La soluzione di Celestino V per Coletta. Le rime di Dante per Zaccheo

Una proclamazione dopo un percorso al limite del surreale. Dove sarebbe comprensibile se il sindaco trieletto ora facesse come Papa Celestino. Ma altrettanto va detto che C'è un limite con i ricorsi oltre il quale non si deve andare. perché si rischia per apparire come quelli che non accettano di perdere. Se eutanasia deve essere è più lecito che avvenga per via politica. E non per via Giudiziaria.

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Il primo bene di un popolo è la sua dignità. (Camillo Benso conte di Cavour).

Lo chiamarono per salvare la Chiesa. Lui era romito: se ne stava sopra Sulmona a pensare a Dio, in santità. Gli chiesero di salvare la Chiesa ma poi i chiesici cominciarono a far mille distinguo. E quell’eremita disse: “sa che nova c’è? Ma iate affan…“. E si ritirò per il suo destino.

Naturalmente i giornalisti dell’epoca non lo capirono. Un tipetto, tale Dante, scrisse a proposito di Celestino V nel suo gionale “La Divina Commedia“:

ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto (Inf., III, 59-60).

Quando la stampa ti fa un cattivo nome…

Papa Celestino V

 Invece quello era pio, tanto che poi lo han fatto santo. Ma quando fu fatto Papa, di lui si racconta: “Troppo vecchio, incapace di liberarsi delle continue richieste di favori da parte dei suoi monaci. E più di Carlo II (che lo indusse a nominare varî cardinali francesi) il 13 dicembre 1294 volle abdicare. Fu incoraggiato nella sua decisione, pare, dal cardinale Benedetto Caetani. Il quale, eletto Papa col nome di Bonifacio VIII, dapprima lo fece sorvegliare. Poi, dopo un tentativo di fuga, lo confinò nel castello di Fumone”. (Enciclopedia Trecani).

Certo non salvò la Chiesa ma seminò il dubbio che un altro modo di governare era possibile, anche se forse lui non ne era capace.

Lo cacciarono e lui del suo successore disse „[A Papa Bonifacio VIII] Entrasti (nel papato) da volpe, regnerai da leone, morirai da cane”.

Coletta e Salomone

Il Giudizio di Salomone (Raffaello Sanzio)

Tempi lontani, tempi di altri uomini. Ma tutta la situazione che si è creata intorno alle elezioni Comunali di Latina, meriterebbe un’uscita come quella fatta da Papa Celestino. Ma per non lasciare dubbi nella futura memoria, prima del ‘gran rifiuto‘ (o del Vaffa…, fate un po’ voi) ci sarebbe da chiamare tutti i Dante in circolazione. Per raccontargli una storia.

Un giorno andarono dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui.  Una delle due disse: «Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa sola era in casa.  Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco – la tua schiava dormiva – e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io».

L’altra donna disse: «Non è vero! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto». E quella, al contrario, diceva: «Non è vero! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo». Discutevano così alla presenza del re. 

Egli disse: «Costei dice: Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto. E quella dice: Non è vero! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo». Allora il re ordinò: «Prendetemi una spada!». Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: «Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra».

La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio. E disse: «Signore, date a lei il bambino vivo; non uccidetelo affatto!». L’altra disse: «Non sia né mio né tuo; dividetelo in due!».

Presa la parola, il re disse: «Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre».  Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunziata dal re e concepirono rispetto per il re, perché avevano constatato che la saggezza di Dio era in lui per render giustizia. (dal Libro dei Re 3, 16-28).

Latina come il bambino

Damiano Coletta

Immaginate Coletta mentre dice “Date a lui Latina. Datela a Zaccheo”. Senza aggiungere altro: altro non serve se non “Datela a lui Latina e pro Bono vi faccia”.

Chi è Salomone? Il Popolo che domenica 4 non è andato a votare e i non votanti sono più della somma dei votanti di tutti i sindaci in competizione.

Con il paradosso di Gianluca Bono che, escluso dal ballottaggio perché non l’hanno votato, mo fa ricorso sul turno in cui lui non c’era. Per restare con Dante lui si sente la luna che vive di luce riflessa del sole. Ma se Coletta fa “il gran rifiuto” pure sta roba finisce.

Vincenzo ti prego fermati, basta ricorsi

Ha ragione Damiano Coletta: appresso a questa storia del rivoto s’è perso fin troppo tempo. Ci sono le scelte da prendere, cantieri da aprire, progetti da competare. Basta, c’è un limite ad ogni cosa.

Vincenzo Zaccheo

Personalmente perdo spesso e mi incazzo da morire. Tanto mi incazzo ma faccio finta di accettarlo. Proprio per questo occorre dire basta: basta con avvocati, avvocaticchi, azzeccagarbugli. Basta con ricorsi, eccezioni, doglianze. Se continui così sembra che “non ci vuoi stare“. E questo offende la persona e la storia politica di chi imbocca una strada simile. 

Intervistai un grande sindaco di Sezze, Alessandro Di Trapano, dopo la prima rovinosa debacle comunista in una città che non era Stalingrado perché era Leningrado.

Alla domanda “ma come si sente dopo questa sconfitta?“. Non rispose “hanno sbagliato a votare”, oppure “hanno barato”. Rispose invece “mi sento come una vigna rimossa”. Voleva dire che era devastato, in cuor suo considerava quella sconfitta una onta alla sua vita. Ma non alzò mai carta bollata, non andò mai dalle guardie, non andò dai preti. Consumò il suo dolore facendo l’oppositore, nel rigore che sapeva e nelle ragioni che aveva.

L’accanimento oltre i termini

Se giochi al calcio valgono le regole del calcio e non puoi dire che se si fossero applicate quelle del rugby avresti vinto. Se insisti nonostante la sconfitta, non passi per generoso innamorato della città, ma per onanista senza altro amore se non di te stesso.

Basta, bisogna mettere un punto. Semmai è lecito andare in Consiglio, raccogliere le firme e mandare via il sindaco. Se ci sarà un centrodestra unito sul medesimo parere: una eutanasia per via politica è più onorevole di una per via giudiziaria. Perché la sede naturale in cui nascono e muoiono (anche in maniera prematura) le maggioranze è l’Aula. Non i tribunali.

Robespierre non ha chiesto ad una Commissione del Re di verificare le condanne alla ghigliottina: se ne è assunta la responsabilità. E quando toccò a lui non presentò ricorso ma subì il torto. E’ il peso della Storia. La storia non si fa con la carta bollata, ma con la capacità di cambiare le cose senza interposti poteri.

La percezione? Che farai ricorsi fino a quando non vincerai tu. E non è sensazione bella. L’amore è generoso o non è.

A Vincenzo Zaccheo si può chiedere di essere generoso, lasciare perdere gli avvocati. E se proprio Coletta non ti va giù: scrivi la mozione di sfiducia. Questo sarebbe amore, l’amore non ha sentenze ma

Amor, ch’a nullo amato amar perdona (Inferno, Canto V, Dante Alighieri)

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