La centrale nucleare che fece la città

C'è stato un tempo in cui il Sud del Lazio è stato la Silicon Valley italiana. Con un progetto immenso chiamato Cirene. Che poi è stato bloccato. I fatti di oggi dicono che è stato un suicidio ed i francesi ringraziano. Ma ciò che è inaccettabile è la cancellazione della memoria

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

La centrale nucleare quando Latina era la Silicon valley del boom economico. C’è una canzone di Sergio Endrigo che parla del bisogno di un fiore come elemento necessario per fare ogni cosa. Una canzone bellissima sul bisogno di cercare le ragioni originali del cose.

La Silicon Valley italiana

La centrale nucleare di Latina

Le radici di Latina come città, ma città vera non insieme di quattro retorici edifici, stanno nella intuizione di fare di questo posto la Silicon Valley italiana quando quella americana manco c’era. Prima centrale nucleare italiana, energia a basso costo per creare una industria che non c’era, per fare una città di un posto dove già il Consorzio Agrario era “grande industria” e il calzolaio re delle pellicceria.

Energia per tutti e nasce così il polo industriale pontino quello di cui è erede il distretto farmaceutico e poco altro. Fu una rivoluzione: trasformò i contadini in operai per fare la centrale, poi fece di quella cultura operaia la base per l’industria manifatturiera.

Ma a Latina non vogliono ricordare e gli intellettuali preferiscono fondarsi sulla “casa del fascio”, sui palazzi venuti malamente a forma di M nel nome di Mussolini.

Lo scempio culturale

Il cantiere sul sito nucleare di Latina (Imagoeconomica)

La centrale nucleare va cancellata, tanto che la destra al potere che lamentava e lamenta l’abbattimento della scala delle Poste, abbatte il pontile della nucleare lungo 700 metri dentro il mare. Uno scempio culturale, di opportunità economica, di lungimiranza politica.

La cancella la destra, non la difende la sinistra nel delirio ecologista che “moltiplica” le centrali a carbone, a gas, a derivati del petrolio.

Una storia rimossa, come lo è la storia del Cirene, il reattore a completa tecnologia italiana, che era figlio di quella scuola di fisici che da via Panisperna (Fermi, Segre, Majorana, Pontecorvo, Amaldi) cambiarono il mondo facendo della fisica italiana la leader mondiale fino a Carlo Rubbia (1984) e Riccardo Giacconi (2002).

La paura nascose le possibilità. Così la storia nucleare italiana è finita e Latina, guarda caso, si è spenta in una banalità angosciante.

I buchi nel piano energetico

La centrale nucleare di Latina

Oggi il tema torna, la Santa Inquisizione contro l’eresia nucleare mostra evidenti buchi neri. I fatti dicono che l’azione dei Torquemada dell’ambiente ha lasciato il Paese senza abbastanza fonti energetiche con cui far camminare il suo sistema industriale; che ora inizia ad accartocciarsi su se stesso a causa dei costi delle bollette del gas, figlie delle speculazioni prima che della guerra in Ucraina. E nello stesso periodo, non risulta ci siano stati francesi morti come moscerini sui parabrezza a causa delle centrali che invece i cugini d’Oltralpe hanno bellamente realizzato approfittando delle nostre paure.

Certo il tempo non torna, ma la memoria collettiva rimossa dal falso sul vero genera non mostri ma indifferenza. Eppure da quella storia nucleare oggi chiediamo ristori quando potremmo rivendicare opportunità: il Cirene doveva diventare una centro ricerche diretto dalla stesso Rubbia, oggi è il terminale di un cavo che porta corrente alla Sardegna, certo meglio di niente.

 Per chi volesse un po’ di memoria èn corso al museo della Terra Pontina, in piazza del Quadrato a Latina, la mostra “Latina e i Pionieri della bonifica” sulla storia nucleare pontino.

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