La rivoluzione interrotta di Toti: «Né contro Silvio, né scissione». E fa il pienone

Quasi duemila persone al Brancaccio per la Convention di Toti. Nessuna scissione, nessun addio a Berlusconi. la rivoluzione si è interrotta dopo il confronto di ieri con il Cav. Chi c'era e chi no. Cosa ha detto. E cosa accadrà

Camilla de Tourtrissac
Camilla de Tourtrissac

Tagliacucitrice con gusto

Come uno starnuto abortito all’ultimo istante. Proprio mentre tutto era pronto per l’ultimo respiro liberatorio. La rivoluzione di Giovanni Toti non va oltre i proclami e gli annunci, nulla dopo gli squilli di tromba. Al teatro Brancacio di Roma non c’è stato nessuno strappo, nessun annuncio di un Partito nuovo con il quale seppellire in modo definitivo le macerie di Forza Italia. Nessuna separazione. La bomba atomica che doveva far deflagrare Silvio Berlusconi ha fatto tanto rumore ma era caricata a salve. Porterà ad una discussione nel Partito. Ma non abbatterà le mura.

Le ore precedenti

Fa caldo al Brancaccio. Un caldo infernale. Il teatro è pieno zeppo. Ad allargare la strada è stato il confronto avvenuto ieri tra Silvio Berlusconi, Giovanni Toti e l’altra coordinatrice Mara Carfagna. Berlusconi. Doveva essere il momento degli addi. È stato quello della retromarcia. Al Tavolo si sono seduti anche i generali dello Stato Maggiore berlusconiano: l’eterno Gianni Letta e lʼarcigno Niccolò Ghedini, aspro come un ulivo ma vocato al dialogo.

Chiedono conto della frase pronunciata in mattinata dal Governatore della Liguria negli studi di La7 nel corso di Coffee Break: “Forza Italia deve bombardare il quartier generale”. Il bivio è lì di fronte. Giovanni Toti sceglie la via che non allontana da casa: spiega che quella frase è di Mao, la pronunciò nel celebre discorso in cui rimproverava al Partito Comunista Cinese di essersi addormentato sui propri valori fondanti.

Silvio Berlusconi può decidere se farsi venire l’orticaria e chiamare d’urgenza il medico per essere stato paragonato a Mao oppure raccogliere il segnale di distensione. Decide per la seconda ipotesi. Ma mette subito un veto: no alle Primarie per scegliere il leader di Forza Italia. E per spiegarne le ragioni non porta al Tavolo alcuna analisi politica ma un’evidenza: la Lega è al 34%, Salvini non è stato eletto con le Primarie, decide tutto lui ed il Partito viaggia a gonfie vele. In più, aggiunge un secondo elemento: “Le Primarie portano sfiga“.

Niente rottura, niente bombardamenti sul quartier generale, niente parricidio politico: Toti rassicura Berlusconi che la convention di oggi deve essere intesa come “uno slogan, una somma di ricette in cui domani proveremo a tracciare il futuro di Forza Italia”. E non una manovra contro il Cavaliere.

L’intervista al Corriere

Il solco dell’iniziativa di oggi viene tracciato in mattinata sul Corriere della Sera. Al giornale di Luciano Fontana il Governatore della Liguria dice che per rinnovare il Partito occorre aprirlo. E per aprirlo a nuovi contributi ci vogliono le primarie. Giovanni Toti non esclude il cambio di nome a Forza Italia. «Occorre parlare soprattutto a coloro che non si riconoscono più in Forza Italia, quindi è evidente che ci vogliono regole aperteche consentano a tutti di partecipare».

Insiste sulle Primarie. E spiega di essere «aperto ai suggerimenti, rifiuto le accuse di ‘Toti-litarismo’, Forza Italia deve divenire una piattaforma che consenta a tutti di partecipare, con commissioni di garanzia che controllino il percorso. Altrimenti rischia di essere un passaggio sterile». E sostiene che il congresso di Forza Italia dovrà eleggere “tutte le cariche dei coordinatori, dalle città sino al livello nazionale, la direzione che esce deve avere poteri politici veri, sennò di cosa stiamo parlando».

