L’apologia del campo largo e la Dragheide

I limiti del Campo Largo. Che opportunamente qualcuno ha subito ribattezzato Campo Civico. Le elezioni Comunali e la crisi di governo hanno messo in luce alcune evidenze. Per cui c'è chi sogna un campo fiorito

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Diciamoci la verità chi si affrettava a dare solo per moribondo il cosiddetto “campo largo”, il progetto politico elettorale lanciato tempo fa da Nicola Zingaretti e dal Pd, sconfitto in maniera abbastanza netta a Frosinone ed in tutti i capoluoghi laziali al voto, non si aspettava che a poco più di qualche settimana dal voto anche il governo piombasse in piena crisi. In particolare che questa crisi riguardasse proprio il rapporto tra i due fondamentali protagonisti dell’idea di campo largo cioè il Pd ed i Cinque Stelle.

Fu infatti questa l’intuizione di Zingaretti per sdoganare il rapporto un tempo conflittuale con i grillini. E dare avvio ad una collaborazione che non fosse solo governativa ma stabilmente elettorale. Oggi evidentemente la posizione di Conte e dei reduci dallo scisma di Gigino “coerenza” Di Maio risulta essere un colpo ferale alla stabilità di questa forma – progetto del centrosinistra.

L’unico che non sembra averlo ben compreso è il buon Fat Boy Piero Fassino che sprezzante del pericolo ha dichiarato ieri in piena volata di stracci tra Conte e maggioranza che “i Cinque Stelle restano gli interlocutori privilegiati per il campo largo”. D’altronde da uno che da sindaco di Torino disse a Grillo “fonda un Partito e presentati alle elezioni se ne sei capace” perdendo poi al Comune proprio contro una rappresentante grillina non ci potevamo aspettare di meglio.

Salta il tavolo del campo largo

Ma al di la delle cassandre il nucleo del ragionamento è che questa improvvisa crisi fa saltare tavolo e carte al ben iniziato progetto di campo largo. Che nelle prime uscite aveva anche ben figurato e che sembrava essere attrattivo verso altre forze minori.

Aveva dato qualche emozione positiva la vittoria di Damiano Tommasi a Verona intervistato nei giorni post vittoria neanche fosse Mosè appena uscito dalle acque. Ricordo un apologetico articolo dal titolo “l’importanza di chiamarsi Tommasi”.  Che neanche Oscar Wilde con “l’importanza di chiamarsi Ernesto” aveva esagerato tanto. Ma come ho detto agli amici forse il titolo era ”l’importanza di non chiamarsi Sboarina e Tosi”. Due che insieme facevano il 60% ma sono riusciti a perdere.

Il campo di Frosinone

Marzi e Mastrangeli

L’elezione di Frosinone invece diciamoci la verità è stata una vittoria superiore alle attese  della vigilia. Si pensava ad una battaglia molto più ravvicinata. E ce n’erano tutte le caratteristiche, era stato fatto un grande lavoro di drenaggio dal centrodestra in particolare grazie alla efficace opera di Francesco De Angelis capace di attrarre intere formazioni come il Polo Civico, recente protagonista alle ultime Provinciali ma non determinante alle Comunali nonostante un buon risultato.

Questo come dico da tempo perché un elezione coi voti ponderati come quella Provinciale si vive su equilibri diversi  da quelle con le vere preferenze Comunali. Perché dove sposti un consigliere che vale tremila voti ponderati o più in Provincia non è detto che alle Comunali quei tremila elettori siano veramente convinti di cambiare casacca e schieramento come il loro rappresentante. Vanno contattati e convinti uno ad uno e non sempre ci si riesce.

Al Polo Civico vanno aggiunti gli ottimi risultati di ex big del centrodestra come Alessandra Mandarelli e Carlo Gagliardi protagonisti di ottimi risultati. O anche ex presidenti di provincia come Peppe Patrizi e diversi altri esponenti come lui.

Insomma il movimento c’è stato, il campo si è allargato notevolmente, ma il risultato elettorale non è arrivato. Perché?

