La grande confusione sul Carroccio a Civitavecchia

Anche a Civitavecchia è in atto la normalizzazione della Lega. Sostituito il capogruppo in Consiglio Comunale. Cosa c'è dietro: il concetto che il carroccio è uno.

É un microcosmo, ma rischia di divenire il teatro di un precedente pericoloso. Il caos innescatosi nella Lega di Civitavecchia sta facendo notizia.

Intanto il fatto più recente: il capogruppo in consiglio Comunale Antonio Giammusso è stato sfiduciato. Ora, l’uomo che era risultato il più votato alle scorse elezioni amministrative di maggio (402 preferenze), non tiene più le redini del Carroccio in Aula: non è più il capogruppo. Al posto di Giammusso va Alessandro D’Amico (da 321 voti). Eppure era stato scelto un criterio semplice: il ruolo di capogruppo spetta a chi ha ottenuto più consenso. Ma il metro di giudizio è crollato. Perché? Fonti del luogo riferiscono come ad imporsi sia stata “Roma“. In pratica: deve esserci totale sintonia tra le decisioni prese dalla diarchia Claudio Durigon (coordinatore di Roma) – Francesco Zicchieri (coordinatore del Lazio) e la linea applicata sui territori. E Giammusso era poco sintonizzato.

Infatti. Alessandro D’Amico è durigoniano di ferro, invece Antonio Giammusso è alla testa degli undici che hanno firmato un documento critico sulla situazione venutasi a creare nel Partito. (leggi qui Questa Lega ha perso la sua spinta inclusiva). In pratica: il Carroccio a Civitavecchia è diviso in due. Ma la linea Durigon – Zicchieri imposta dopo le elezioni Europee è un’altra: il Partito è uno soltanto, la linea è quella dettata dal Regionale. E per regolare l’orchestra a Frosinone e Viterbo nelle settimane scorse c’è stato l’azzeramento totale delle cariche. (leggi qui Ecco perché hanno fatto i due documenti a difesa di Zicchieri: servono ad uno scopo preciso e leggi anche Lega, via alla ‘pulizia’ anche a Viterbo: sul modello di Frosinone). A Civitavecchia c’è stato un primo segnale.

Il tutto è avvenuto all’insaputa di Giammusso. La sua sostituzione è stata protocollata mentre il coordinatore Enrico Zappacosta ancora trattava per convincerlo a dimettersi da capogruppo. In quegli stessi minuti era già stato sostituito.

Claudio Durigon e Francesco Zicchieri stano normalizzando le province ribelli. Roma si è strutturata: Flavia Cerquoni, quasi eletta con FdI alle passate elezioni regionali, è la coordinatrice riconosciuta. Sui territori provinciali, però, il caos è tangibile. E Civitavecchia è il luogo deputato a raccontare in piccolo quello che potrebbe accadere, di qui a breve, in grande.

C’è un antefatto. “Chi non vota è complice” aveva scandito il ministro dell’Interno Matteo Salvini, aprendo la campagna elettorale nel comune del litorale romano. Poi è stato eletto Ernesto Tedesco, in quota Lega, ma non leghista. Almeno non della prima ora: aveva già amministrato, come Assessore, nel primo quinquennio del 2000, occupandosi di Cultura. Chi governava? Il centrodestra. E la Lega? Nel 2001, a Civitavecchia, neppure esisteva. (Leggi qui la scheda).

Tedesco è considerato un “uomo di garanzia”. In che senso? Perché tocca dialogare con gli ex del Pd che fanno parte della maggioranza. Non era possibile scegliere un candidato troppo ideologizzato. E l’onda anomala proviene tutta dalla Lega. I consiglieri Pepe e Cacciapuoti provengono da Fratelli d’Italia: in questo caso ballano più di 340 preferenze per un duo presentatosi in accoppiata. Siccome il quadro partitico è movimentato, nulla vieta di ipotizzare che possano tornare a casa nei Fratelli d’Italia.

Giorgia Meloni sta allargando i suoi confini e in provincia di Roma, dove ha perso più di qualche elemento di peso, li riaccoglierebbe volentieri. Atreju è alle porte. Vedremo se i due si faranno un giro sull’Isola Tiberina.

Il consigliere Daniele Perrello (322 voti) che ora fa parte del gruppo misto, viene da Rifondazione Comunista, ma è transitato dai salviniani. Insomma: c’è un po’ di tutto. Enrico Zappacosta, che non è durigoniano come D’Amico, ma è comunque più leghista di tanti altri, doveva essere il candidato di coalizione: ha fatto un passettone di lato in favore di Tedesco. Le ragioni sono quelle spiegate sopra.

Gli altri? Avanti se c’è posto. Ecco perché i giammussiani sgomitano, sostenendo che la formazione politica di cui continuano a far parte abbia perso la “spinta inclusiva”.

Non è finita qua. Bisogna citare gli assessori salviniani, ma quelli li hanno scelti a Roma. Come se logiche territoriali e ragioni verticistiche collimassero. Alessandra Riccetti è la più partitica, la più filo-romana, tra i nomi selezionati dal primo cittadino mesi fa. Ma, perché in questa storia un “ma” c’è sempre, ha fatto parte del MoVimento 5 Stelle. Quindi la questione dei voti: ne ha presi meno di Giammusso (206), ma lei fa l’assessore e lui no. La mescolanza non ha messo in ordine i regoli, che continuano a cadere dalla scatola.

Matteo Salvini, forse, finirà all’opposizione. Ci sarà più tempo, in caso, per sistemare le cose che non vanno. Mettere a punto l’organizzazione della sua creatura potrebbe divenire una priorità. Per ora non lo è stata.

In questa narrazione c’è un precedente. Era metà giugno scorso: Matteo Salvini e il sindaco di Santa Severa Pietro Tidei, che è del Pd, sono stati fotografati a tavola, insieme. Che c’entra Civitavecchia? Marietta Tidei, ex deputata, ora siete alla Pisana. La parentela può non significare nulla, ma è la figlia di Pietro. Bene, a Civitavecchia, alle passate elezioni regionali, è stata la più votata.

Quell’incontro non è passato inosservato: ai zingarettiani non è piaciuto. Ma la Lega di Civitavecchia è un “porto aperto”: magari c’è posto anche per il sindaco di Santa Severa e per sua figlia. 

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