L’Apofenia dei grandi elettori ed il Quirinale Red Bull

Il Red Bull elettorale. Usato per mettere le ali al voto. Usato alle Provinciali e tra poco nuovamente in azione per il Quirinale. E la scusa per quelli che perderanno? Si chiamo Apofenia: una volta limitata ad uno sparuto nugolo di idioti

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Vi sarete già accorti delle analogie tra il sistema elettorale delle elezioni provinciali e quello che decide l’elezione del Presidente della Repubblica Italiana. Entrambe affidato a cosiddetti grandi elettori.

Ovviamente la portata delle due cose è imparagonabile ma entrambe sono considerate forme di voto indiretto. L’una legittimata e prevista nella Costituzione l’altra inventata dopo il tentativo della riforma taglia province di Renzi, poi naufragato, e che resiste ancora per puri motivi clientelari.

È evidente anche ai più sprovveduti che sia più semplice controllare un manipolo di grandi elettori che siano essi consiglieri comunali o parlamentari, che ricorrere all’elezione diretta dove vanno scomodati i singoli cittadini. Eventualità che di questi tempi viene vista peggio del vaccino per un no vax.

Effetto Red Bull

Il seggio delle provinciali di dicembre

Qualche settimana fa abbiamo assistito alle elezioni Provinciali che, per incomprensibili motivi alla faccia della governabilità, si tengono ogni due anni, facendo trovare i presidenti in mezzo al guado sottoposti a cambi di Consiglio che certo non aiutano la stabilità.

I risultati lasciano sempre una scia divisa di felici e di delusi, ed anche stavolta non hanno mancato di censire la drammatica divisione. Checchè se ne dica chiariamolo: chi vince ha sempre ragione.

Anche se non tutti gli sconfitti hanno demeritato, ci sono quelli che hanno perso con onore, altri con disonore, molti per il rotto della cuffia e come la drammatica legge delle democrazia vuole, anche se Martin per un sol punto perse la cappa, sempre una sconfitta è purtroppo. (Leggi qui Provinciali: il centrosinistra vince ed opziona il Comune).

Molti hanno festeggiato, tra questi alcuni coraggiosi che lo hanno fatto vincendo con lavoro quotidiano e fatica. Altri e questo non è un demerito lo hanno fatto con l’”effetto red bull” la famosa bibita che mette le ali. Ed anche per questo ovviamente ci vuole bravura.

Infatti la cito come ultima categoria perché è quella che mi da lo spunto di collegare queste elezioni locali, dove ne abbiamo viste di tutti i colori, con le imminenti votazioni per il Presidente della Repubblica. Dove forse più di tutte le precedenti l’effetto red bull conterà come, se non più, delle benedette Provinciali.

Sulle ali dei peones

L’Aula di Montecitorio

Difatti con un parlamento in gran parte ormai fuori controllo dei Partiti ed infestato da peones in ogni ordine e grado l’effetto della colorata bibitina alata potrebbe fare sentire il suo peso. Calcolate solo che i senza partito superano abbondantemente i cento. Se si accordassero formerebbero il gruppo più potente in Parlamento.

Pensate che li stiano lasciando tranquilli? Giammai li tirano tutti per la giacchetta adulandoli nemmeno quanto il gatto e la volpe fecero col povero Pinocchio. Li corteggiano nemmeno fossero Belen. Li blandiscono con accorati discorsi sulla responsabilità come questo non fosse un sinonimo degli affari loro.

E dunque dall’allegro festival red bull provinciale passeremo a quello del palcoscenico più importante quello presidenziale.

Che poi, per chi è cretino come me che lo seguo, esiste un vero festival red bull in cui idioti di varie fattezze compiono gesti al limite della carrozzella, buttandosi con aerei di cartone da alti trampolini o correndo con macchinette autocostruite a spinta infrangendosi contro balle di fieno o guard rail un po’ come si faceva con le barozze ai tempi dei nostri nonni.

Berlusconi come Lauro

Berlusconi e Fiorito

Ecco in clima di festival red bull spicca ovviamente la figura di Silvio Berlusconi che espertissimo in feste e cene eleganti mette a frutto il know how di decenni, tentando le centinaia di disponibili parlamentari, che potrebbero essere determinanti dalla quarta votazione per colmare il gap che manca al centrodestra per avere la maggioranza.

C’è chi giura di averlo visto caricarsi di persona casse intere di Red Bull da recapitare agli interessati. Chi dice che dona quadri, forse scarpe “spaiate” consegnando solo la prima modello Achille Lauro (l’originale non il rapper). Alcuni sostengono perseveri nell’infallibile modello gnocca, altri che canti canzoni francesi da crociera ai malcapitati al telefono, altri ipotizzano da matematici provetti che se servono cento deputati e gli dai un milione di euretti l’uno con un centone te la cavi e che vuoi che sia per l’uomo più ricco d’Italia.

Eppure è un uomo che potrebbe vantare un curriculum di tutto rispetto. Grandi vittorie elettorali, Presidenza del consiglio, entrature europee rapporti con uomini forti internazionali, ma niente, il discorso è sempre sulle olgettine e le cene eleganti.

Ma questo vale per tutti. Di fronte ad una scelta così importante per il Paese non esiste un ragionamento serio fondato sull’interesse nazionale, sulla volontà popolare, sul prestigio.

