Internazionale, i protagonisti della XXXVI settimana MMXXII

I protagonisti della XXXVI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della XXXVI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo.

LA REGINA ELISABETTA II

Chi ebbe modo di scriverne ebbe a dire che quell’identificativo le piacque fin da subito. Le piacque perché “230873, Secondo Subalterno Elisabetta Windsor” diede la cifra esatta di una cosa lei amava ed avrebbe amato fino alla fine: essere considerata una che prende la sua vita maledettamente sul serio. Era il gennaio del 1945 e la giovane “Consigliera di Stato” Elisabetta aveva appena vestito la tela color liquirizia delle ausiliarie in forza all’Auxiliary Territorial Service.

Elisabetta con la divisa del Auxiliary Territorial Service (Foto: Ministry of Information official photographer)

In quella truppa di supporto logistico venne addestrata da meccanico e sviluppò una delle sue leggendarie skill, la stessa che decenni dopo in Scozia le fece mettere mano sotto il cofano di una Land-Rover in panne ed aggiustarla come se invece che a Balmoral abitasse in un’officina di Hereford ed avesse il padre ad aspettarla di sopra in canottiera, invece di Giorgio VI in alamari.

Che a lei piacesse fare le cose per bene glie lo aveva ricordato in più occasioni perfino uno che la serietà la sapeva aggiogare in coppia ad un’ironia lunga come gli spadoni sassoni, quel Winston Churchill che di lei disse cigliuto quando aveva appena due anni: “Ha un’aura di autorità e di riflessività sorprendente per un’infante“.

Chi era Lillibet
La celebre foto in cui alla regina sfugge un sorriso mentre passa davanti al marito

Ecco, Elisabetta, o meglio “Lilibet” come amava farsi chiamare in quegli anni, era esattamente questo: uno straordinario crogiolo di protocollo implacabile e sgroppate fuori ordinanza, un cielo sempre grigio ma proprio per questo più bello di tutti gli altri cieli quando ci faceva capolino il sole di un sorriso, magari sotto il grugno del marito dalla figura immensa, nella sua impeccabile irsuta e rossissima divisa di colonnello della Royal Guard dritto davanti a lei come un fuso.

E quelle due facce di una vita destinata a diventare calendario parallelo di quasi un secolo di vita del pianeta emersero esattamente in quegli anni in cui l’Inghilterra aveva i sacchetti di sabbia nelle strade e l’orco del nazismo sulla testa, appollaiato poco oltre Dover. Nel 1940 Lilibet fece il suo primo discorso alla radio ed ai bambini come lei, bambini di guerra, disse: “Stiamo facendo tutto il possibile per aiutare i nostri valorosi marinai, i soldati e gli aviatori e stiamo anche cercando di sopportare la nostra parte di pericolo e di tristezza per la guerra. Tutti noi sappiamo che, alla fine, tutto andrà per il meglio”.

Esatto, in quel “sopportare la nostra parte di pericolo” ci sta tutta la Maestà che oggi e per giorni centinaia di storici, giornalisti ed agiografi cercheranno di condensare da una biografia che metterebbe timore ad un amanuense. Per tutta la vita Elisabetta questo fece: si prese la parte che le spettava di guai e lo fece con un mantra di ferro: “Mai lamentarsi, mai spiegare”, che è esattamente quello che un popolo come quello britannico si aspetta da un regnante.

Poi però da quella compostezza d’acciaio derogava e bilanciava un carattere che altrimenti sarebbe stato definibile come spigoloso, l’occasione in quegli anni glie la diede la Giornata della Vittoria dell’8 maggio del 1945: Hitler era morto, l’Europa era libera e dalle macerie di un continente intero si levavano urla di gioia e l’ubriaca consapevolezza baccante che l’orrore era finito.

L’unica licenza

E Lilibet scappò da Elisabetta e si mischiò con la sorella in mezzo alla folla di Witehall a far bisboccia in anonimo: ballò, cantò, si fece qualche cicchetto più del dovuto ed ebbe la sua parte di gioia orgiastica e giusta, quasi sapendo che non le sarebbe stato più concesso di averne tanta e tale per tutta la lunghissima vita che le restava.

Solo due anni, dopo, nel 1947, Elisabetta tenne il suo primo discorso radiofonico al Commonweatlh britannico. Lo tenne e disse: “Io dichiaro davanti a voi tutti che la mia intera vita, sia essa lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo”.

Ecco, noi non sapevamo proprio da dove cominciare Sua Maestà, siamo italiani, giochiamo a calcio come se andassimo alla guerra e facciamo la guerra come se andassimo a giocare a calcio. E quello della monarchia è un peso che ci siamo tolti da tempo perché per noi solo quello fu, un peso. Ma nel suo caso non possiamo che pensare a Lei come ad una che si è messa al servizio di ciò che le era toccato per nascita. E che quella promessa fatta alla radio l’ha mantenuta tutta.

God save the Queen.

