La solitudine dei numeri secondi: Mimoun, l’eroe di Montecassino che fu l’ombra di Zatopek

La storia del grande mezzofondista nato nell'Algeria francese: in un'altra epoca sarebbe stato il migliore, ma il destino lo "condannò" ad arrivare sempre dietro al leggendario podista cecoslovacco. Fino alla nemesi di Melbourne 1956.

di Marco PATUCCHI

per REPUBBLICA

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Vedi Raymond, anche stavolta arrivi secondo…“.

Le parole di Jacques accesero un mezzo sorriso sul viso di Raymond che, però, aveva gli occhi lucidi.

Jacques era Jacques Anquetil, Raymond era Raymond Poulidor: due icone del ciclismo di tutti i tempi.

Anquetil, il semidio francese vincitore di cinque Tour, quel giorno di novembre del 1987 era in punto di morte e l’eterno rivale stava lì davanti a lui per l’ultimo saluto.

Anche stavolta arrivi secondo“, perché il destino e l’anagrafe hanno consegnato un campione come Poulidor (otto volte secondo alla Grande Boucle) all’era sbagliata, negli anni del domino incontrastato di Anquetil. La solitudine dei numeri secondi.

Ce l’hai fatta, Alain. Sono così felice per te“: Emil baciò Alain sulla guancia e lo abbracciò. Emil era Emil Zatopek, il leggendario podista cecoslovacco unico al mondo ad aver vinto l’oro nei 5000, nei 10000 e nella maratona durante la stessa Olimpiade; Alain era Alain Mimoun, uno dei più grandi atleti della storia francese.

Ma anche un altro campione nato nel periodo sbagliato: quell’abbraccio commosso ci fu nel 1956 a Melbourne, dove Mimoun aveva appena vito la sua prima medaglia d’oro olimpica. E, soprattutto, aveva battuto per la prima volta Zatopek dopo un decennio di infiniti secondi posti dietro alla “locomotiva umana”. Dal 5000 della sfida Cecoslovacchia-Francia del 1947 a Praga (quando Zatopek per poco non lo doppiò), all’argento ai Giochi di Londra 1948 sui 10000; dall’argento sui 5000 e sui 10000 a Helsinki 1952, alla serie di meeting internazionali che infiammavano gli stadi in quegli anni straordinari per l’atletica.

Per tutti Mimoun era “l’ombra di Zatopek“. E fino al trionfo australiano nell’ombra restò anche la sua vita.

Ali Mimoun Ould Kacha era nato nel 1921 nell’Algeria Francese, combattè in guerra e sulle piste indossando orgogliosamente i colori della patria adottiva che lo ricambiò a lungo con l’emarginazione razzista.

La guerra in Africa contro i soldati di Rommel, la trincea in Belgio, la scoperta del talento per il mezzofondo su una pista di cenere a Bourg-en-Bresse, dove era di stanza la sua compagnia. La battaglia di Cassino e la gamba massacrata da una granata, l’amputazione scongiurata solo grazie alla sua caparbietà e all’abilità di un medico militare all’ospedale di Napoli.

La medaglia per Mimoun l’eroe di guerra? Un posto da cameriere al ristorante del Racing Club di Parigi, al  Bois de Boulogne, dove si ritrovò spesso a servire a tavola gli altezzosi atleti che batteva regolarmente in pista. Di ritorno da Melbourne trovò una figlia, nata due giorni prima della maratona, Olympe, e le congratulazioni del generale de Gaulle (“Noi due abbiamo una cosa in comune: resistiamo”) che gli conferì il titolo di moniteur national e la Legion d’onore. Successivamente fu nominato da Georges Pompidou ufficiale della Repubblica e da Jacques Chirac commendatore. Ma gli anni dell’emarginazione non li dimenticò mai.
Se riguardate su Youtube le immagini dell’arrivo della maratona di Malbourne, vedrete Mimoun (che per tre quarti della gara aveva corso con la testa coperta da un fazzoletto bianco annodato agli angoli, somigliando incredibilmente, baffetti compresi, al Dorando Pietri di Londra 1908) tagliare il traguardo, scansare i giudici e voltarsi subito verso il Marathon Gate, l’ingresso dello stadio: aspettava Zatopek, pensava di vederlo arrivare dopo di lui.

Lo cercava tra i maratoneti che, uno di seguito all’altro, imboccavano la pista davanti a centomila spettatori. Invece arrivò per secondo un russo, poi un finnico, poi un coreano, poi un giapponese…finalmente un grande boato salutò l’ingresso nello stadio di Zatopek, con la sua calvizia incipiente e lo stile di corsa inconfondibile. Si classificò sesto.

Mimoun, che ormai aveva indossato anche la felpa della nazionale francese, lo applaudì urlandogli: “Emil, ce l’ho fatta. Sono campione olimpico“. Poi l’abbraccio.

Emil aveva il volto di un santo – ha raccontato Alain – . Io ero la sua ombra, ma ora ero diventato il suo sole“.

Il giorno della nemesi di un grande uomo. Mentre sul podio ascoltava la Marsigliese, Mimoun pensò per un attimo alle esplosioni di Cassino, all’enorme nuvola di fumo che avvolgeva quel monte desolato e martoriato.

La gente non sa di Montecassino. Non gliene importa. Mi tennero una scheggia in corpo per venticinque giorni, perché si muoveva. Fu un inferno, ma almeno ero vivo“. La solitudine dei numeri secondi.

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