Fusioni tiepide

Mauro Vicano

Io ho una mia risposta non so quanto esaustiva che è questa: il campo largo è una fusione a freddo. E come tutte le fusioni a freddo funzionano sulla carta ma scaldano sempre molto meno il cuore agli elettori. Certamente a livello locale.

Anzi, a volte producono l’effetto contrario. L’”effetto invasione”, come se i militanti storici di determinate formazioni accettino i nuovi ingressi per raggiungere la vittoria ma ob torto collo ingenerando un effetto non certo di entusiasmo e di competizione ma di adesione senza convinzione.

Lo ha detto chiaramente Domenico Marzi nei suoi primi commenti la sera delle elezioni. Dichiarando che evidentemente la base storica della sinistra non esisteva più o perlomeno non si era espressa a sostegno di questo progetto. Così come ha enfatizzato la confusione di candidature lanciate e poi bruciate. Come quella di Mauro Vicano che secondo Marzi hanno ingenerato confusione nell’elettorato di sinistra.

Fatto sta che  lo stesso Vicano, ingiustamente bistrattato pure dai censori di regime grillini, e forse deluso dalla retromarcia subita, ha con dolce spirito di vendetta dato indicazione a favore di Mastrangeli nel ballottaggio. Concorrendo non solo ad una vittoria più corposa ma evidenziando un dato che nessuno ha sottolineato, che il centrosinistra partito per aggregare nel nome del campo largo non ha aggiunto nemmeno i Socialisti al ballottaggio. Mentre il centrodestra ha allargato considerevolmente il suo raggio d’azione. Per paradosso il campo largo almeno in questa singola elezione lo ha realizzato il centrodestra sotto la sapiente regia di Nicola Ottaviani.

Campo pokeristico

Vincenzo Iacovissi (Foto Raffaele Verderese © Imagoeconomica)

C’è un altro aspetto che essendo stato un esponente di centrodestra non mi competerebbe ma che amo fare in ossequio allo spirito dell’analisi politica. Ciò che è sembrato delinearsi da queste elezioni è un concetto di campo largo quasi pokeristico, quasi da “all in” direbbero gli appassionati. Quel momento in cui scommetti tutto e poi o la va o la spacca.

Ecco questo concetto di campo largo “all in” temo che nel breve e medio periodo possa mettere a repentaglio la stessa struttura organizzativa della sinistra. Storicamente sempre molto radicata sui territori e organizzativamente superiore a molti. E mi spiego con un esempio concreto su Frosinone analizzando la composizione dell’opposizione.

Tre i candidati sindaco sconfitti Vincenzo Iacovissi (a mio avviso molto bravo), Domenico Marzi, Mauro Vicano. Quest’ultimo già sostiene il centrodestra quindi meno uno. Il Polo Civico ha eletto Francesca Campagiorni con Caparrelli. Entrambi ex sostenitori della giunta di centrodestra. Per la lista Marzi, Carlo Gagliardi, Alessandra Mandarelli e Armando Papetti, tutti, in un modo o in un altro, hanno avuto trascorsi anche recentissimi nel centrodestra. Per la lista  Marini entra Andrea Turriziani che inutile sottolinearlo ha lunghissimi trascorsi con le formazioni centriste del centro destra.

Restano fuori elenco solo i tre del Pd ed uno delle civiche evidenziando che almeno il sessanta percento degli eletti in opposizione viene da schieramenti di centrodestra.

Senza Paraocchi

Luca Fantini e Francesco De Angelis

Allora da dirigente di Partito io mi chiederei: ma la ricostruzione del tessuto politico dopo la sconfitta, le basi di un nuovo progetto politico di centro sinistra che recuperino e coinvolgano i valori storici della sinistra siamo sicuri che possano essere attutate da tutti elementi provenienti dallo schieramento opposto? 

