Internazionale: protagonisti della settimana XL nel mondo

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP

ICIJ

L’International Consortium of Investigative Journalists aveva già vinto il Pulitzer nel 2016 con i Panama Papers e con la clamorosa tana allo studio panamense Mossak Fonseca, ma non si è fermato a quello che pure sarebbe un ottimo punto-momento per fermarsi. Ottimo perché comprensibile: a ben vedere in termini di premi assoluti per un giornalista dopo il Pulitzer c’è solo tua moglie che ti dà ragione. No, i 600 giornalisti investigativi provenienti da 150 testate giornalistiche, tra cui il Miami Herald, il Washington Post, la BBC e il Guardian che nell’Icij ci lavorano si sono rimessi subito in arcione alla loro tigna e pochi giorni fa hanno sfornato i Pandora Papers, a paragone dei quali i Panama Papers sembrano le letterine d’amore di Wallis Simpson a Edoardo VIII. 

Di cosa parliamo? Di 11,9 milioni di file che, in robustissima ipotesi, dicono che centinaia di governanti, potenti e star di 94 paesi del pianeta hanno fatto magagne stramilionarie off shore nell’immobiliare. Come? Affidandosi a società e banche corsare che ne hanno agevolato le smanie di sommerso e piazzato i fondi neri ad hoc. Fra di loro, a fare florilegio sintetico, gente come l’ex premier britannico Tony Blair, la cantante Shakira, il Re di Giordania, i presidenti di Ucraina ed Ecuador, il primo ministro della Repubblica ceca, il ministro dell’economia brasiliano, magnati russi, miliardari e faccendieri israeliani, un finanziere del Vaticano e Yuri Kovalchuk, il “ministro ombra” di Putin nominato en passant nell’inchiesta Lobby Nera di Fanpage.it. 

E noi italiani? Ci siamo? Hai voglia: siamo degnamente rappresentati da Raffaele Amato. Carneade, chi era costui? Per chi mastica delle camorre d’alto bordo di qualche lustro fa non è facile scordarsi il tipo: è l’ex capo degli Scissionisti di Scampia, quegli “Spagnoli” che insanguinarono la periferia nord di Napoli nella guerra truculentissima con il clan sovrano dei Di Lauro. Uno che aveva maniglie in Colombia e che avrebbe lucrato con lotti di terreni in Spagna attraverso una società-ombra del Regno Unito.

A brigare fra i compatrioti sarebbe stato solo uno per cui fare robe off shore è fuffa, a contare che parliamo di un tizio che ha spostato colline intere di cocaina? Macché, almeno “per tabulas” è in ottima compagnia: di Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Monica Bellucci, Carlo Ancelotti, Flavio Briatore e del prefetto del calciomercato Mino Raiola. C’è perfino un terrorista nero che sverna da tempo in Giappone, Delfo Zorzi, e in elenco figurerebbero quattro politici nostrani i cui nomi sono ancora top secret.

Leggiamo a caso dal file che sta facendo il giro del mondo e peschiamo dal Miami Herald che per ovvi motivi di lingua che batte e di dente che duole è uscito per primo fra i primi: “Quei soldi illegali hanno messo in moto la rete di società fittizie dietro uno degli industriali più ricchi di Haiti, che possiede una gigantesca villa dietro i cancelli di guardia presidiati dalla polizia in una delle comunità più esclusive del sud della Florida. Poi il finanziere vaticano, legato a un cardinale sconsacrato, che ha acquistato grattacieli nell’area di Miami utilizzando società fittizie legate a un procedimento penale in corso. Un ricco ordine cattolico romano, fondato in Messico e segnato da uno scandalo internazionale di pedofilia, che detiene proprietà residenziali per milioni di dollari in Florida attraverso trust offshore”. 

C’è di più e di meglio: “Più di 13 milioni di dollari nascosti in un fondo segreto nelle Grandi Pianure degli Usa dal rampollo di una delle famiglie più potenti del Guatemala, una dinastia che controlla un brand di cosmetici accusato di reati ambientali. Un castello da 22 milioni di dollari in Costa Azzurra acquistato tramite società offshore dal primo ministro populista della Repubblica Ceca, un miliardario che si è scagliato contro la corruzione delle élite economiche e politiche. Tre ville sulla spiaggia a Malibu acquistate tramite tre società offshore per 68 milioni di dollari dal re di Giordania negli anni successivi a quando i giordani hanno riempito le strade per protestare contro la disoccupazione e la corruzione”. 