LA BANCA CENTRALE RUSSA

Elvira Nabiullina

La notizia è scarna ma gigantessa: la Banca centrale russa ha annunciato sempre che inizierà a collegare gradualmente tutte le banche russe alla piattaforma digitale nel 2024, lo prevedono le linee guida di politica monetaria per il periodo 2023-2025. Si, ma che significa? Che con la guerra e sotto pressione economica massiva della più parte dell’Occidente è nato il rublo digitale

Il documento relativo un po’ ribadisce, un po’ va nel merito: “Nel 2024, la Banca di Russia inizierà a connettere gradualmente tutte le organizzazioni di credito alla piattaforma digitale del rublo, aumenterà il numero di opzioni di pagamento e transazioni disponibili utilizzando contratti intelligenti“. 

E ad essere collegati ed implementati saranno intermediari finanziari non bancari, piattaforme finanziarie, infrastrutture di borsa, tutto con la missione di digitalizzare l’economia di Mosca entro il 2025. Quello che l’istituto guidato dalla stilettatrice Elvira Nabiulina ha intenzione di fare è creare un sistema e raggiungere un obiettivo: far scendere il costo del denaro dall’8% al 5-6%

Il piano della Banca

E i tassi? In media stimata del 10,5-10,8% nel 2022, del 6,5-8,5% nel 2023 e del 6-7% nel 2024. Insomma, la Russia ha un piano ed è un piano che in agenda ci mette la previsione di far tornare l’economia nazionale ai tassi di crescita potenziali nel 2025, il Pil russo a salire di roba compresa fra l’1,5% e il 2,5%.

Su tutto questo “grava” (bontà sua) un report del ministero dell’Economia di Mosca che dice una cosa tonda tonda: per il 2022 la Russia ricaverà dalla vendita del gas oltre 950 miliardi di dollari. Ma come è possibile se mezza Europa ha i rubinetti mezzi chiusi? Semplice, perché l’acquirente principe non è più l’Europa, non lo è da tempo. E perché il gas esportato è di meno ma viene fatto pagare il doppio.

Si è capito bene che Madre Russia si sta preparando al tandem con la Cina e mezza Asia per spostare l’asse economico del mondo ad est?

Piano di battaglia.

IAIN BONOMY

Iain Bonomy in realtà è “Sir” Iain Bonomy: ce lo fece la Regina Elisabetta per i suoi meriti giudiziari. E sono meriti da piani alti, a contare che con il Tribunale Internazionale Penale dell’Aia lui ha presieduto ad esempio il processo contro il leader serbo-bosniaco macellaio Radovan Karadzic. Insomma, Bonomy è uno che in italiano non fa molto onore al suo cognome. Perché la bonomia lui se la tiene solo per i nipotini e per i suoi amati gatti, neanche a dire Blue British. 

Dal 2020 il giudice Bonomy è stato assegnato ad un compito che fa onore e paura al tempo stesso. È quello di toga di massimo rango dell’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals. E cosa fa l’Irmct? Si occupa del genocidio in Rwanda del 1994. Ecco, siamo al focus: Bonomy ha appena disposto data, luogo e modalità del processo contro uno che nel genocidio in Rwanda ha avuto le mani in pasta, mani rosse di sangue. 

Di lui ce ne occupammo già a maggio del 2020 quando venne catturato dai servizi francesi, poi il covid aveva sderenato anche la procedura penale e il tipo era rimasto in custodia e in attesa di processo per crimini contro l’umanità. Felicien Kabuga è considerato per tabulas il principale finanziatore del genocidio del 1994 contro i tutsi ed andrà a processo il 29 settembre con l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità. (Leggi qui: Internazionale: Top e flop dal mondo. I protagonisti della settimana).

Istanza di derubricazione
Felicien Kabuga (Foto: Alice Mukesh)

I suoi legali avevano depositato una istanza per derubricare i reati e fare mezzo brodino dell’orrore che a Kabuga si contesta. Ma Bonomy ha sostanzialmente detto (stabilito) che va bene così: Kabuga andrà alla sbarra per le cose che si ritiene abbia fatto, non per quelle che ritengono abbia fatto i suoi avvocati pagati con soldi cinesi.

L’imputato era uno degli uomini più ricchi d’Africa ed avrebbe contribuito a creare un clima di odio che esortavano l’etnia hutu a “uccidere gli scarafaggi tutsi” e finanziato gruppi di milizie. 

L’istanza presentata prevedeva una valutazione, ma Bonomy è stato un filino più netto. Ecco il frame finale del suo dispositivo letto da lui stesso in aula davanti a Kabuga: “La Camera ordina che il processo inizi presso la filiale dell’Aia con dichiarazioni di apertura il 29 settembre e la produzione delle prove inizi il 5 ottobre“.

La legge arcigna.

DOWN

IL BURUNDI

Re Leopoldo

Quasi due mesi fa, il primo luglio, il Burundi ha celebrato i suoi 60 anni di indipendenza dal Belgio criminale di Re Leopoldo. E circa due giorni fa il rating mondiale di sistema lo ha consacrato Paese più povero del pianeta in termini di PIL pro capite. Le due cose sono strettamente collegate ma non tanto da non far riflettere su alcune peculiarità tristi di quel Paese. 

