La recita di fine anno (Il caffè di Monia)

Imperdibile caffé di mezza mattina. Con la recita di fine anno da raccontare che è una palla insopportabile. E invece no. Perché è capace di catapultare nel passato. Che è futuro

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Avevo smesso tanti anni fa ed era stata una liberazione. L’appuntamento è alle due e quando arrivo non c’è più parcheggio. La strada sbuca nel nulla, c’è da fare una piccola salita sdrucciolevole sotto il sole del primissimo pomeriggio con la mia ridicola borsa di similpelle da donna di mezza età dove porto soltanto gli occhiali di riserva, penna, cellulare.

Loro sono lì sotto una tettoia allestita col faidate. Sono già in fila con le loro magliette bianche sulle quali le maestre hanno fatto stampare un albero. Non so perchè ma mi viene da pensare che anche qui la piccola Greta Thunberg c’entri qualcosa. Diciamoci le cose come stanno: si assiste spesso a scene delle quali francamente si farebbe volentieri a meno. Bambini ed adulti senza talento si esibiscono sul palco per alimentare la vanagloria di genitori, docenti e presidi deliranti in platea.

Piccoli stonati si cimentano in canti azzardati e corpicini esili e sudaticci si dimenano senza motivo convinti di stare ballando. Si è tutti convinti che dentro ogni bambino ci sia un genio nascosto da tirare fuori. E invece non è sempre così e seppure fosse, sarebbe possibile invitarlo ad uscire durante un fresco pomeriggio di marzo. A queste temperature non è più un invito, ma una minaccia. 

Aspetto insieme ai genitori che ci facciano segno di avvicinarci. Alla fine ci sediamo sulle panche di plastica, sbiadite e scomodissime. La capa maestra ci parla dell’anno appena trascorso che i bambini hanno dedicato alla natura, ringrazia le famiglie, i collaboratori e le altre maestre che hanno organizzato la giornata.

A terra ci sono due chitarre e i bambini hanno le facce tutte eccitate, ci aspettano le canzoncine. No le canzoncine no. Metto già gli occhiali da sole perché so esattamente come andrà a finire. Ho avuto le mie recite, me le ricordo bene ed un po’ le rimpiango ed un po’ ancora oggi le maledico. Quando i bambini attaccavano erano già a pieni giri e appena vedevo mia figlia salutarmi cedevo silenziosamente senza ritegno dietro le lenti scure.

Questa volta sono in veste di invitata, di “stampa”. Mi chiedo a cosa servano le recite di fine anno. Oltre che a portare ai limiti della sopportazione umana, maestre, genitori e bambini. Si parte con il titolo della recita scritto su uno striscione di stoffa sfilato da quattro bambini. “Il Parco delle Avventure”.

Tuffo al cuore. A pochi minuti di macchina da casa mia, c’era uno spiazzo brullo, ma ben curato. Qualche alberello filforme, delle strane giostrine di legno, qualche attrezzo di metallo dalle finalità misteriose. Più che da uomini e bambini, sembrava un posto per cani. Pochi colori, tutti toni di grigio, tanti paletti con i sacchetti per la raccolta dei rifiuti e un piccolo praticello recintato che non ho mai capito bene a chi non fosse accessibile. Non ricordo quale fosse il nome di quel posto o se un nome lo avesse mai avuto. Mia figlia lo chiamava il “parco delle avventure”. Nel fatto che io ci vedessi solo un po’ di panchine, dell’erba rada e marrone e degli strani attrezzi e lei ci immaginava delle straordinarie vicissitudini c’era un po’ il senso della vita che ci porta a nascere perfetti e a decadere lentamente.

Era una bella giornata. Era tanti anni fa. Lucida di sole, ma con tanto vento. Lei volle che la portassi al parco delle avventure. Noi due. Mamma e figlia, come due amiche. Arrivammo lì ed eravamo sole. Ci sedemmo su una panchina, con il vento che soffiava alle spalle. Lei sgranocchiava un biscottino, tutte e due a guardare il vorticoso avvolgersi delle foglie secche trascinate dal vento, perse ciascuna nella sua linea di pensiero.

Fra un gioco, un altro biscotto, la fontanella dell’acqua e una passeggiata alla ricerca di luoghi misteriosi, lentamente giunse la sera. Un’inattesa serata primaverile, tersa di stelle e fredda al punto giusto. Ci avviammo mano nella mano, verso la macchina. Lei col suo piccolo binocolo da esploratrice a tracolla, io con la borsa dove portavo le sue dotazioni di emergenza: succo, biscotti, asciugamano e cappellino.

Forse non vale la pena di raccontare fatti così banali. Sicuramente sono cose ordinarie che non interessano a nessuno. Io so solo che la vera pena è sentire quanto sia fugace tutto questo, esposto al rapido fluire delle cose. Lei crescerà, io invecchierò e il parco delle avventure sparirà.

Vivere ed amare, in queste condizioni, è un atto di coraggio assoluto o una dimostrazione di totale incoscienza. Ho scattato qualche foto, ho memorizzato nomi e canzoni. Era questo quello che dovevo fare, nient’altro. E invece no. Non c’è distacco nè professione. Mi lascio prendere dalla mia antica malattia, quella che schiaccia presente, passato e futuro in un sottilissimo filo di tempo e che mi condanna a dolermi per ciò che ho perso e per quello che perderò in ogni singolo istante della mia vita.

A saggio finalmente finito mi guardo intorno e capisco che il vero spettacolo sta negli esemplari di mamma che si possono incontrare in certe occasioni. Non se ne uscirà mai.