La morte tra le case di Amatrice

La Morte non sopportava il turno di notte. Lo riteneva noioso. C’erano solo poche cose da fare e sempre le stesse: qualche anziano che si spegneva nel sonno tra le lenzuola, un po’ di ragazzi che avevano fatto gli sbruffoni e si erano schiantati mentre tentavano di tornare a casa con le vene piene e la testa confusa dall’alcol, qualcuno che invece si era addormentato al volante… ogni tanto, a rendere più intrigante il turno, capitava quello che ci restava secco d’infarto mentre tradiva con l’amante o con un amore mercenario.

 

A lei poco importava come e perché: aveva un lavoro da fare e lo svolgeva con precisione. Perché, pochi lo sanno, la morte è una questione di puntualità: devi trovarti al posto giusto e nel momento giusto; se sbagli anche di pochi secondi corri il rischio di fallire la missione. E ogni tanto capitava…

 

Come tutte le notti, da quando l’avevano spostata a quel turno così monotono, passò all’armeria e ritirò la falce affilata; poi percorse il corridoio vuoto e andò verso la bacheca dove un paio di ore prima le avevano lasciato l’elenco di quelli che bisognava andare a prendere prima delle sei della mattina successiva, poi qualcun altro avrebbe montato al suo posto. Notò che questa volta l’elenco era più lungo, molto più lungo… c’erano almeno cinque fogli. «Vuoi vedere che questa notte c’è qualche corriera che va giù da un cavalcavia?» si domandò la Morte e avvicinò i fogli sotto la luce fredda dei neon dal soffitto per leggere bene.

 

C’era sicuramente un errore. Scorse le generalità degli ignari destinati a seguirla: oltre ai soliti anziani c’era una cinquantina di nomi. Ma qualcosa non la convinceva: ragazzi di Roma, poliziotti di Aprilia, bambini di Rieti, commercianti di Sezze… «Questo poi… sì ma certo: la mamma era nell’elenco de L’Aquila qualche anno fa, me la ricordo; non feci in tempo a prenderla e si salvò nessuno ha mai capito come… Lo so io: venti secondi di ritardo e si era già allontanata… Ma come faccio a prendermi tutta questa gente con tutti questi chilometri di distanza l’uno dall’altro?! Vuoi vedere che c’è un altro terremoto? Qui domani mattina bisogna mettere le cose in chiaro: se mandano la gente in ferie non posso fare il doppio del lavoro per lasciare divertire gli altri! Assumessero altro personale».

 

La Morte si mise in tasca i foglietti, la falce sulla spalla e fischiettando si avviò verso Amatrice, Accumoli, Arquata: un po’ d’aria di montagna, al fresco…

 

Nessuna emozione. Per lei non si trattava mai di una faccenda personale, ci teneva alla sua professionalità: mai in modo doloroso, spesso senza nemmeno spaventare, più si è veloci e meno il destinatario resta sorpreso ed ha il tempo di avere paura. Nulla a che vedere con i film del terrore. Tutt’altro. Lei cercava di presentarsi esattamente come quelli in elenco avrebbero voluto che fosse. E così appariva a ciascuno in modo diverso: a chi come un mamma sorridente che allunga la mano verso il figlio da portare dall’altra parte con l’illusione di ricongiungersi, a chi come un’amica morta anni prima e da cui non ci si era mai separati del tutto, ai bambini appariva come i personaggi dei giochi nella loro fantasia.

Lei era una Morte un po’ ribelle, non sopportava i colleghi e le colleghe che si divertivano a terrorizzare i convocati; con il tempo aveva imparato che la precisione è tutto e così ci si evita anche lo strazio di quelle mamme che ti chiedono di salutare per un’ultima volta il loro bambino prima d’andare via; al corso, tanto tempo prima, scelse di voler essere compassionevole.

 

Così, si infilò in quella casa del centro di Amatrice e mentre i ragazzi dormivano dopo essersi riuniti per una spaghettata in collina, senza far rumore andò dal predestinato e gli chiese di seguirla mentre tutto tremava e veniva giù; un attimo dopo era tra le pareti di un palazzo vicino e fu rapida a chiamare il marito, lasciando moglie e figli tra la polvere; si infilò due strade più avanti e depennò il nome della nonna evitando con cura di toccare i nipoti… e così ad una ad una, rapida, precisa. Non si fece vedere dall’anziana che si era raggomitolata tenendo stretti i due bambini di sua figlia, proteggendoli dalle pietre e per tenerli tranquilli, al buio, gli raccontava le favole, come fosse un gigantesco nascondino a misura naturale in attesa che arrivassero i pompieri a liberarli.

 

Prima dell’alba aveva finito. Accompagnò tutti nello stanzone della Centrale, dove tra poco avrebbero spento le luci dei neon e sarebbe cominciato un nuovo giorno. Come sempre, i nuovi arrivati erano confusi, frastornati, ma sereni: per strada aveva spiegato a tutti che c’è un numero di giorni assegnato a ciascuno e semplicemente, per loro era arrivato il momento di una nuova esistenza.

 

Li lasciò così, in attesa che arrivassero a prenderli, ciascuno in base a Ciò in cui credeva. Dopo una ventina di minuti, la Morte, stava già a casa: tolse il mantello nero, sfilò i guanti in pelle con cui evitare di tagliarsi con quella lama affilata, si mise un po’ davanti al televisore: già parlavano dei colori del terremoto, del sisma vigliacco, iniziavano le polemiche di sempre: sui tempi dei soccorsi, sul patrimonio edilizio ormai vetusto, sulla messa in sicurezza del territorio, sul governo che non protegge i suoi cittadini, ora c’era pure la polemica per l’accoglienza agli stranieri mentre ad avere bisogno sono gli italiani. Spense la tv e andò a dormire, stanca e soddisfatta: ancora una volta, quelli che gli avevano inserito nell’elenco l’avevano seguita sereni e senza spavento.

 

* Non ho voglia di parlare di politica oggi: di fronte al dolore ed allo strazio per una separazione non esistono parole che possano consolare: spero però che per loro la Morte sia stata così (Al.Po.)

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