Internazionale, i protagonisti della XX settimana MMXXII

I protagonisti della XX settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della XX settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo.

UP

MAIA SANDU

Maia Sandu

La presidente moldava ha un problema grosso ed una grossissima testa per risolverlo:  ad est dei Balcani ci sono sempre stati Paesi bipolari e divisi fra il richiamo di Ue e Nato e le sirene della Russia di Putin. E Chisinau non fa eccezione. Nel Paese è in atto un mezzo golpe bianco capitanano dal falco filo putiniano Igor Dodon, che da giorni sta aizzando su Telegram la popolazione contro il governo che aspira all’Ue e sogna la Stella Atlantica. 

A chi si rivolge Dodon? Alle solite minoranze russofone e russofile che in ogni Paese dell’Est vivono, prosperano ed a volte fanno molto di più che guardare con nostalgia verso Mosca. Quando lo fanno queste fette a volte grosse di popolazione diventano catalizzatore della “dottrina Medvedev”, quella con cui la Russia di Putin “interviene” ovunque ci siano russi o russofili che invocano una nuova Patria ad est e manda in vacca ogni sovranità territoriale. Presente Hitler coi Sudeti? Ecco, uguale. 

Ecco, Maia Sandu ha bene in chiaro la regola aurea che distingue gli aspiranti statisti dai governanti a cottimo: in geopolitica non esistono spazi vuoti perché c’è sempre qualcuno pronto a riempirli, e di solito è quel qualcuno che li ha precedentemente svuotati. Perciò ha sentito puzza di bruciato e dopo un paio di manifestazioni oceaniche che le hanno dato l’idea di quanti “golpisti potenziali” ci siano nel suo paese ha fatto due cose: ha lanciato l’allerta generale di sicurezza e si è messa immediatamente sotto cappello dell’Onu invitando il suo segretario generale Antonio Guterres. 

Il capolavoro di Maia
Maia Sandu

Si, ma quando mai l’Onu è stata capace di essere scudo contro le mire di un aggressore motivato? Tecnicamente mai, ma stavolta la Sandu ha giocato di fino: dell’Onu fa parte la Russia che fomenta il golpe da remoto e che alle Nazioni Unite fa un po’ il cacchio che vuole perché membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Però la Russia in questo momento non può intervenire all’Onu chiedendo neutralità di voto ai Paesi amici. Non può farlo perché significherebbe intestarsi una cosa che Mosca vuole far succedere senza  lasciare impronte digitali, come se fosse stata solo un sacrosanto sbrocco di popolo sovrano. 

Ecco perché la Sandu ha fatto un capolavoro: all’interno ha allertato polizia ed esercito ed all’esterno ha legato le mani a Putin giusto in tempo per entrare in quella Federazione Europea su cui da noi battono molto Enrico Letta e Romano Prodi. Così diventa una quasi socia in prova di Bruxelles ed ogni crisi nazionale sua diventerà problema di tutti. E siccome Putin è cesarista ma non cretino ed ha già una guerra che gli sta salassando erario, credibilità e pensieri almeno per ora desisterà.

Santa Sandu.

JUSTIN TRUDEAU

Justin Troudeau (Foto © European Union – European Parliament)

Nella Nato lui e il suo Canada ci stanno come si sta a tavola quando fra i commensali c’è lo zio vescovo: acconci, con la schiena eretta e senza tirar su il brodo come un’idrovora del Polesine. Ci stupiremmo nel leggere il ranking quantitativo dei Paesi che hanno inviato armi all’Ucraina perché nella hit di quei Paesi ci troveremmo il Canada ai piani altissimi. Solo che il Paese guidato da Justin Trudeau il suo mestiere di pedina atlantica lo ha fatto con efficienza ma senza sbraitare. 

E in un contesto dove sbraitare significa dare ogni volta un’occasione a Vladimir Putin di fare il duce nucleare invece che il governante avversario, non alzare i toni ogni due giorni significa aver capito tutto. Non troveremo una sola dichiarazione fuori posto, un’iperbole linguistica o uno scatto provocatorio in tutta la comunicazione governativa di Trudeau dal 24 febbraio ad oggi, solo roba di prammatica in cui il distinguo fra la condanna e il contrattacco belluino è nettissimo. 

Ecco una silloge di ciò che aveva detto Trudeau il 23 marzo scorso al Parlamento Ue: “Negli ultimi ottanta anni ci siamo dati collettivamente una serie di regole e istituzioni per aumentare la stabilità e la prevedibilità negli affari internazionali. Lo abbiamo fatto per proteggere le persone, per offrire loro la prospettiva di una vita in pace, per difendere la loro dignità e diritti inalienabili e per garantire che siano libere di scegliere il proprio futuro. Oggi queste regole e istituzioni sono apertamente minacciate“. 

Saggio e armato
Justin Troudeau (Photo: Simone D. McCourtie / World Bank)

Insomma roba più di saggezza ovvia che di provocazione mandrilla.  Eppure fra armi individuali, di reparto e tattiche di ampio raggio il Canada non ha lesinato: mentre noi ci stiamo intortando da settimane sul rovello dell’artiglieria pesante Ottawa ha già spedito in Ucraina fior di obici come gli efficientissimi M777 da 155 mm. E’ roba grossa davvero che spara pillole enormi a decine di chilometri di distanza e che in Afghanistan faceva sembrare i centri contro le grotte di Al Quaeda come lo score di un videogame. 

Trudeau lo ha fatto in maniera diretta e senza preannunciare macelli come il suo vicino di casa lato sud. Lo ha fatto e basta, con quella faccia pulita da idolo di cheerleader. Perché è così che si sta nella Nato: senza sporcarsi di sugo e con il tovagliolo sulle ginocchia, non al collo.

