La mia Luna e quel brodo che non cade quando siamo a testa in giù (di L. Grassucci)

Cinquant'anni fa la conquista della Luna. L'incredulità e la superstizione. Il confronto tra un mondo di mezzo secolo fa e quello di oggi. Nel '69 Kennedy volle la luna "perché è difficile andarci", la generazione di oggi avrebbe chiesto un viaggio assicurato.

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

La luna, Zia Maria ancora non ci crede: “ma n do vutto andare, su a Luna, ma non se miga vero”. Replicò mio padre Antonio: “Ne se, ma u manco credete che la terra è tonda”. E per far coglionella agli scettici raccontava della prova che portava a “smentire” il fatto che la terra fosse rotonda: “Se è tonda e gira, allora perché quando stamo a caposotto il brodo non cade?”.

E rideva della incapacità di rispondere, perché la risposta stava in una mela che cadeva e non in un brodo che restava nel piatto.

Cinquant’anni fa, il mondo cambiava ed io con il mondo. Avevo 8 anni nel ’69, eravamo un poco più per i russi che per gli americani, ma era bellissimo vedere i razzi, la forza del motore. La luna, poi, andava di moda, era il posto del senno degli uomini, era stata chiamata in causa da Giovanni XXIII il papa montanaro ” Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… Noi chiudiamo una grande giornata di pace… Sì, di pace: ‘Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà’. 

Sì, il ponte tra uomini e Dio aveva chiamato a testimoniare la Luna, e la luna era nei viaggi di Verne nella strampalata avventura del Barone di Münchausen. Era il domani senza frontiere. Il presidente Kennedy disse: “andremo sulla Luna, non perché è facile, ma perché è difficile”.

Poi, noi bimbi del ’61 siamo nati nella Luna del Papa, nella sfida difficile della nuova frontiera, nella consapevolezza scientifica davanti alla superstizione che non spiegava la mancata caduta del brodo.

Poi scegliemmo il liceo Scientifico, la forza dei numeri, la tecnologia divenne il nostro Dio e la matematica la sua preghiera. Ci facemmo marxisti perché lì c’erano i meccanismi vincenti della ragione e non la sfiga delle superstizioni. Quanta distanza con le paure di oggi, con la società assicurata di oggi per chi viene da questa società del rischio: “andiamo perché è difficile”, oggi avrebbero chiesto un viaggio sicuro.

Quel 20 luglio del 1969 ci cambiò per sempre, capimmo che la vita non era in un orto ma che potevamo “sputarci” sulla Luna, poi su Marte e l’uomo faceva la sua ultima cattedrale a sfida di Dio: non eravamo più condannati a questo paradiso terrestre ma potevano andare più in là.

Papà non convinse mai zia Maria, del brodo che non cadeva si è perso traccia, ma resta la “buona volontà di essere uomini che è non avere paura di guardare al di là, di guardare la Luna e di toccarla“.

Ci siamo andati sulla Luna? Sì, perché da quel giorno nulla è stato eguale e nulla impossibile.

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