voglia l’Ucraina è moderatamente chiaro, ma cosa voglia davvero Zelensky resta un piccolo mistero. O una grande verità che nessuno ha il coraggio di dire.

Molto leader, poco politico.

SERGEI LAVROV

Sergei Lavrov

La sua intervista in esclusiva ad un “morbido” Giuseppe Brindisi ha scatenato un putiferio. Putiferio che come al solito in Italia ha preso la via dell’indigrazione lirica invece che del raziocinio.

Da un lato ci si è messi ad ululare sulle sue cretinate in ordine alle origini ebree di Hitler e dall’altro a latrare contro Brindisi. L’intervistatore non è stato certo come Frost con Nixon, inutile menarla morbida, tuttavia è di fatto figura incasellabile oltre ogni ragionevole dubbio.

È uomo organico ad uno dei programmi di una delle reti italiane più pro-Russia dell’intero palinsesto mondiale, anche per ovvie questioni di antiche ‘colpe freudiane’ del suo editor.

Quindi, anche a fare la tara alle vere aberrazioni della faccenda, quelle della politica italiana che ha minacciato per giorni la terzietà della stampa, la colpa di Lavrov è stata un’altra. Lui era sempre stato per Putin un po’ come la valvolina per la moka Bialetti: meno estremo nel linguaggio ma egualmente duro negli intenti. Il sospetto è che il ministro degli Esteri di Mosca abbia volutamente vestito i panni del massimalista linguistico per recuperare punti nei confronti di un capo che ultimamente non lo vedeva abbastanza ‘spalmato’ sulla linea dura e folle del leader.

E che nel farlo abbia fatto la figura di un Filini aziendalista ma in salsa horror.

Fedele all linea.

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