Internazionale, i protagonisti della XXXI settimana MMXXII

I protagonisti della XXXI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della XXXI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo.

UP

ALEXANDRIA E LE ALTRE

Alexandria Ocasio-Cortez

Negli Usa per la maggior parte dei reati si esce su cauzione. Cioè in attesa del processo che ti tocca paghi, dietro valutazione di un giudice, e salti la “custodia cautelare” in base a quanto sei ricco. Una cosa molto Usa, vale a dire molto poco bilanciata. Ed è evidente che lei, Alexandria Ocasio-Cortez, i mezzi per pagare la cauzione in ordine al reato presunto che le si contesta li ha. Perciò dopo l’arresto del 21 luglio scorso è uscita. 

Sempre per quella faccenda dello sbilanciamento degli Usa il bignamino della sopravvivenza “meregana” dice che è molto poco consigliabile parlare con il giudice che ha deciso che puoi pagare per uscire. Lo è perché si rischia l’oltraggio alla Corte, un nuovo arresto al momento e la fissazione di una nuova udienza. Da cui decidere, pagando di nuovo, se devi star fuori o dietro le sbarre. 

Ma tutto questo pare non aver spaventato minimamente Alexandria, che al momento di uscire dall’aula ha detto al giudice: “Ci rivedremo presto, Vostro Onore“. Ammettendo quindi candidamente che avrebbe commesso un nuovo reato, una cosa che negli Usa proprio non si fa. Ma ei è AOC, come la chiamano gli americani, e del sistema non ha paura. 

Alexandria non ha paura
Alexandria Ocasio-Cortez (Foto: Ståle Grut / NRKbeta)

Non ce l’ha perché, pur provenendo da una famiglia borghese, lei è una donna di origini portoricane nata nel borough del Bronx. Perché una volta lavorando come cameriera dopo la morte del padre dovette affrontare un molestatore e lo prese a scopate sulla testa. E perché a lei, AOC, le cose ingiuste non piacciono a prescindere dal fatto che siano normate o meno. 

Non è perciò un caso che Alexandria Ocasio-Ortez, che per inciso con i suoi 29 anni è la deputata Usa più giovane di sempre, in galera ci sia finitaper una protesta. Per il diritto all’aborto davanti alla Corte Suprema, a Washington Dc. Lei e le altre indossavano una bandana verde con la scritta “Won’t Back Downed hanno marciato dal Campidoglio verso la sede della Corte. La polizia del Campidoglio degli Stati Uniti in quella marcia ci vede l’intralcio al traffico ed arresta tutti. Chi c’era con Ocasio-Cortez? Gente, gente stanca di un Stato che vendemmia leggi per sbornie medievali di ritorno. 

Gente ed altre deputate: Ayanna Pressley, Barbara Lee, Jackie Speier, Sara Jacobs , Ilhan Omar, Bonnie Watson Coleman, Andy Levin, Rashida Tlaib, Jan Schakowsky, Cori Bush, Carolyn Maloney, Nydia Velazquez e Alma Adams. E lei, Alexandria e le altre, una cosa l’ha voluta ricordare a noi ed una cosa l’ha voluta ricordare al giudice. Che quando si è nel giusto lampante la legge che quel giusto lo mortifica si combatte. E non una volta. Si combatte tutte le volte che serviranno a cambiarla.

La passione della pasionaria.

JOE BIDEN

Joe Biden

All’album delle figurine di Joe Biden mancava una foto chiave. Quella di lui che nella stanza numero 119 del Pentagono presiede con la maniche della camicia arrotolate una grande operazione anti terrorismo circondato da generali a 4 stelle e capoccia delle “barbe finte”. Una foto come quella fece la fortuna di Barack Obama, quando il 2 maggio del 2011 arrivò a permettersi di annunciare al mondo la morte di Osama bin Laden. E di aver “vendicato” l’11 settembre decapitando l’Idra di Daesh. Che poi è il nome con cui Al Quaeda chiama se stessa da sempre. 

