La politica con la forma del tempo che occupa (di L. Grassucci)

C'è stato un periodo in cui la politica formava la sua epoca, plasmandola sulla base della sua capacità di visione. Ora non è più capace di formare un modo diverso di stare insieme.

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

La politica assume forme del tempo che occupa, non è capace più di formare un modo diverso di stare insieme.

Seguo, per professione, la campagna elettorale in corso e certo non va di corsa. Trovo luoghi comuni, trovo che è bandita la fantasia.

L’Europa è dipinta come un mostro o come un angelo, non è mai quel che è una ipotesi perfettibile. Gli immigrati sono o invasori o indispensabili, mai opportunità e rischi nel medesimo tempo perché sono ciascuno diverso dagli altri. Le pensioni rovinano o i bilanci o l’esistenza, mai fossero una necessità per il tempo che rende la fatica insopportabile.

Vengo dai ragionamenti sulla politica, dall’idea delle prospettive, dalla consapevolezza che nulla è già detto, tutto determinabile dalle nostre scelte.

Se in Libia i francesi barano è perché gli italiani non hanno giocato, se i cinesi occupano gli spazi è perché gli europei hanno continuato a pensarsi centro del mondo quando sono del mondo la periferia. La politica era capace di immaginare città fantastiche, città future per dirla alla Antonio Gramsci, oggi è riparazione ostinata della casa vecchia senza neppure l’ipotesi di una casa nuova, diversa. 

E in questo quadro perde che ha nel pensiero di domani la sua ragione sociale, la sinistra.

Una squadra non vince o perde in ragione dell’allenatore, ma vince o perde se dietro quell’allenatore c’è un progetto di gioco, una ricerca di talenti, il rigore degli allenamenti e il rispetto per i tifosi. Se c’è una grande storia che ha nelle sconfitte e nelle rinascite la linfa per le vittorie future.

Vedete di questo in giro c’è poco, tanta evidenza dell’ovvio, paura del cambiamento, paura in assoluto. La politica che assume il tempo che occupa, è inutile e infatti non andiamo più a votare e leggiamo la politica come uno spettacolo teatrale da consumarsi previo acquisto del biglietto, e se non ridiamo chiediamo il rimborso.