Potevamo non mettere la ciliegina sulla torta senza Tony Blair? “I Pandora Papers mostrano che nel 2017 Blair e sua moglie Cherie sono diventati proprietari di un edificio vittoriano da 8,8 milioni di dollari acquisendo la società delle Isole Vergini britanniche che deteneva la proprietà. L’edificio londinese ora ospita lo studio legale di Cherie Blair”. Se sui Panama Papers ci fecero un bellissimo film del 2019 con Gary Oldman, Antonio Banderas e Meryl Streep, con i “Pandora”, a contare quello che hanno scoperchiato, converrà fare una serie: in un solo film e grazie ai draghi di ICIJ tutta quella roba non ci sta.

Giù il cappello.

RUSSIA-CINA

Sul ponte di Bassano noi ci darem la mano…”, stornellavano i nostri Alpini fra melanconia etilica ed epopea reale. Lo fecero bene, sia stornellare che combattere per capirci, tanto alla fine la parte finale della Grande Guerra venne a volgere a nostro inoppugnabile favore. Ed anche in questo caso un ponte la fa da padrone per descrivere una cosa fatta bene, solo che non è restaurato di fresco e cantato dalle Penne Nere ma nuovo di pacca e decantato dalle “Penne non più Rosse” dell’agenzia giornalistica russa Tass

Il ponte tra Cina e Russia

Sono state infatti completate e testate in questi giorni posa e tenuta delle rotaie sul ponte che passa sopra il fiume Amur: per ora si chiama Nizhneleninskoe-Tongjiang solo ad indicare scarnamente il tratto sino-russo che congiunge, ma non abbiamo dubbi sul fatto che entro poche settimane avrò un nome sborone come pochi. Perché? Beh, innanzitutto perché se al mondo ci sono mai state due nazioni che amano la magniloquenza onomastica quelle sono proprio Cina e Russia, patrie del brutalismo architettonico. 

Poi perché a ben vedere quel ponte un nome glorioso se lo merita, a contare quel che renderà possibile. Cioè? Innanzitutto collegherà la Russia alla Cina, che non sono esattamente Poggibonsi e Soverato. L’agenzia China Central Television lo spiega meglio: “il Nizhneleninskoe-Tongjiang sarà il primo ponte ferroviario a unire i due paesi. È “lungo 2,2 km, di cui 309 metri che passano sul lato russo”. I treni, ribadisce dal canto suo Russia Beyond, “potranno attraversare il ponte viaggiando a una velocità di 100 km/h. La capacità di trasporto sarà fino a 21 milioni di tonnellate all’anno e attraverso questo ponte la Russia prevede di consegnare alla Cina minerali di ferro, carbone, fertilizzanti e legname”. 

Inizia ad essere chiaro il senso commerciale della cosa? Lo stesso governatore dell’Oblast autonoma ebraica, Rostislav Goldstein, aveva gongolato come un bambino, ed il motivo è chiaro: “Si stima che quando saranno eliminate le restrizioni imposte dalla pandemia, il ponte sarà attraversato ogni anno da tre milioni di persone e su questi binari viaggeranno non meno di 6 milioni di tonnellate di merci”. Ecco, due milioni saranno merci del suo territorio, e Goldstein lo sa. E perciò canta come un alpino.

Meglio di quello di Bassano.

DOWN

WOLFGANG BRAUNEIS

È curatore di una mostra semi permanente la cui natura potremmo desumere facendo come ha fatto il Guardian, cioè prendendo una foto d’epoca, epoca molto buia, e analizzando i personaggi in essa ritratti. Dunque: quella foto ritrae tre persone ed è stata scattata nell’estate del 1940 a Parigi, ovviamente con la Tour Eiffel a fare da sfondo romantico. E a sorridere sotto il simbolo più mieloso del pianeta ci sono: Adolf Hitler, il suo ministro degli Armamenti Albert Speer ed Arno Breker

Ecco, il terzo che forse è il meno “famoso” dei tre è quello che ha fatto scoppiare la magagna. Quale magagna? Quella degli artisti scelti, osannati ed irregimentati dal nazismo che hanno continuato a produrre, esporre ed avere finanziamenti anche dopo il nazismo. Attenzione ché la questione è sottile: il principio da cui si potrebbe partire è che su questo pianeta l’Arte sopravvive anche alla brutture a cui alcuni suoi interpreti l’hanno piegata nei periodi più cupi della Storia, periodi in cui le loro storie personali hanno assunto connotazioni da surf: si cavalca l’onda e poi si cambia mare. 

Ora, fissato il concetto, resta però un saporino amaro giusto dietro la lingua che si sostanzia in una domanda: è giusto che uno Stato finanzi ed operi attivamente per incentivare la produzione artistica di persone che hanno messo scalpello e pennello ai piedi della svastica? Il no del Guardian è netto, il si di alcuni degli eredi questi artisti è stato nettissimo, il “ni” del curatore Wolfgang Brauneis è stato strano e un po’ imbarazzante: “Certo che quelle opere prodotte durante il nazismo hanno dignità, anche l’iconografia di quelle prodotte nei decenni dopo il ‘45 è la stessa dell’era nazista, poi sarà la gente a giudicare”. 