Ecco, adesso Biden quella foto in album ce l’ha. E non ha perso tempo a farla vedere agli americani malgrado il Covid che ancora un po’ gli calcina le ossa. Dal balcone della Casa Bianca Mr President si è affacciato ed in galassia-visione ha annunciato che si, “giustizia è fatta”. Ma giustizia per chi? E a carico di chi soprattutto? Del numero due di Al Qaeda-Daesh, il medico egiziano Ayman Al Zawahiri, spezzettato a Kabul in un raid mirato di Cia e Creech Force Base dell’Usaf. 

Le agenzie parlano di un generico “blitz aereo”. Fonti più accreditate dicono che Al Zawairi è stato spezzettato da un attacco drone pilotato da remoto direttamente dai box nel deserto del Nevada. Con tanti saluti agli accordi di Doha che in questo caso valgono un nichelino e mezzo.

Giustizia è fatta
Joe Biden

Ha detto Biden: “Giustizia è fatta, questo leader terroristico non c’è più. Sabato, su mio ordine, gli Stati Uniti hanno concluso un raid aereo a Kabul, nel quale è stato ucciso l’emiro di al Qaeda“. Ecco, dietro quel “su mio ordinec’è tutta la mistica stanca ma speranzosa di un presidente che non ha le skill di Obama (all’epoca già provato in quanto ad immagine a dire il vero) e che sta per fare i conti con le elezioni di mid-term più difficili della storia.

Elezioni con gli Usa in recessione economica, in guerra traversa sull’Ucraina e sotto botta di un Donald Trump. Che promette macelli per il voto del 2024 malgrado sia sotto inchiesta per i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Biden è un presidente anzianotto e gaffeur che però non ha dimenticato il vecchio mantra stelle e strisce. Cioè: “Fa’ fuori un terrorista e intorno ai barbecue degli americani si canteranno le tue lodi lì dove il fumo di cento arrosti si sperde nel vento che tiene garrula la Bandiera in giardino“. 

E lo fa anche se sei “Sleepy Joe“. Perché quando uno che comanda l’esercito più potente del mondo dice che “non importa quanto ci vuole, non importa dove vi nascondete, se siete una minaccia al nostro popolo, gli Stati Uniti vi troveranno ed elimineranno” ecco, quello è il momento in cui agli occhi degli americani sonnacchioso non lo è più nessuno.

Aquila vecchia fa buon brodo.

DOWN

NANCY PELOSI

Nancy Pelosi (Foto © Gage Skidmore)

Il Parlamento Usa le dà facoltà tecnica di agire con un ampio margine di autonomia. Ma è quell’autonomia farlocca che nei grandi processi decisori porta sempre e comunque a quello che vuole e decide il Presidente degli Stati Uniti. Con la scusa di tutelare un diritto che è quello di uno speaker della Camera di fare viaggi di stato dove vuole Nancy Pelosi ha giocato pericolosamente con i lembi di una coperta che al mondo non conviene sollevare. 

Chiariamola subito: dovunque ci sia una rivendicazione sul diritto cruciale ad autodeterminarsi lì ci devono essere, potenti e fiere, le grandi democrazie di appoggio. Perciò in punto di etica l’arrivo un po’ a sorpresa della Pelosi a Taiwan non fa una sola grinza. Quello che sconcerta è il timing

Sconcerta perché di fatto gli Usa stanno aprendo un possibile ed ennesimo fronte di guerra dopo quello ucraino. E con quello serbo che peppia come un ragù di sangue al confine con il Kosovo. In certe cose i tempi sono molto più determinanti del merito, ed andare a stuzzicare il Dragone cinese nei giorni esatti in cui lo stesso dà ad intendere che non tollererà “ingerenze” su un’isola che ritiene (a torto) essere suo territorio è atto bello ma dannoso. 

