L’addio di papa Ratzinger nel giorno del Te Deum

Il papa emerito Benedetto XVI se ne va nel giorno del Te Deum. Un giorno di ringraziamento ma che guarda interamente al futuro. Come fu il pontefice

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

In te, Domine, speravi:

non confundar in aeternum.

Inno Te Deum, IV sec.

È il giorno in cui il papa emerito Benedetto XVI lascia la sua vita terrena per andare ad incontrare il «giudice ultimo. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato: Paraclito».

 Era nato nel giorno di Sabato Santo. Che per lui fu «una vocazione, un programma di vita». Perché quel periodo era «l’abisso di silenzio» era «terra di nessuno» perché posto tra il venerdì della crocifissione sul Calvario e la domenica della Pasqua di risurrezione. Il papa teologo lo definì come il tempo del «nascondimento di Dio». Se ne va nel giorno in cui ad ispirarci non è un versetto della Scrittura ma l’ultima strofe di un antichissimo inno liturgico di ringraziamento, il Te Deum, che secondo gli studiosi risalirebbe al IV secolo. 

La scelta del futuro

Altri hanno il compito di ricordare la grandezza teologica ed umana del primo pontefice emerito nei duemila anni di storia della Chiesa. Per questo conviene allora ricordare il giorno in cui ci lascia, dedicato al ringraziamento.

La traduzione liturgica sceglie il futuro: non saremo confusi in eterno; abbiamo sperato nel Signore, abbiamo creduto, abbiamo dichiarato, professato la nostra fede, pur con tutte le contraddizioni della nostra esistenza.

Dovremmo essere assolutamente sicuri, ma non è così, spesso la nostra fede viene meno: siamo in buona compagnia. Moltissimi santi, quelle persone che la chiesa ci propone come esempio, hanno avuto dubbi, spesso si sono macerati a causa loro. E d’altronde tanti segnali, tanti messaggi, ci invitano a non sperare: basterebbe ripercorrere un po’ i nostri studi liceali per ricordare le parole di Ugo Foscolo sull’illusione dell’al di là, un’illusione che diventa appunto una religione. E’ una buona cosa, ci fa stare un po’ più tranquilli,  ma è un’illusione, non è vera.

Per non parlare di Giacomo Leopardi: nel ricordo struggente di Silvia, pieno di speranza, c’è quel terribile “all’apparir del vero tu, misera, cadesti”. Ecco, allora, la necessità della preghiera piuttosto che della sicurezza, della certezza: quell’Inno, che l’ultimo giorno dell’anno, è cantato in tutte le chiese cattoliche come ringraziamento per quanto abbiamo vissuto nell’anno appena trascorso, si conclude con l’invocazione a non perdere la fede, perché è la fede il dono più grande che riceviamo e non vogliamo perderlo, non vogliamo essere confusi, non sapere dove andare.

Non saremo confusi

Joseph Ratzinger (Foto: Daniele Stefanini © Imagoeconomica)

Rimanendo al liceo, ci basterebbe ricordare lo smarrimento di Dante nella selva oscura: quella è la confusione da cui dobbiamo essere salvati. È il non sapere dove andare, il non sapere cosa fare, peggio ancora la tentazione di rimanere all’interno della selva, crogiolandosi nella presunta impossibilità di uscirne. E’ la tentazione più forte: inutile darsi da fare, non ce la faremo mai, tutti fanno così, ma chi te lo fa fare, non ci pensare… E’ l’elemento più pericoloso, la confusione, il capire una cosa per un’altra, il non distinguere più il bene e il male, anzi addirittura sostituire l’uno all’altro.

Con una parola moderna, sostituiremmo l’oscurità della selva dantesca con il disorientamento di cui tanti di noi, soprattutto i nostri ragazzi, sono vittime, spesso inconsapevoli.

Non sarò confuso in eterno e come dice il Libro dei Numeri, al capitolo 6, nella lettura che ascolteremo il I gennaio: Il Signore faccia risplendere per te il suo volto

Il volto del Signore è la nostra guida per non rimanere confusi, in eterno.

Tanti auguri, cari amici.

(Leggi qui tutte le meditazioni di Pietro Alviti).

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