Le schiere dei candidati

Mario Draghi e Sergio Mattarella

Dunque le schiere di candidati sono due: i temerari che già fanno girare il nome a cui si iscrivono solo Berlusconi e Draghi. E l’elenco di tutti i retroguardisti che sperano nella sfiga degli altri o in qualche strana alchimia per cui vengano chiamati all’ultimo momento come nome di riserva che non scontenti nessuno.

Roba da accapponare la pelle se pensiamo all’importanza che quella carica riveste.

I front leaders d’altronde raccolgono grandi consensi a parole, ma Berlusconi viene visto dai capi del centrodestra come la trave nell’occhio di biblica memoria, mentre Draghi è come la sora Camilla tutti lo vonno ma nessuno se lo piglia. Lo lanciano tutti ma non lo vuole votare nessuno. Gli dicono che è indispensabile al governo e non si deve muovere da lì con la stessa affettuosa sincerità con cui la fidanzata di Siani lo mollò con la famosa frase “ti lascio perché ti amo troppo”.

Ed allora diventa di rigida attualità il clima di falsità, sospetto, diffidenza a cui si aggiungono milioni di strampalate teorie complottistiche che paventano occulti interventi, schieramenti di poteri forti, scontri fra aliene potenze del male.

L’apofenia

Esempio di apofenia

E qui arriva il momento dell’apofenia.

L’apofenia (dal greco mettere in luce) è la capacità di riconoscere schemi e sequenze in dati senza alcun senso. Conrad la definì come un’immotivata visione di connessioni, di una distorsione soggettiva dell’osservatore e di un’interpretazione degli eventi attraverso una lente personale.

Insomma oggi, anche se non sapevate si chiamasse così, ne potrete riconoscere i tratti in tante delle amenità che circolano soprattutto in rete. La malignità del 5g, il controllo tramite i vaccini, il cartone i Simpson che predice ogni scena apocalittica del futuro o i terrapiattisti, geni insuperabili.

Ma ogni teoria si adatta ai propri tempi. Le abbiamo passate già con l’aids, ebola, poi l’aviaria, il finto allunaggio, l’11 settembre, la morte di JFK, di Lennon, Jim Morrison, fino ad Hitler che è vivo ed è in Argentina. Vi servono altri esempi? Si potrebbe continuare all’infinito.

Il complottista ha un’alta capacità apofenica e individua nella realtà schemi e connessioni dei quali possa sentirsi padrone e che possano permettergli di accettare l’inaccettabile.

Ecco non lo sapevamo ma l’apofenia ci circonda e dall’avvento dei social non è più ristretta ad uno sparuto nugolo di idioti ma prolifera con tanto di video prove e collegamenti astrusi in ogni telefonino del pianeta.

Le teorie apofeniche sul voto

Foto: Alessandro Rampazzo

Ora noi che amiamo la politica siamo più fortunati. Intanto l’abitudine a sentire stupidaggini ci ha assuefatti. Poi il campo di azione è limitato. Alle Provinciali ci basta elaborare teorie su chi ci ha fregato il voto e come, e ricorrere alla cabala per sapere se il tuo amico tanto gentile che ti aveva promesso il voto te lo ha dato o è stato folgorato sulla via della bibita con le ali da qualcun’altro. E giù col pallottoliere a fare sfrenati conteggi per provare a determinare l’autore della “sola”.

Per il Quirinale la posta è più alta ma potrete scommettere che, sia durante le trattative, che all’esito dei risultati i collegamenti complottistici che hanno azzoppato questo o quel candidato prolifereranno. Berlusconi tradito dai suoi o osteggiato da teutoniche culone, Draghi improvvisamente inviso ai cattivi del Bilderberg  o mollato dalle schiere di paraninfi che lo ossequiano. E così via con gli altri.

Nessuno ammetterà che le sconfitte saranno frutto della mancanza di doti o preparazione né dubiterà che le vittorie siano frutto di complottismo elitario.

E con questi presupposti su cosa si dovrebbe costruire il rilancio di un Paese in ginocchio domandiamoci. Se fossimo capaci non dico di uno spirito costituente ma almeno di un sano interesse nazionale sicuramente si ragionerebbe meglio. Con uno sguardo verso il futuro capace di soluzioni e programmi.

La politica ti mette le ali

Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica

Il rischio è di finire con un Presidente della Repubblica debole ed ostaggio di una politica ancora più debole, seduti sulla nostra poltrona ad abbottarci di Red Bull gentilmente offerte, a studiare l’ultima teoria complottistica sul Quirinale, appena uscita sui social, che ci appassiona tanto.

Riesumeremo Aldo Biscardi che grida Gombloddo, scriveremo dei post dicendo che “hanno stati i poteri forti” infrangendo definitivamente il sogno che possa uscire a sorpresa non dico un Pertini o un Cossiga che sarebbe chiedere troppo, ma almeno uno che non ci faccia dormire durante il discorso alla nazione di fine anno, nonostante i quintali di bibita energetica che ci hanno propinato.

È proprio vero, la politica ti mette le aaaliiii… ma attento a dove vai ad atterrare! Negli spot non lo fanno vedere mai.

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