L’adunata di FdI, il no di Azione, il ‘ni’ di Italia Viva al Pd per le Regionali

Verso le Regionali. Fdi riunisce Parlamentari e Consiglieri uscenti, Azione continua a dire no all'alleanza con il Pd. Italia Viva lascia uno spiraglio. Le condizioni di Conte: un nome 'terzo'. L'analisi di Mancini

Fratelli d’Italia suona l’adunata, Azione spranga la porta al Pd, Italia Viva rinnova i suoi dubbi, Virginia Raggi nega velleità scissioniste: la strada per le elezioni Regionali nel Lazio si fa sempre più definita con il passare delle ore.

L’adunata del centrodestra

Il coordinatore regionale di FdI Paolo Trancassini si prepara a lanciare l’assalto alla fascia indossata oggi da Nicola Zingaretti. Sarà il suo Partito ad esprimere il candidato governatore del Centrodestra. Giorgia Meloni lo annuncerà dopo avere varato il suo primo Governo ed essersi insediata a palazzo Chigi.

Giovedì mattina alle ore 11 intanto Paolo Trancassini riunirà in via della Scrofa i parlamentari e i consiglieri regionali del Lazio di Fratelli d’Italia. Lo farà per compiere l’analisi del voto in chiave futura: individuare i punti di forza e quelli dove è necessario puntellare. “Il Partito – spiega il Coordinatore regionale – è già proiettato verso una nuova mobilitazione. Puntiamo con convinzione alla prossima sfida, l’elezione del Governatore nel Lazio“.

L’assemblea della Lega

La Lega ha già riunito i vertici provinciali di Frosinone. Con lo stesso scopo. Punta ad eleggere per la prima volta un suo Consigliere regionale. Cinque anni fa mancò di poco l’obiettivo con Alessia Savo: colpa della lotteria dei resti applicata al complicato metodo di ripartizione del voto, favorì la provincia di Latina. L’attuale presidente leghista di Commissione Pasquale Ciacciarelli centrò l’elezione dalle file di Forza Italia. “La Lega in provincia di Frosinone – ha sottolineato il Coordinatore provinciale e fresco deputato Nicola Ottaviani ha conseguito quasi l’11%, uno dei risultati più alti in percentuale in Italia, addirittura tra le prime sette aree territoriali, con 2 punti in più della media nazionale e 5 in più rispetto a quella regionale”.

Anche lui ha messo la Regione nel mirino: per cambiarla: “Si dovrà tener conto del decentramento e del federalismo amministrativo passando alla distinzione tra Roma capitale, che deve diventare una regione a sé stante. Le altre quattro province del Lazio dovranno rappresentare il vero tessuto regionale. Le risorse finanziarie devono rimanere nei territori ove sono prodotte, e quindi nelle province”.

Il Centro chiude al Pd

Carlo Calenda dice No da Radio Rai

Il Centro ha deciso di cambiare gli equilibri politici. Anche nel Lazio. L’alleanza che l’ha visto insieme al Pd in questi anni di governo Zingaretti è agli sgoccioli. Lo ribadisce il leader Carlo Calenda dai microfoni di Zapping su Rai Radio 1. “Nel Lazio il Pd ha il peggiore sistema di potere del Pd in tutta Italia, mentre a Nord ci sono sindaci capaci. Il Lazio è il nucleo del problema del Pd e comunque c’è una saldatura con M5S molto forte”.

Della stessa opinione è il presidente di Italia viva Ettore Rosato. Lo dice dalle colonne de Il Dubbio. “Dialogare con Pd e M5S per le Regionali del Lazio? Il nostro obiettivo non è opporsi alla destra o alla sinistra, ma fare una proposta che possa essere attrattiva perché capace di affrontare i problemi”. In pratica? “Un’alleanza di tutta la sinistra con i Cinque Stelle, ovunque essa sia, non mi sembra capace di affrontare i problemi”. La sua non è una chiusura definitiva e netta come invece quella di Calenda. Rosato lascia uno spiraglio aperto: “Poi ci confronteremo con tutti e sulle Regionali prenderemo le decisioni a tempo debito”.

In mattinata anche Giuseppe Conte ha mandato dei segnali al Pd. Nel Lazio è disposto a parlare ma non con l’attuale gruppo dirigente nazionale. Tradotto: Zingaretti si, Letta no. Tramite il sito del Fatto Quotidiano fa sapere di essere infastidito “da quei dem che hanno fretta di riparlare della questione”. La strada per un’alleanza passa da una proposta: un nome terzo per il Lazio, cioè il candidato alla successione di Nicola Zingaretti non deve essere né un Dem né un pentastellato. Ma un nome di spessore ed estraneo alle sagrestie politiche.

Niente rotture né gattopoardi

Claudio Mancini. (Foto: Stefano Carofei Imagoeconomica)

Il fronte di Giuseppe Conte verso le Regionali è compatto. In giornata gli ambienti dell’ex sindaca Virginia Raggi hanno smentito in maniera categoria l’esistenza “del fantasioso piano attribuito oggi da alcuni organi stampa all’ex sindaca Raggi e riguardante la creazione di una lista del tutto indipendente dal M5S. Una vera e propria fake news priva di fondamento. Mira, da parte di qualcuno, a destabilizzare il Movimento Cinque Stelle e a minarne la credibilità agli occhi dei cittadini“.

Intanto inizia a muoversi anche il Partito Democratico. Sparito dal tavolo il nome dell’ex presidente della provincia di Roma Enrico Gasbarra, rompe il silenzio uno dei suoi sostenitori: il deputato Claudio Mancini. Lo fa durante l’analisi del voto tenuta nel circolo Dem di Monte Verde dov’è iscritto. Invoca un rinnovamento della classe dirigente, indica cosa “non deve essere il nostro congresso: un’oscillazione tra autoassoluzione e gattopardismo. La nostra gente, il popolo democratico, anche quelli che non hanno votato e sono rimasti a casa, si aspettano un gruppo dirigente rinnovato, con la schiena dritta di fronte alla destra”.

Vuole un Pd “competitivo alle prossime elezioni regionali e amministrative. Le Europee del giugno 2024 saranno lo spartiacque della legislatura che sta per iniziare. Serve quindi un congresso vero, approfondito, che ridefinisca contenuti e profilo della nostra proposta, ma la nostra storia non è da liquidare né il nostro Partito da sciogliere“. 

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