Nancy Pelosi a Taiwan non ci è andata con la benedizione di tutto il suo Partito. E non sono pochi i parlamentari Dem che hanno storto il naso quando si era capito che il gran tour asiatico della speaker si sarebbe concluso a Taipei, dove perfino la presidentessa Ing-Wen aveva fatto capire che forse non era il momento di giocare col fuoco. 

La risposta cinese

E come da prassi, al di là delle reazioni sparate sui canali diplomatici la Cina si è mossa ed è andata oltre la diplomazia. Voli radenti dei caccia da supremazia aerea Ju-20 e Ju-16 (un esordio nero, il loro) vicino alle spiagge isolane, 21 di quei ceffi che si sono levati in volo a sole 40 miglia dalla scorta di F22 Raptor decollati da Okinawa per fare bordone all’aereo della Pelosi. E una rotta che ha portato la speaker ad aggirare il Mar Cinese Meridionale, dove le fregate di Pechino hanno avviato esercitazioni missilistiche. 

Non basta? No, perché le due portaerei Type 001 Liaoning e Type 002 Shandong, hanno lasciato i rispettivi porti di Qingdao, nella provincia orientale dello Shandong, e Sanya. Taiwan possiede la costa più rocciosa e fortificata del pianeta e questo gioca a favore di una attenta riflessione. Per invaderla serve un piano collaudato e messo giù da molto tempo, non certo un colpo di testa umorale perché una globe trotter iron lady decide di fare di testa sua con una delle grandi polveriere della Terra. Il guaio è che si, Pechino quel piano ce l’ha e come, visto che avrebbe voluto invadere Taiwan entro la fine del 2023 e con l’amico Putin a far pesare il diritto di veto della Russia nel non condannare il raid all’Onu.

A casa de grulli che giocano a Risiko quelle che abbiamo visto in questi giorni si chiamano esercitazioni, a casa di chi da Pelosi e da Washington si sarebbe aspettato un po’ più di raziocinio si tratta di prove di guerra. Una guerra che, se non scoppierà, manterrà intatto tutto il veleno di chi per poco non l’ha fatta scoppiare in un momento in cui quella guerra là è perfino peggiore della guerra come concetto. Ma l’operazione mid-term ormai è partita e Nancy Pelosi non vuole far perdere le sue idee, e perciò rischia di far perdere il mondo.

I tempi, i maledetti tempi.

HASSAN MOHAMUD

Hassan Sheikh Mohamud (Foto: USIP Headquarters served as the International Media Center for the U.S.-Africa Summit)

La Somalia, bontà sua, ha rinnovato l’interesse ad entrare a far parte della Comunità dell’Africa orientale (EAC). È uno degli organismi cardine del continente che nei prossimi decenni avrà più peso nelle dinamiche geopolitiche del pianeta. A fare il tentativo bis è stato un tipo bislacco assai: il presidente Hassan Sheikh Mohamud, che sogna da tempo di stabilizzare i legami con i vicini e mettere sul banco di vendita la straordinaria potenza logistica di un Paese che è la cerniera fra area Sub Mediterranea, Africa e Medio Oriente

Mohamud è uno che sul pezzo ci è sempre stato: considerato un musulmano moderato, è stato inserito da Time nella lista delle 100 persone più influenti del mondo per la sua lotta alla corruzione. E per sugli sforzi nel pacificare un Paese che è considerato fra i più ingestibili della Terra. Insomma, quello che è arrivato ad Arusha in Tanzania per cercare sostegno per entrare a far parte della Comunità dell’Africa orientale, è un leader tondo e di peso. 

Perché porte chiuse
Hassan Sheikh Mohamud (Foto: Paul Kagame)

Ma allora perché alla Somalia di Mohamud viene detto che no, non è ancora pronta per entrare nel club dell’Africa che punta al futuro e lotta contro il tribalismo macellaio? Perché il presidente Mohamud ha commesso un errore madornale: ha chiesto che venisse rimosso l’embargo sulle armi imposto al suo Paese che dal 1991 è preda di una guerra civile terribile. E per un anno ha ottenuto quel che chiedeva grazie all’intercessione britannica. 