Come si legge quell’intervista? Lo scontro è solo rinviato. A martedì: quel giorno si riunirà il tavolo delle regole. Lì si scriverà il regolamento in base al quale tenere il primo congresso nella storia di Forza Italia. E lì si vedrà chi ha la reale volontà di cambiare le cose: se anche Mara Carfagna vorrà scrivere regole rivoluzionare come quelle di Giovanni Toti il Partito sarà messo di fronte ad una scelta: rigenerarsi o lasciarsi morire. 

Il Brancaccio zeppo

Il Brancaccio è completamente zeppo. C’è l’ex ministro Paolo Romani, c’è il senatore Paola Ravetto, l’ex sottosegretario Francesco Giro, c’è il direttore Paolo Liguori con Osvaldo Napoli.

Dai territori si vedono anche le truppe del coordinatore regionale Claudio Fazzone: al suo fronte appartengono il presidente della Commissione sanità del Lazio Pino Simeone, c’è il sindaco di Fondi e parlamentare europeo in attesa di Brexit Salvatore De Meo.

Il blocco del Lazio è compatto con il vice coordinatore nazionale Enti Locali Mario Abbruzzese, il presidente della Commissione Cultura del Lazio Pasquale Ciacciarelli, l’ex vice presidente d’Aula Adriano Palozzi.

C’è il coordinatore provinciale Frosinone Tommaso Ciccone e c’è il mancato coordinatore Riccardo Del Brocco che ha già una scarpa dentro a Fratelli d’Italia. C’è il responsabile regionale del movimento Giovanile Luca Zaccari con i dirigenti provinciali Martina Sperduti e Laura Viola.

Alla fine va anche la testa pensante di Gaetano Quagliariello, il senatore che sogna una nuova casa per i liberal-conservatori «prima che scompaiano. Due cose sono certe: la prima è che serve una forza liberale e cristiana, conservatrice dei princìpi della civiltà occidentale e modernizzatrice del Paese, che integri e riequilibri il centrodestra coniugando le istanze della sicurezza con quelle della libertà; la seconda è che tutto ciò serve non solo al centrodestra ma all’Italia. Non ci sono infatti alternative: o nasce questa forza o il Paese dovrà rassegnarsi a essere governato dall’unione tra una destra solo leghista e una banda di scappati di casa».

Si fa vedere anche l’ex ministro Carlo Giovanardi. «Sono stato uno dei fondatori del Pdl, che è stato cancellato. Ma spero che questa iniziativa lo ripristini. La mia speranza è che ora venga fatta una selezione della nuova classe dirigente che parta dal basso».

Non s’è fatto vedere Francesco Aracri, protagonista nei giorni scorsi di uno scontro frontale con il suo pupillo Adriano Palozzi (leggi qui Scontro al veleno tra Aracri e Palozzi: si incrina la colonna romana di Toti nel Lazio). Non digerisce questo ‘piacere interrotto’ di cui Toti è protagonista: «Capisco il travaglio prima di una prendere una decisione. Ma questo stop and go continuo non lo capisco. Se chiarezza è Sì, Nì, ma, però. Allora che ci vado a faʼ al Brancaccio?»

Ma l’assenza che fa più scalpore è quella di Antonello Aurigemma, capogruppo di Forza Italia in Regione. È uno dei quattro che a Montecitorio ha annunciato la scalata Tatiana al Partito. Perché nel giorno di quella che doveva essere l’apoteosi ha deciso di non esserci?

