L’arte della dimenticanza (di G.M. Sacco)

Erice ed il profumo del mare, che non ti chiede chi sei stato né ti fa promesse. Un altro splendido affresco di Grazia Maria Sacco

Grazia Maria Sacco

Vivo i tramonti come le albe. Con il sorriso. Ad occhi aperti e a piedi nudi.

Ci aveva messo un poco Erice ad impararlo.

C’erano voluti anni e anni di torcicollo a forza di star così con lo sguardo rivolta all’indietro tanto che quando camminava per strada, anche se la testa era perfettamente ruotata davanti, inciampava spesso, ed ogni volta diceva che era distratta: “scusate eh, è un mio difetto, eredità paterna”.

Si faceva rossa in viso e scavalcava veloce, con le gambe leggere, il giudizio di passanti, amici e conoscenti.

Ma non era distrazione, in realtà.

Era quella memoria rumorosa del passato che le entrava nelle ossa di notte come una malattia per la quale non avevano inventato ancora alcuna cura.

E così su quelle spalle così magre pesavano i macigni della vita che fu, ma non tanto di quella che realmente era stata, bensì di quella che aveva atteso: quel finale mancato si colorava e arricchiva di giorno in giorno di nuovi dettagli, di fantasiose acrobazie, tessute con una trama fitta sui drappi scenici dei migliori film da Oscar che aveva visto al cinema, quello della domenica pomeriggio, quando erano appena adolescenti lei e Carlo, e poi in quelli serali, durante la loro vita coniugale, che pareva così confortevole, tanto da segnare lo spazio in cui Erice si muoveva perfino ora che non esisteva più.

Le era stato insegnato ad avere memoria ad Erice.

Ad esercitarla fin da piccina a scuola, con le poesie a memoria, ripetute prima della lezione davanti ad una mamma severa, avvezza al ruolo di maestra anche a casa, e ad un papà che aveva fatto dei suoi desideri le attitudini di lei.

E quell’esercizio così monotono, costante e sottoposto a duro allenamento, ambizioso nell’imitazione della perfezione, le era costato la staticità, quella sensazione di essere sempre lì con i piedi infilati e intrappolati in una palude di ricordi, a cercare ancora di finire bene il compito ed essere la prima della classe.

Finchè un giorno era arrivata una folata di vento pazzesca, a scarabocchiare quel disegno così geometricamente pensato e studiato; quel dolore che le aveva piegato la schiena fino a farle toccare gli occhi a terra era stato improvvisamente modificato da una giornata in mare aperto, una di quelle che ti sforzi di cercare il confine tra il mare e il cielo e non lo trovi.

Ed Erice era così tanto abituata a perimetrare, a tracciare linee indelebili, ad obbedire paziente ad aspettative, ad onorare il passato con la sua devozione sacramentale che la conduceva a idolatrare ricordi fino a trasformarne l’essenza, che si era sentita persa.

Qualcosa più grande di quei disegni di cui aveva costellato i suoi giorni stava entrando dentro la sua vita, e pareva così immenso da azzerare tutto; fu presa dalla smania di tornare a terra, sul bagnasciuga, di riprendere in mano la matita che aveva abbandonato, ma qualcosa le faceva perdere l’equilibrio, le inebriava la testa come fosse reduce da un’allegra sbronza.

Il mare non ti chiede chi sei stato né ti fa promesse.

Ti rende marinaio anche quando non lo sei.

E non si ferma dopo una tempesta.

Non ristagna indietro verso la linea dell’orizzonte, torna prepotente a lambire di nuovo le spiagge e lembi di terra e soprattutto ti insegna la leggerezza degli spazi aperti.

Perfino delle crepe.

E così Erice capì che non tutto deve essere serrato, come le finestre che ti affretti a chiudere prima che entri l’acqua in casa nel pieno di un acquazzone.

Comprese quanto ingannevole può essere la memoria, quella di una poesia, che ti insegna soltanto una rima e ti appiccica addosso un solo significato, come quella dell’esistenza trascorsa: ciò che abbiamo iniziato e soprattutto come lo abbiamo immaginato diventa l’unico perimetro, l’orizzonte perfettamente tagliato del nostro futuro.

In mare aperto respiri quello che è il circolo aperto delle possibilità e impari che le crepe non sono schizzi di penna che hanno macchiato pagine di quaderni a righe perfettamente compilate: no, sono una fisarmonica a colore che aspetta di suonare se solo non ti affretti a richiuderle, ma le fai respirare attraverso tutta l’aria e la luce possibili: sono quelle crepe, quegli intagli imperfetti, quei finali mancati, quelle promesse non mantenute soprattutto a noi stessi, e quelle aspettative deluse, ad insegnarci la preziosa arte della dimenticanza come sintesi profonda della vera bellezza.

Immaginate un tramonto su un’isola selvatica, per nulla apparecchiata per il caos del turismo; di quelle in cui non ci sono ombrelloni variopinti accalcati sui corpi oleati di una massa chiassosa di turisti, ma piccole insenature, grotte nascoste, anfratti arrugginiti dall’andare e rinvenire delle onde: ecco è in quei posti che si tocca la bellezza più autentica, quella del mare che giammai si arrende ad un nubifragio.

Lui, il mare, ha quell’anima candida qualsiasi cosa lo possa sporcare.

Non si lascia vincere mai nella sua essenza.

Ed è smemorato il mare, sì, se ogni volta torna nella sua imponente veste di generale in partenza a fare il suo medesimo e antico mestiere: quello di ricordarci che la vita è un mistero che mai nessuna memoria potrà per intero contenere.

Nessun racconto sarà mai l’ultimo.

E giammai un altro sarà il primo.

Tutto ciò che conta sta nei passaggi.

E per stare bene in quei passaggi devi essere così smemorato da sapere inventare sempre passi nuovi.

Da una crepa all’altra.

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