La tragica fine del marchese “brigante”

Quando i Savoia invasero il regno borbonico ci fu ondata di giovani idealisti europei che si riversò nel sud d'Italia. Tra loro il marchese Alfred De Trazegnies. Che venne fucilato dai piemontesi a San Giovanni Incarico. La tenera storia d'amore che ne fece un avventuriero. L'incidente diplomatico. la sepoltura con tutti gli onori

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Dopo il 1860 le regioni dell’Italia meridionale furono sconvolte da un violento fremito di ribellione popolare. È quello passato alla storia con il termine di “brigantaggio”.

Braccianti, contadini, artigiani, ex soldati del disciolto esercito borbonico, imbracciate le armi, presero la via della montagna. Iniziarono a contrastare, in nome del deposto re, l’incedere delle truppe piemontesi che ultimavano l’occupazione del sud della Penisola. Anche perché, in caso di resa, la prospettiva per loro non era delle migliori: la storia racconta di una “soluzione finale” per gli ex soldati borbonici.

La brigata internazionale

da sinistra i briganti Cosimo Giordano, Carlo Sartore e Francesco Guerra (Foto: archivio S.O.M.S. Cerreto Sannita)

Il “fuoco” della rivolta, fra recrudescenze e assopimenti, si protrasse per un intero decennio e provocò un mare immane di sangue. Una vera e propria ecatombe che s’interruppe soltanto intorno al 1870.

In quel drammatico decennio, da ogni parte d’Europa, affluirono in Italia persone desiderose di assicurare sostegno a quelli che i piemontesi, con termine dispregiativo, chiamavano “briganti”. Il loro intento era nobile e disinteressato: si trattava, infatti, di sostenere la lotta strenua e senza quartiere di uomini coraggiosi che non avevano piegato la testa dinanzi alla tracotanza dell’invasore piemontese. Che, tra l’indifferenza e il disinteresse delle potenze del continente europeo, si apprestava ad impossessarsi “manu militari” delle terre, delle ricchezze e della dignità delle genti del meridione.

Un’impresa disperata, in virtù della quale non si ricevevano medaglie o sontuosi appannaggi ma solo una scarica mortale di pallettoni. Questi ardimentosi personaggi, sempre pronti ad accorrere là dove la libertà di un popolo era in pericolo e ad offrire la vita per una giusta causa, erano i “legittimisti”. In pratica? Uno stuolo variegato di rampolli di famiglie altolocate, nobili squattrinati, militari rimasti senza occupazione, avventurieri in cerca di forti emozioni, scrittori, poeti, romanzieri e letterati. Che fecero a gara, con encomiabile slancio, per partecipare a quella che consideravano una vera e propria guerra di civiltà. E furono molti, in quella tragica circostanza, a rimetterci le penne.

Il marchese brigante

Il marchese Alfred De Trazegnies e sullo sfondo il castello di famiglia

Come il marchese belga Alfred De Trazegnies fucilato a San Giovanni Incarico, l’11 novembre del 1861.

Nato a Namur nel 1832, era il primogenito di una famiglia imparentata con la migliore nobiltà europea: il padre Carlo era affine della contessa di Nassau della casa reale di Olanda, mentre la madre Raffaella apparteneva ai De Romrée, una famiglia tra le più in vista del Belgio che, nel corso del ‘700, si era trasferita in Spagna.

Terminati gli studi iniziò a frequentare i salotti buoni dell’epoca. Le cronache lo descrivono come un giovane dotato di grande fascino “di bella e distinta presenza, di maniere disinvolte e nobili, alto e ben preso di vita, pallido, con capelli e barba nera, vestito elegantemente e di moda in costume da caccia”. Nell’ottobre del 1861 decise di scendere in Italia con l’intenzione, abilmente nascosta ai suoi familiari, di portarsi nelle Calabrie per prendere parte all’insurrezione antipiemontese: era infatti “uomo devoto totalmente alla legittimità dei governi e di voler correre dove il bisogno ed il poter essere utile lo chiamava”.

Alla decisione, a quanto pare, non fu estranea una profonda delusione d’amore: la famiglia osteggiava la sua relazione con una nobildonna belga, la baronessa Carolina De Rosée. Pare che Carlo marchese De Trazegnies, non fosse contento di questo eventuale matrimonio: troppa differenza di rango tra le due famiglie al punto che si dichiarò contrario a quella unione giudicata poco conveniente.