Alla fine non ha trovato tempo per passare Claudio Fazzone e nemmeno il suo vice coordinatore Gianluca Quadrini. (leggi qui Fazzone lascia aperta la porta a Toti. Ma non va al Brancaccio). Non s’è fatto vedere il consigliere comunale Danilo Magliocchetti e nella componente si apre un caso: fino ad ora è stato il fedelissimo di Abbruzzese, in Regione è lo stimatissimo capo della Segreteria. C’è chi ha posto la questione.

No scissioni, no contro Cav

Arriva il momento dell’intervento di Giovanni Toti. Lo precede una serie di clip rapidissime nelle quali i presenti spiegano perché sono al Brancaccio: tra le immagini scorrono anche gli interventi di Pasquale Ciacciarelli e di Mario Abbruzzese.

Abito scuro, camicia bianca, senza cravatta (Berlusconi inorridirebbe) Giovanni Toti prende la parola. Esordisce dicendo «La politica è passione, non permetteremo a nessuno di uccidere questa passione“. Dal palco della convention campeggia l’hashtag, #cambiamoinsieme, che segna l’idea di svolta voluta e pensata da Toti.

«Nessuno dica che Toti è contro Berlusconi. Qui non c’è nessuno contro Berlusconi” dice il Governatore della Liguria. Che aggiunge «Non siamo nemmeno qui per dividere nessuno, ma anzi per riunire il centrodestra. La scissione dell’atomointeressa i fisici del Cern di Ginevra….».

La rivoluzione? Di velluto

Se rivoluzione deve essere allora che sia di velluto. Giovanni Toti non attacca Berlusconi. Ne chiede la benedizione. Ma intanto prosegue sulla rotta con cui punta a conquistare il Partito.

Sono i numeri a dare la dimensione della situazione. «In 10 anni siamo passati dal 40% al 6%, e qualcuno continua a dire che non stiamo andando cosi’ male. Insieme a Fdi arriviamo al 12%, un quarto rispetto ai leghisti. Di questo passo andiamo verso lo 0 assoluto e non possiamo andare avanti cosi».

Chiede a Berlusconi di essere protagonista del cambiamento. «Nessuno dica che sono contro Berlusconi. Ha fatto la storia della seconda Repubblica. Quello che chiedo a tutti, Berlusconi compreso, è di permettere di costruire la terza Repubblica».

Insiste sulle Primarie. «Il Pd ha fatto da poco le primarie ed è l’unica cosa che invidio a quel partito perché, non me ne vogliano, non credo abbiamo fatto il bene degli italiani negli ultimi anni. Non hanno aiutato ne’ il bullismo di Renzi né lo snobismo con l’Iphone 10 del pariolino Calenda».

Attacca la presenza del Movimento 5 Stelle nel governo con la Lega. «Al governo, la Lega alleata con il M5s tira fuori il peggio di sé, per necessità di convivenza. Intanto le risposte dal governo non arrivano. Sulla Tav continua il balletto e oggi in Val di Susa non investe nessuno. Stiamo aspettando di sapere se la Gronda di Genova Toninelli la vuole fare, mentre sta facendo crolllare il titolo in borsa di Atlantia».

Il detonatore dello strappo

Si potrebbe obiettare che è un discorso tutto interno a Forza Italia. E non il discorso di un leader di Partito che detta una visione nuova, alternativa, con una prospettiva per il Paese ed un richiamo all’Europa. Ma sarebbe il minimo.

Perché? Ma insomma, oggi non dovevano fare lo strappo? Non dovevano annunciare il drammatico addio da Forza Italia. Non doveva esserci la separazione da Silvio Berlusconi? Macché. Serviva a creare l’effetto attesa, a legittimare il ruolo di Toti all’interno del vertice.

Lo spiega Laura Ravetto. ai cronisti dell’AdnKronos spiega «Giovanni oggi è stato molto abile nel far detonare le voci di uno strappo del Partito, i suoi toni sono stati di condivisione e apertura. Mi sembra che l’iniziativa sia stata utile a recuperare consenso».

Se davvero è così, è più abile e furbo di Berlusconi. O quasi.