Galateo atlantico.

DOWN

KIRILL II

Vladimir Putin con il patriarca Kirill II (Foto © Kremlin P.O.)

Il numero delle volte in cui la storia ci ha proposto soprusi perpetrati in nome di Dio è direttamente proporzionale al numero di volte in cui noi senzienti abbiamo risposto che Dio e gli alamari non vanno d’accordo. Lo abbiamo sempre sostenuto, alcuni per fede, altri per logica cartesiana. 

Eppure il mondo è pieno di slogan con cui l’uomo tira Dio per la giacca e lo fa abile arruolato per le sue istanze di bassa macelleria. Tuttavia, anche a considerare l’ecumenicità di questo orrore, una cosa va detta: mentre i cattolici romani hanno invocato Dio come alleato e movente di nefandezze in epoche che ormai appartengono alla (aberrante) storia degli orrori sedimentati ed ammessi, ci sono fedi e uomini-totem delle stesse che ancora oggi pretendono di avere il Padreterno in foglio matricolare

Fedi e uomini che di quelle fedi stravolte diventano bardi, uomini come Kirill II, patriarca della Chiesa Ortodossa russa, oligarca in pectore e putiniano di ferro. Leggiamo pescando a caso nel florilegio delle amenità più recenti, non abbiamo così tanti capoversi per metterle tutte: “La Russia non ha mai attaccato nessuno nella sua storia, ha solo protetto i suoi confini”. 

E ancora: “Sorprendentemente, un Paese grande e forte non ha mai attaccato nessuno, ha solo protetto i suoi confini”. Serve una benedizione? Ce l’abbiamo: “Dio conceda che il nostro Paese rimanga forte, potente e amato da Dio fino alla fine dei tempi”. 

Dio e alamari
Il patriarca Kirill (Foto: Serge Serebro)

Si, ma lui, Dio, cosa deve fare in pratica per la Russia di Putin? “Preghiamo a ché rafforzi la fede, la pietà e la saggezza del popolo e dia la forza di lavorare sempre, vivere e, se necessario, combattere per preservare lo stile di vita libero e indipendente del popolo e della Russia”. 

Poteva mai mancare in chiosa la mistica dell’altro, della nemesi contro cui rivolgere la giusta Ira? “Possa Dio salvare il suolo russo dalla faida e dall’invasione straniera e rafforzare il credo ortodosso, che è l’unica forza spirituale capace di unire veramente il nostro popolo. Crediamo che Dio ci concederà la sua misericordia e la sua grazia, anche durante questi tempi turbolenti“. 

A braccio noi ricordiamo solo un caso relativamente recente in cui qualcuno nel nome di Dio mise l’abominio a servizio di un’idea nazionale, e guarda caso è stato esattamente il momento storico in cui arrivò l’Epifania Nera di quello che oggi Kiril ed il suo sacrestano Vladimir vorrebbero eradicare dall’Ucraina che nel frattempo stanno martoriando.

Got mit uns.

LA GRECIA

Foto: © Anne Sjöholm / valtioneuvoston kanslia

Alla base dell’inghippo non c’è Atene, c’è Bruxelles. Però Atene in quell’inghippo ci sta come un topo nel formaggio e bene bene proprio non depone.  Ecco, dove sta l’inghippo? Nel fatto che, come scrive Die Welt, “gli elleni hanno triplicato la loro quota nel trasporto petrolifero rispetto all’anno precedente”. 

Postilla: parliamo di petrolio russo. Come è potuto succedere? In pillole è andata così: con la guerra Mosca ha dovuto ricorrere al trasporto di greggio su nave sempre più perché l’oleodotto Druzhba verso l’Europa ha ridotto suoi flussi. Colossi come Rosneft aspettavano solo qualcuno che desse un passaggio alle loro ricchezze e quel passaggio ha trovato polpa e sostanza negli armatori con il Pireo in epicentro di business. 

Insomma, la Russia ha un mare di petrolio da esportare, l’Ue sulle sanzioni energetiche ancora non ha deciso e la Grecia ha la più grande flotta con la capacità di trasporto più massiva del pianeta, tre cose che messe assieme hanno portato Atene a fare affari d’oro. 

Il registro dei Lloyds’
La sede del Lloyd register

Il registro navale londinese Lloyd’s List non mente: dall’inizio del conflitto, “si stima che 4,5 milioni di barili di greggio per un valore di circa 509 milioni di dollari americani abbiano lasciato il Paese ogni giorno“. Abbiamo altri dati che la faccenda la fanno più tonda: solo ad aprile 190 petroliere hanno lasciato le linee nei porti petroliferi russi di Primorsk, Novorossijsk, Ust-Luga e San Pietroburgo. Ecco, 76 di queste battevano bandiera greca e per la chiusura di questo maggio Lloyd’s ha rubricato altre due mega navi di vessillo ellenico che hanno operato.

Attenzione, giova ribadirlo: la Grecia non sta facendo nulla di illegale proprio perché dalla zona “Ursula” non arrivano rotte e probabilmente non arriveranno mai, quindi le rotte delle petroliere greche sono equivoche ma pulite. Però non va benissimo. 

Non ci va perché in un mondo in cui servono segnali per far capire a Putin che allestire tutto questo casino non era proprio conveniente, oltre che giusto, lasciargli aperta una porta così grande di certo non lo farà sentire accerchiato. E se Putin non si sente accerchiato non vedrà mai ragioni per smettere di fare il Cesare. E di fare vittime.

Petrolio r(u)osso.

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