Prima però una domanda: siamo sicuri che ci stiamo occupando dei parametri giusti nell’agire sulla qualità della vita dei sistemi complessi di questo pianeta? Spieghiamola meglio con una mezza risposta: a traino di informazione massiva e logiche mainstream il mondo tende sempre di più ad occuparsi non dei paesi che stanno peggio, ma di quelli di cui in un dato momento lo star peggio è più “ficcante”

Sono Paesi dove c’è una rutilante guerra, o dove una situazione politica esplode in maniera eclatante fino ad avere viraggio geopolitico medio o severo. Questo ci ha sfasato e non poco una scala di valori e soprattutto priorità. Che invece dovrebbe seguire il filo nero della povertà, che di guerra e politica sghemba è spesso l’effetto ma che non sempre le innesca. 

Povero tra i poveri

Ecco, il Burundi è così: povero fra i poveri e dimenticato. Perché sta vicino a Paesi come il Rwanda o il Congo che nella mistica planetaria hanno più appeal. Proprio per le loro vicende recenti. Fino al 1996 il tempo in quel Paese è stato scandito al ritmo di colpi di Stato, massacri e omicidi politici. Poi è arrivata la guerra civile e poi una quiete desertica intorno al 2005. 

Nel 2015 in Burundi è tornato un governo autoritario, che in Africa è sempre più autoritario che altrove. E l’Onu ha messo il Burundi in casella rossa. Come funziona la società da quelle parti? Facile da spiegare ed orribile da vivere. Le risorse sono in mano ad eserciti ed élites autocratiche e la croce di vivere sta sul collo della “gente delle colline“. Chi sono? Gli agricoltori che in quota lottano con una terra fatta più di foreste che di campi ed armenti. 

Lo Stato si è imposto come operatore economico esclusivo ed il presidente Évariste Ndayishimiye, ovviamente un ex generale, non perde occasione per ricordare a tutti di essere un Hutu, uno cioè che nel vicino Rwanda nel 1994 aveva massacrato a colpi di “panga” circa un milione di Tutsi. Il Burundi è questo: troppo sconosciuto per stare in casella dei grandi spot di barbarie del mondo e troppo povero perfino per poterla proclamare, la sua povertà. 

Perciò a proclamarla ci abbiamo pensato noi “civili” a cui le classifiche piacciono tanto. Così tanto da lasciarle come sono per il gusto di spulciarle quando ci va e magari postare sui social la foto di un bambino che muore pieno di mosche. Così, giusto per essere prog e farlo sapere.

Pance piene e cuori vuoti.

L’ISIS-K

Lo Stato Islamico-Khorasan, o ISIS-K, è il principale rivale dei talebani. Viene da legami fortissimi con Iraq e Siria ed è lo storico rivale di Al Quaeda. Che invece con i talebani ci ha sempre flirtato alla grande. Basterebbe questo per far capire che la conoscenza dei gruppi terroristici islamici non è materia da social o da film fighi. Ma è roba che perfino gli analisti più scafati devono studiare bene per evitare casini. 

E l’ultimo casino lo ha fatto proprio lo storico gruppo che a Nord e ad Est di Kabul cerca di mandare al creatore quanti più ex studenti di madrassa possibile. Quale casino? Una rivendicazione. Che rischia di dare uno scossone geopolitico al mondo: quella per cui ci sarebbe l’Isis-k dietro la soffiata che non molte settimane fa ha permesso ad un drone Usa di fare spezzatino del numero due di Al Quaeda e corresponsabile dell’11 settembre Al Zawairi

Insomma, terroristi che ammazzano indiscriminatamente occidentali e talebani avrebbero “fatto la spia” a questi ultimi. E l’avrebbero fatto per togliersi l’ingombro di uno che era nemico sia loro che degli americani. La rivendicazione è stata fatta in un frame video postato e tolto da social. Ma è bastato a smuovere le barbe finte di mezzo mondo. Perché? 

Il precedente importante

Perché a settembre del 2021 ci fu un attacco rivendicato proprio da Isis-K all’aeroporto internazionale di Kabul durante il ritiro delle truppe Usa. Lì morirono 13 soldati americani e circa 170 afgani. Chiaro il concetto?

Riassumiamo. L’Isis-K combatte americani e talebani, ma per questioni di priorità di odio avrebbe “soffiato” agli americani dove fosse Al Zawairi pur avendo macellato americani neanche un anno fa. E malgrado ciò gli americani si sono ben guardati dal rifiutare l’aiuto dell’Isis-k contro Al Qaueda. 

Il gruppo è guidato da Sanaullah Ghafari, noto anche come Shahab al-Muhajir. Secondo le Nazioni Unite si trova nell’Afghanistan orientale. E Ghafari è storicamente considerato un leader saggio. Stavolta però saggio non è stato molto, perché ha scoperto una carta che costerà cara a Washington e carissima a lui, che da 15 giorni è di fatto un bersaglio.

L’importanza di un segreto.

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