Insomma, il tipo ha accalappiato l’elefante bianco e vuole spremerci qualche danè. Piccolo esempio degli incarichi affidati agli artisti del Terzo Reich dopo la fine del Terzo Reich: nel 1957 Breker fu incaricato di realizzare una scultura installata all’esterno del Wilhelm-Dörpfeld-Gymnasium. Nel 1944 lo stesso figurava in un elenco di 378 artisti “Gottbegnadeten”, cioè dotati da Dio, che Hitler esentò dal servizio militare e si mise a tavola nel suo Nido d’Aquila in Baviera.

Insomma, la mostra del Deutsches Historiches Museum fa parlare di sé perché ha sollevato un magone etico grosso come una casa. Come nel caso dei famosi intarsi per la Cancelleria del nuovo Reich. Raffiguravano un truce Marte, dio della guerra. Pare che vedendo l’opera Hitler avesse detto a Speer ghignando “Bene, bene. Quando i diplomatici seduti davanti a me a questo tavolo lo vedranno, impareranno ad avere paura”. Ecco, un po’ di paura è venuta anche a noi.

Arte Uber Alles.

USA-COREA DEL SUD

Il continuo incarognirsi dalle parti del 38° parallelo dura ormai dal 1953 e, per noi che guardiamo la faccenda dal pacioso Occidente, quel fenomeno ha sempre e solo avuto una causa ed un colpevole: la pericolosità di Pyongyang nei confronti di Seoul e la Corea del Nord che bullizza militarmente la Corea del Sud. Questo per una serie di motivi che proviamo a condensare: il Nord è comunista, tirannico e armato con il nucleare più instabile del pianeta, mentre il Sud è libero, filo americano e armato in maniera più soft. Ad ogni modo quelli che portano le stellette a Seoul ci sono sempre sembrati gente più equilibrata e di raziocinio dei loro omologhi su al Nord. 

Ecco, è sbagliatissimo, quasi tutto lo è. La Corea del Sud non è l’anima persa che deve convivere in una fetta di terra grossa come il Regno Unito con il fratellastro assassino, è uno Stato che di quelle logiche bulle conosce perfettamente le lusinghe e che su esse ci squadra geometricamente le sue azioni. La sola differenza è che al Nord sono tamarri per ideologia, al Sud lo sono per “amor di piccioli”. La riprova sta nei lanci delle ultime agenzie internazionali, che dicono che Seoul è alle fasi finali dello sviluppo di “un missile balistico terra-superficie potente quanto una testata nucleare tattica”. No, decisamente i tizi non fanno solo cellulari fighi. Né giocano solo a fare gli “amiconi ritrovati” ripristinando le comunicazioni transftontaliere con gli odiati cugini, secondo più di un servizio per inserire virus spyware.

Quando l’agenzia di stampa Yonhap ha dato la notizia il tono sembrava quello alla “spezzeremo le reni alla Grecia”. Spieghiamola: la Corea del Sud non ha armi nucleari, ne ha ospitate a bizzeffe di quelle “meregane” negli anni più caldi delle frizioni con Pyongyang, ma non ne ha di proprie, e scalpita per averle. Un anno fa Kim Chong-in, capo del principale Partito di opposizione sudcoreano, il People Power Party, aveva detto in una conferenza del Foreign Correspondents’ Club  che il paese aveva bisogno di avere armi nucleari sue. 

Perché? “Pure il Nord ce le ha”, ineccepibile se sei un secondogenito col moccio. Gli Usa allora erano impegnati a scornarsi fra seguaci di Trump e supporters di Biden e la cosa era rimasta in sospeso come le richieste di aumento della paghetta a papà quando papà ha i messaggi dell’amante da cancellare in chat. 

Poi Washington aveva riposto ed aveva riposto picche, ma aveva allentato le restrizioni sul programma missilistico. Poi, con Biden alla Casa Bianca, aveva finanziato un programma per sviluppare un’arma convenzionale che avesse lo stesso effetto di un’arma nucleare, come papà quando promette il videogame da 80 euro ma lo prende a 10 euro sulla bancarella dietro casa. 

Il risultato? Una fiera delle ipocrisie formali che ha prodotto un vettore capace di trasportare una testata di tre tonnellate. Il coso è progettato per distruggere le strutture e le basi missilistiche sotterranee penetrando nei tunnel e polverizzando i missili balistici nucleari e intercontinentali (ICBM) prima del loro lancio. Per inciso il coso, per semplice impatto di onda d’urto, può fare coriandoli di una città delle dimensioni di Frosinone.

Contento a papà?

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