La sfida nel centrodestra e la tregua imposta dal lutto a sinistra

Il centrodestra tenta di gettare il seme a Veroli. Operazione mai riuscita in epoca moderna. Ecco alcuni dei motivi. La morte dell'avvocato De Simone impone a tutti lo stop della propaganda politica.

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

A Massimo Ruspandini e Gianfranco Rufa, in trittico con il puntello regionale di Pasquale Ciacciarelli, tocca il compito forse più duro in assoluto dell’intero panorama elettorale frusinate: piantare un seme dove perfino Mario Abbruzzese aveva trovato zolle dure e acqua razionata: a Veroli.

L’esponente forzista e candidato sindaco di Cassino ci aveva provato, ad accasare un tarlo in terra ernica, proprio con quel Giancarlo Iaboni che oggi invece regala il suo charme al governement team di Simone Cretaro.

È andata male, sono cose che succedono. I ciociari non hanno mai amato colonizzazioni cassinati, a differenza dei cassinati che dalla Ciociaria più volte hanno digerito veline e veleni.

Veroli è cittadina conservatrice. Tanto conservatrice che, per paradosso, soffre di più nel cambiare che nel restare immota, chiunque tenga le redini del carro. Secoli di papalismo ortodosso hanno fatto si che, nei pensieri e nelle azioni, i suoi abitanti abbiano imparato a procedere con la stessa, stanca ma ferrea solennità di cento, mille processioni. A un verolano perfino il cielo non puo’ ordinare con quale ritmo intonare le sue litanie, ma solo di sgranare il rosario e dirle.

Come Von Rundstedt e Guderian impegnati a superare le Ardenne nel ’40 per arrivare a Parigi, i due inquilini ciociari di Palazzo Madama dovranno fare il miracolo: portare i verolani ad andare in urna spediti e veloci, oltre una selva di convinzioni comode e di capoccioni del Pd di calibro assoluto, aggirare la Maginot di Simone Cretaro e puntare alla sede comunale di Piazza Mazzoli.

Ma Piazza Mazzoli c’entra poco. L’obiettivo è più strategico, molto meno locale di quanto non si creda e il panzer sacrificale è lui, Herr Marco Bussagli, che si appresta a far sfilare le truppe in un posto iconico in quanto a nome, orwelliano ma con toni più soft: la Fattoria. Doveva farlo sabato, ma a Veroli la tregua d’armi è sacra se a bussare è la Morte.

La Grande Mietitrice è venuta nei vicoli a provare il filo della falce addosso a uno che, la sua vittoria, l’aveva già incassata con le sole idee e con il modo di portarle avanti, senza bisogno di testarle sul pallottoliere elettorale: Paolo De Simone, il Comunista Senza Macchia. Più del “falcetto” (il nome dell’operazione per valicare le Ardenne era proprio quello “Falcetto”) pote’ la falce. Che ha portato via all’età di 71 anni l’avvocato talmente a sinistra da non avere mai militato nel Pci ma in Democrazia Proletaria, più volte consigliere comunale a Veroli, passato in Rifondazione Comunista dopo la scissione del Congresso di Rimini.

E alla fine succede anche questo, fra quei vicoli guatati dalla mole degli Ernici e resi tetri e splendidi dall’ombra di antichi palazzi che cantano la canzone della Storia vestiti di edera orgogliosa: che due generali, un comunista e una manica di capoccioni di partito teletrasportati dalla valle debbano chinare il capo davanti a un popolo che, se decide che oggi ci si deve solo riunire in preghiera per un suo figlio, si scorda le urne e onora i suoi morti.

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