L’addio a Marco, il ragazzo buono al quale tutti volevano bene

La basilica di Santa Croce in Gerusalemme non è una chiesa come tutte. Sotto il sole che arroventa Roma, in attesa che arrivi la bara, tra decine di poliziotti in divisa e amici in lacrime, non puoi evitare di pensare che lì un tempo c’erano i palazzi di Sant’Elena la madre dell’imperatore Costantino e che fu lei a compiere il viaggio in Terra Santa nel 325 riportando un pezzo della Croce di Gesù e terra consacrata.

E’ per custodire quelle e altre reliquie della Passione che nel IV secolo venne edificato quel tempio a ridosso del Laterano. E’ anche per questo che il Destino forse ha voluto fosse questo il luogo nel quale dare l’addio alle spoglie di Marco, il ragazzo di 27 anni che abitava insieme al papà nell’alloggio di servizio in Questura a Frosinone, che voleva diventare chef e che la Morte è andata a cercarsi nella casa dei nonni ad Amatrice. Scegliendo solo lui, con precisione e risparmiando tutti gli altri, finanche il gatto che lo accompagnava sempre (leggi qui il precedente).

E’ forse anche per questo che la Sorte ha voluto la bara di Marco lì dove nelle fondamenta c’è la terra che Elena fece portare via nave da Hierusalem. Per mettere vicino a Gesù quest’altro Cristo di 27 anni sacrificato e innalzato, straziato dopo essersi assicurato che gli amici fossero tutti in salvo sotto un architrave. Forse per rendere pure lui immortale agli amici e chi gli ha voluto bene.

Un amicone. Che fosse così Marco lo capisci dalle lacrime che piangono qui sul sagrato di Santa Croce in Gerusalemme quello che lo hanno conosciuto. Piange Gigino Concutelli, celebre con il nome d’arte Bassetto: nel suo ristorante il figlio del questore di Frosinone aveva fatto lo stage. Singhiozza con il fazzolettone di stoffa in mano mentre dice con un filo di voce «Mi ero affezionato a lui: Marco era davvero un ragazzo d’oro. Quanto dolore…»

Piangono gli uomini che l’altra mattina si sono catapultati da Frosinone sulla strada per Amatrice «E abbiamo corso come il vento su quelle strade tutte curve che da Frosinone portano ad Amatrice, perché abbiamo scelto la strada più corta anche se la più impervia, non pensando a nulla se non ad andare il più veloci possibile per arrivare presto, il più presto che si poteva». Annarita Alviani è un pezzo della storia della Questura di Frosinone, ora è lì pure lei ad aspettare la bara, assieme agli stessi che l’altra mattina in Questura si sono guardati in faccia «verso le 7.30, aspettavamo notizie guardandoci smarriti, rimanendo aggrappati a un filo di speranza. E quelli dei nostri colleghi, partiti nelle prime ore del mattino, che riuscivano a parlare, con frasi smozzicate tentavano di spiegarci il disastro che avevano davanti. Noi lì e il Capo che scavava tra le macerie della sua casa… E allora tutti insieme ci siamo alzati guadandoci negli occhi già gonfi e rossi: Che cosa stiamo a fare qui? Andiamo ad Amatrice a scavare con lui». Perché Filippo Santarelli, il papà di Marco, non è solo il signor questore. Ma è uno che ha fatto sentire tutti in famiglia a Frosinone, non ha mai fatto sentire il peso della sua esperienza, della considerazione che a Roma hanno di lui per avere organizzato i servizi di ordine pubblico con i quali si è sempre riusciti ad evitare qualsiasi casino durante le partite di calcio.

E il capo «stava attraversando l’inferno e noi volevamo essere suoi compagni in quel viaggio e attraversare l’inferno insieme con lui». Annarita Alviani, Antonella Chiapparelli, Bruno Roma, Cristina Rapetti, Maria Celenza, Carlo Bianchi, Riccardo Lamonica, Massimiliano Paolozzi, Luigi Zagordi lo hanno raggiunto. «E il silenzio ci ha avvolto appena arrivati… non lo stormire del vento, non l’abbaiare dei cani, non il canto degli uccelli, non il rumore delle macchine, non il pianto dei sopravvissuti… E lo abbiamo trovato non più a scavare ma li nel prato davanti alla chiesa, ormai solo un cumulo di macerie, accanto al corpo del suo Marco pietosamente avvolto in un lenzuolo come tutti gli altri corpi che giacevano in quel prato. Nessuno piangeva, nessuno parlava, nessuno…»