Il risultato? Per 12 mesi in Somalia è stato possibile di nuovo importare armi leggere, sulla carta per rinforzare l’esercito governativo, nella pratica e grazie alla corruzione endemica dei quadri di governo per riarmare bande eccentriche e terroristi di Al Shahabab che da quelle parti hanno il nido più grande dell’Africa. 

Insomma, Mohamud aveva ottime intenzioni ma troppa fretta. E il timing della sua personale visione è ancora troppo avanti rispetto a quello della realtà oggettiva. E nella speranza di difendere meglio la nuova Somalia ha permesso a quella vecchia di attaccare meglio, più armata e terrorista che mai.

Il nuovo che ha fretta.

JAIR BOLSONARO

Jair Bolsonaro Foto © Alan Santos/PR

Premessa: il Brasile ha circa 116 milioni di elettori potenziali, nel 2018 erano più di 117 ma fra morti naturali ed oltre 600mila morti di Covid il Paese ha dovuto rinunciare ad un milione tondo di persone. Ed è a quel Brasile piagato da pandemia ed inflazione galoppante che Jair Bolsonaro dovrà rivolgersi per chiedere la riconferma come Presidente della Repubblica. 

Lo farà il prossimo 2 ottobre con secondo turno di eventuale ballottaggio il 30, una settimana esatta dopo l’Italia. Ma se i problemi di Bolsonaro fossero in aderenza con i problemi del suo Paese allora Bolsonaro non avrebbe molto da temere. Perché non dovrebbe fare altro che mettere i primi a macrosistema, operare come capo di stato uscente ed incassare il risultato. 

Le cose non stanno così e i sondaggi sono chiari. Quello telefonico dell’agenzia Ipespe, ad esempio, dice che Jair Bolsonaro è il segugio che insegue la lepre, non la lepre. Ad oggi gli assegna il 36% delle preferenze, mentre il suo principale sfidante, Luis Ignacio Lula da Silva, è al 43%. Postilla: Lula è “quel Lula“, cioè un’altra vecchia conoscenza della politica carioca che si era fatto anche oltre 500 giorni di carcere per una indagine internazionale per corruzione. 

Bolsonaro contro tutti
Jair Bolsonaro (Foto: Alan Santos / PR)

Ma il problema non è lo scontro fra il partito liberale di Bolsonaro e quello dei lavoratori di Lula. Il problema è che nell’imminenza del volto il primo sta facendo i conti con il rosario di imbarazzanti inimicizie che come presidente si è messo a sgranare fin dal giorno della sua ascesa al potere. 

Bolsonaro ce l’ha praticamente con tutti, meno che con l’esercito e con il popolino di pancia. In perfetto mood da leadersimo gallonato. Ce l’ha con i medici che hanno combattuto il Covid che nel suo Paese ha fatto strame più che in ogni parte del mondo eccetto gli Usa. Ce l’ha con i giudici, ai quali una settimana fa ha ricordato che “queste poche persone sorde con il mantello nero devono capire qual è la voce della gente. Devono capire chi fa le leggi e quali sono i poteri esecutivi e legislativi. Tutti devono giocare entro i termini della Costituzione“. Poi ce l’ha con l’ambiente, a cui ha fatto danni irreversibili con omissioni mirate. 

Insomma, in Brasile si dice che Bolsonaro avrebbe qualche cosa da contestare anche al Padreterno se solo lo incontrasse a spasso nelle strade di un Paese che intende comandare tanto e capire poco. Bolsonaro è forse il presidente più controverso da quando, nove elezioni fa, nel 1988 la Costituzione si sostituì alla dittatura militare. Per molti brasiliani all’inizio era considerato l’onda di reflusso dopo troppe sbornie da socialdemocrazia annacquata. Ma oggi quell’onda sta calando e il suo massimo surfatore ha più lucidi detrattori che osannanti seguaci. E rischia grosso.

Leader minimo.

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