La Repubblica che ho imparato con i soldatini (di L. Grassucci)

Foto: © Stefano Strani

Il 2 giugno si può 'scoprire' anche da bambini. Almeno quelli di un tempo... quelli che giocavano con i soldatini. Che raccontavano un grande pezzo della nostra Storia

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Questa Patria mi è entrata in testa per via… dei soldatini. Quelli che facevamo guerreggiare sopra montagne di breccia, tra la polvere del portone. La breccia era il Piave, il deserto El Alamein. Fantasie di bimbi che avevano la fantasia di imparare e oggi nella sfilata del due giugno ho ricordato.

Eccoli i bersaglieri quelli di Alfonso La Marmora che combattono per l’Italia in Crimea di corsa e di corsa liberano Roma dai preti facendola italiana. O in sardo cantano i ragazzi della Brigata Sassari, i dimonios che facevano l’Italia sul Carso gridando all’assalto “Sardigna”, perchè avevano terra e non re.

E gli alpini con quelle facce cispadane che nessuno ha mai battuto sulle loro montagne e anche quando li mandarono al piano di Russia tornarono da soli, a piedi, con le loro armi. E i granatieri di Sardegna, alti che certi alberi dei boschi di Piemonte, con la consapevolezza di essere sempre l’ultima speranza, come a Porta San Paolo a Roma quando il Re era fuggito e loro, loro e i romani “urlarono” morendo che Roma era italiana. 

La Folgore che non vennero giù dal cielo “come nembo di tempesta” ma nelle trincee restarono oltre l’ultimo, oltre l’impossibile: “Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore…”  sono le parole dette alla Camera dei Comuni di Londra da Winston Churchill che di leoni e coraggio se ne intendeva.

I lancieri di Montebello che ereditano la bellezza della cavalleria, eredi anche dei Savoia cavalleria che scrissero una pagina incredibile a  Isbuscenskij un posto sperduto nella steppa russa  la mattina del 24 agosto 1942, settecento uomini a cavallo attaccarono 2500 soldati russi dotati di carri, mortai e mitragliatrici. Dovevano dare tempo agli alpini di “staccarsi” e salvarsi. Destarono lo stupore negli attaccati, che pensarono non fosse possibile una cosa così. Per lo stupore e il loro ardore fermarono per un poco i russi, morendo lì. Erano soldati elegantissimi, cavalieri unici, mangiavano sempre con posate d’argento, e sempre prima i cavalli. Erano ragazzi di 20 anni.

I carabinieri, con il pennacchio “usi andare due a due per le vie del regno contro i malfattori”. L’otto settembre il re fuggiva, i capi della guerra pure, l’unico pezzo di stato che è rimasto sono stati loro: nelle stazioni, solo loro a dire ai cittadini smarriti che l’Italia si poteva ricostruire, quando era impossibile solo pensare che fosse possibile. Ci possiamo anche fare barzellette e loro ci stanno, ma sono gente seria.

Mi taccio di Cefalonia e della Divisione Aqui, mi taccio dei piloti, dei marinai.

Molti di questi soldati andarono in montagna contro l’invasore, molti nei campi di prigionia rifiutarono di servire i nazifascisti. E non era facile.

Ho voluto rendere omaggio a questa Italia, seria e vera, perché non è vero che è stato un gioco, non è vero che questa Patria non ha popolo, non ha soldati, non ha ideali, non ha combattuto.

Ogni volta che vedo la bandiera della Repubblica a Roma, ricordo con orgoglio i miei granatieri che a San Paolo dissero per sempre che Roma è libera e italiana e mai serva. 

Lunga vita alla Repubblica.

Crediti: Foto: © Stefano Strani
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