Hanno voluto esserci anche qui a Santa Croce, nel momento dell’addio. Con gli uomini del Capo ci sono anche quelli che lo hanno conosciuto perché a lui si sono rivolti quando bisognava costruire insieme la sicurezza dei loro territori. C’è il prefetto Emilia Zarrilli che soffoca da due giorni le lacrime e ripete come un mantra «Povero ragazzo, povero papà». C’è l’ex prefetto Piero Cesari che con la Polizia ci ha trascorso tutta la carriera. C’è il vice presidente nazionale degli industriali Maurizio Stirpe. Ci sono le fasce tricolori dei Comuni di Frosinone, Sora (sindaco e comandante dei Vigili), Ceccano e Isola del Liri, ci sono senza fascia i sindaci di Ceprano e Settefrati. Ci sono i senatori Francesco Scalia e Maria Spilabotte, la Regione è presente con l’assessore Mauro Buschini ed i consiglieri Daniela Bianchi e Marino Fardelli. E poi i colleghi di sempre, l’ex questore di Frosinone Pino De Matteis, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Tuccio, il colonnello Roberto Piccinini che fino a poche settimane fa guidava la Finanza a Frosinone, il tenente colonnello Michele Mongilli. C’è il procuratore della Repubblica Luciano D’Emmanuele. Il capo della Polizia era andato personalmente a porgere le sue condoglianze a Frosinone ora nella basilica c’è il vice capo vicario Luigi Savina, il vice direttore generale Matteo Piantedosi, il capo di gabinetto del Viminale Luciana Lamorgese, l’ex capo della Squadra Mobile di Venezia e fresco di promozione a prefetto Vittorio Rizzi che ora è Capo della Direzione centrale anticrimine (Dac), l’ex questore di Roma Fulvio Della Rocca.

La bara arriva, scortata dal dolore dei familiari. I poliziotti di Frosinone, gli uomini del Capo, la sollevano ed a spalla la conducono all’interno della basilica superando il picchetto d’onore. La sistemano sul catafalco al centro, su un drappo viola, con un cuscino di rose bianche e la foto in felpa rossa che riassume la sua spensieratezza.

Don Angelo Maria Oddi, cappellano militare, coordinatore nazionale e vicario dei cappellani della Polizia, ha l’incombenza di celebrare il rito funebre; con lui concelebra don Nicola Tagliente il cappellano della Questura di Roma. «Da questa tragedia – dicono durante l’omelia – bisogna trovare la forza di ricominciare. Il dolore deve servire a fortificarci e a trarre sostegno per tutelare gli altri». Don Nicola ricorda che la morte non è una punizione, sottolinea che Cristo è Vita e che ora la vita di Marco prosegue perché «il Signore per lui ha un progetto». E mette così all’angolo quelli che in questi giorni hanno sfruttato la tragedia per farsi pubblicità via Facebook ed i comunicati stampa: «forse seguendo ancora la linea veterotestamentaria dell’occhio per occhio, dente per dente, pensano che il terremoto sarebbe una punizione divina per i nostri troppi peccati. Mi sento di dire che in un certo qual modo si sbagliano. Mi sono venute in mente le parole di Gesù quando dice “io non voglio la morte anche del peccatore più accanito, ma desidero che la persona si converta e viva. Voglio che tutti stiano con me e vivano».

Consola i familiari quando dice «Marco sta con il Signore e sarà con voi familiari, perché si renderà presente in tanti modi misteriosi. Voi con la preghiera non lo abbandonerete. Il momento è tristissimo e sconvolge tutti, però chi ha la fede capisce che per il Signore Marco ha un progetto di vita e di gioia, non è finito tutto e lui adesso prega per noi».

Ma forse, il ricordo più ‘vivo’ arriva quando ormai la Messa è finita e papà Filippo Santarelli si riprende idealmente la bara per accompagnare Marco a Passignano sul Trasimeno per la sepoltura nella cappella di famiglia: «Vorrei che Marco fosse ricordato come un ragazzo buono, amato da tutti».

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