Avventuriero per amore

Francesco II delle Due Sicilie (Foto: fratelli D’Alessandri, 1865 ca, National Portrait Gallery, Londra)

Nessuno saprà mai se nella sua scelta di raggiungere l’Italia ci fosse la disperazione per il rifiuto paterno o la speranza che proprio quel gesto inducesse il genitore a rivedere la propria decisione. Sta di fatto che Alfred De Trazegnies disse di voler difendere il Papa dal pericolo di una probabile aggressione piemontese e seguì la stessa strada percorsa da molti altri giovani nobili europei. In realtà la sua l’intenzione era di raggiungere subito i legittimisti borbonici ed unirsi alla guerriglia antiitaliana.

Giunse a Roma a metà ottobre del 1861 si presentò al Cavaliere d’Onore di Malta don Tommaso Bryan esibendo una lettera di credenziali scritta da un comune amico. Al religioso rivelò le sue vere intenzioni: partire per le Calabrie ed unirsi alla reazione napoletana. Bryan cercò di dissuaderlo ma alla fine acconsentì a presentarlo a monsignor Stanislao De Cornelier che conosceva il cappellano di corte, tramite il quale fece ottenere un’udienza presso i reali di Napoli. In attesa d’essere ricevuto incontrò a Roma il canonico belga Edoardo de Woelmont, amico di famiglia. Lo disilluse dicendogli: “Mio giovane amico, il Belgio ha già riconosciuto il Governo Italiano ed ora è lui il legittimo sovrano”; il marchese Alfred De Trazegnies rispose: “La mia morte mostrerà come io non convenga nella decisione del Belgio”.

Colonnello con i briganti

Luigi Alonzi ‘Chiavone’, disegno da ‘L’illustration – Journal universel’ 1862

Venne ricevuto infine da Francesco II a cui offrì i suoi servigi. Il sovrano lo nominò colonnello e venne aggregato a quello che ormai non era più un reggimento regolare ma una banda. Quella comandata dal celeberrimo generale Luigi Alonzi, passato alla storia con il nome di brigante Chiavone. Che agiva nel sorano e nella porzione di territorio a cavallo del fiume Liri dove correva la linea di confine fra il regno italiano e lo stato della Chiesa.

L’11 novembre i chiavonisti andarono all’assalto di San Giovanni Incarico. Ci fu un primo effimero successo, culminato con la conquista del castello di Isoletta che era presidiato da un piccolo distaccamento di 18 soldati del 45° Reggimento Fanteria, comandati dal sergente Eracliano Cobelli. Preso il castello ci fu l’assalto a San Giovanni Incarico, occupata nel giro di poche ore. Nel frattempo i superstiti di Isoletta raggiunsero Pico e diedero l’allarme alla VII Compagnia comandata dal capitano Teccio di Bayo ed alla XLIII del capitano Cesare Gamberini: i reparti italiani puntarono in forze su San Giovanni Incarico e verso mezzogiorno riconquistarono il paese. Parecchi briganti rimasero uccisi nello scontro a fuoco, altri furono presi prigionieri: tra questi anche il marchese belga, catturato in casa di Francesco Fiore.

Per interrogarlo venne da Pico il maggiore Savini. Che dispose subito la fucilazione dei briganti sul posto. Il marchesino chiese una dilazione di tre giorni: sapeva che i suoi nobili natali lo avrebbero salvato dal plotone d’esecuzione. La risposta fu: “Nemmeno un’ora”.

L’ultima lettera

Il maresciallo di Francia Leroy de Saint-Arnaud (Foto Pierre-Louis Pierson – Biblioteca digitale gallica)

I militari predisposero subito la fucilazione sul posto dei briganti catturati. Il marchese Alfred De Trazegnies chiese carta e penna. Scrisse un biglietto nel quale dichiarava la sua stretta parentela con la contessa di Montalto, moglie dell’ambasciatore del Re d’Italia presso la corte del sovrano del Belgio. Aggiunse che due sue cugine avevano sposato i fratelli De Saint’Arnaud, uno dei quali era il Maresciallo di Francia (valoroso ufficiale nella guerra di Crimea al fianco delle truppe di Vittorio Emanuele II) e l’altro un senatore francese; era affine di Saverio De Merode, Ministro delle Armi della Santa Sede e con della contessa di Nassau della casa reale d’Olanda.