Una riflessione che credo possa essere fatta senza paraocchi. Anche perché, e scrivendolo non dico assolutamente che succederà, se qualsiasi esponente di centrodestra per vari motivi ha fatto scelte diverse in questa elezione non è impossibile che tra le varie opzioni possa esistere pure quella del ritorno col tempo alla casa madre che certo non sarebbe strano e non stupirebbe nessuno. Possiamo chiamarla la “proprietà transitiva degli schieramenti” o come preferite ma non v’è dubbio che esista. E, ripeto, lo dico in modo del tutto ipotetico e scolastico.

Però, ed è un giudizio del tutto personale, ad un’analisi politica seria potrebbe sembrare come una effettiva rinuncia a creare una classe dirigente nuova e stabile a favore invece della vittoria a tutti i costi.

Il campo aleatorio

Goffredo Bettini (Foto Leonardo Puccini / Imagoeconomica)

Ecco secondo me il punto principale tra le carenze del concetto di campo largo: la sua aleatorietà. L’unione più verticistica che di base, più legata alla vittoria che al progetto. Ecco perché un idea anche fascinosa e coinvolgente a livello teorico sta trovando grandi difficoltà a livello pratico.

Sarà per questo che qualcuno preoccupato dall’associare questa definizione ad una immagine non vincente è corso a chiamarlo Campo civico invece di Campo largo.

E come è successo a livello locale adesso sta esplodendo anche a livello di vertice nazionale. Ed in maniera polemica e dura come hanno dimostrato le dichiarazioni di Giuseppe Conte. Che, un tempo, veniva indicato come il nuovo salvatore del Campo progressista, il nuovo federatore delle forze di centrosinistra osannato da Goffredo Bettini e dai tink tank radical chic. Ed oggi viene praticamente costretto ad andare all’opposizione dopo essere stato ignorato per mesi ed aver subito un subdolo saccheggio di parlamentari con l’operazione Di Maio.

Cannibalismo politico

Giuseppe Conte

Ecco questo cannibalismo politico in questo momento storico mi è risultato del tutto incomprensibile. Prima si fonda l’idea ed il concetto stesso di campo largo sul rapporto privilegiato coi Cinque stelle e poi si tenta di sottrarre a quella formazione più deputati e senatori possibili al fine di esautorarli da qualsiasi influenza di governo. Per fare un esempio è come se guardando le nostre due gambe decidessimo noi stessi beatamente e deliberatamente di segarcene una da soli. Che visto dal punto di vista del Campo largo è esattamente quello che sta succedendo.

Tutto per cosa? Per far si che continui il governo Draghi. Eh si Draghi che bruciato dall’atteggiamento pentastellato ha rassegnato le dimissioni, subito respinte. Forse addirittura prima respinte che date. Ed oggi novello Enea, come reduce da un poema omerico, solca le sue stanze come il mare in tempesta osservando Troia fumante allontanarsi.

Solo che la Dragheide invece dell’Eneide è molto meno eroica. Non vedrà grandi gesti di coraggio. Tutti si spenderanno a convincere Draghi a rimanere nonostante il più convinto sia proprio lui. L’unica cosa da decidere è se prendere definitivamente a schiaffi in faccia Conte ed il suo Partito e certificare la morte del campo largo o dargli qualche contentino e tenerlo in ambito governativo ma sotto stretta sorveglianza.

Si voterà a scadenza

Chi pensa si vada a votare non si si illuda non succederà ora ma a scadenza naturale, anche se Draghi dovesse sparire sarebbe rimpiazzato da una figura simile tipo Amato o un tecnocrate vario a scelta. Si perché diciamolo oramai questo campo è diventato talmente largo che nessun partecipante è veramente determinante nella scelta delle decisioni che vengono, evidentemente ormai, prese altrove.

Ed è questo un ulteriore elemento della  morte della politica che ogni giorno testimonia e ribadisce la propria inettitudine andando a cercare altro da se per governare e risolvere i problemi. È per questo che l’attuale classe dirigente politica che ha completamente abdicato a favore della  tecnocrazia ogni volta che la guardo mi ricorda una frase di Longanesi che diceva: “vissero infelici perché costava di meno”.

Sarà per questo che alle peripezie del campo largo, da novello contadino ho sempre preferito, e di gran lunga,  il Campo fiorito. È un classico che non passa mai di moda.

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