Il maggiore Savini fu inflessibile. Terminate le ultime incombenze, mostrando una sorprendente fermezza d’animo, il marchese fu condotto nella Piazza dell’Annunziata (dove oggi ha sede il palazzo comunale) e qui giustiziato con un colpo di fucile alla nuca esploso da Scipione Fabrizi alle ore 4 pomeridiane di quello stesso 11 novembre.

Nel suo portafoglio si rinvennero alcune non disprezzabili note letterarie e scientifiche scritte di suo pugno, molti recapiti di persone note, qualche lettera di creditori del suo Paese e, infine, una missiva molto affettuosa e malinconica della sorella Erminia, una ciocca di capelli e il ritrattodi una bella e nobile e distinitissima signora”.

L’incidente poco diplomatico

Napoleone III nel ritratto di Franz Xaver Winterhalter

Denudato completamente, il suo corpo fu gettato in una fossa comune assieme agli altri briganti, in un cimitero utilizzato per i morti di colera in via Matrice a San Giovanni Incarico.

La morte di un personaggio così importante, però, non poteva passare inosservata. E così il 19 novembre una delegazione francese composta dal maggiore Gregoire comandante delle truppe di stanza a Frosinone, dal capitano Bauzil comandante del distaccamento di Ceprano, dall’abate Bryan che aveva accolto il giovane belga al suo arrivo a Roma e da due ussari “con guidone spiegato ed in grande tenuta”, si portò a San Giovanni Incarico per reclamare la consegna del corpo del marchese che doveva essere restituito alla famiglia. Ad inviarli era stato il generale Gojon, comandante in capo delle truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio.

L’operazione, però, non fu per niente agevole. Ci fu un’astiosa baruffa che stava creando un serio caso diplomatico fra Italia e Francia. La prima protesta fu dell’abate Bryan che imputò ai militari italiani di aver gettato il corpo del marchese in una fossa comune. Al che il maggiore Savini replicò che “non lo si poteva meglio onorare che dandogli da morto la compagnia che vivente aveva volontariamente scelto”.

Brigante e non

Poi, nel verbale di restituzione del cadavere approntato dalle autorità italiane, accanto al nome del marchese De Trazegnies compariva la dicitura “brigante”. I francesi pretesero che quella parola offensiva fosse eliminata. Dall’altra parte, però, si nicchiava, replicando che il marchese, in fin dei conti, si era comportato da brigante.

Le posizioni, dunque, apparivano inconciliabili e, poiché nessuno era intenzionato a fare un passo indietro, l’operazione rischiava seriamente di saltare, con tutto quello di negativo che la cosa avrebbe potuto comportare, specialmente per il neonato Regno d’Italia che non poteva di certo inimicarsi il potente Napoleone III di Francia. E così, dopo una convulsa trattativa, si giunse ad un compromesso: su quel verbale, infatti, fu apposta una postilla in francese dalla quale scompariva la parola “brigante.

Tumulato con tutti gli onori

La chiesa dei Santi Gioacchino e Anna nel disegno di Achille Pinelli

Dopo aver pagato le spese al municipio, finalmente, il mesto corteo con il corpo del marchese deposto in una cassa di legno, si avviò in direzione di Ceprano. Da qui partì alla volta di Roma per essere tumulato, con tutti gli onori, nella chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna, in via del Quirinale, là dove riposano anche altri giovani belgi che, nel corso del decennio 1860-1870, s’immolarono per difendere lo Stato Pontificio.

Significativa l’epigrafe posta sulla tomba: “In questo luogo trasferito il corpo dalla terra fregellana di San Giovanni dove fu ucciso l’11 novembre 1861 dalle truppe subalpine che invasero il regno di Francesco II, riposa Alfredo Gillo Gisleno Marchese De Trazegnies e D’Ittre, figlio di Carlo e Raffaella De Romrée, della città di Namur. Tre giorni prima a Roma si era rinnovato nel corpo consacrato di Cristo Signore. Cristo ti accolga nella sua pace”.

Da qualche anno a San Giovanni Incarico, nei pressi del palazzo comunale, proprio nel luogo della fucilazione del marchese è affissa una lapide marmorea nella quale si ricorda la drammatica vicenda. Un piccolo ma significativo gesto per ricordare un uomo coraggioso che ha avuto il solo torto di schierarsi nella parte “sbagliata”. 

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