Lavoro e welfare, se il Pd si limita a inseguire (male) il M5s

L'agenda del Pd è all'inseguimento del M5S. Non tenta il sorpasso. Anche su questo tema si baserà il confronto interno tra l'area che si sta coagulando intorno a Zingaretti e quella di Renzi. Confronto o scontro con il Movimento 5 Stelle.

di Emilia PATTA

per IL SOLE 24 ORE

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«Il gruppo Pd alla Camera lavorerà al superamento degli attuali emendamenti al decreto dignità». Compreso quello contestato dal ministro pentastellato Luigi Di Maio che mirava ad abolire l’innalzamento degli indennizzi (minimo da 4 a 6 mensilità, massimo da 24 a 36) per i licenziamenti illegittimi.

È emblematico che la prima direzione del Pd dell’era Maurizio Martina, da poco eletto alla guida del Partito in vista del congresso da tenere nel febbraio 2019, si chiuda con una decisione che pone il maggior partito dell’opposizione all’inseguimento del M5s sui temi sociali e del lavoro.

Perché il congresso che si aprirà dopo l’estate, come avverte ormai da settimane l’ex premier e segretario Matteo Renzi, sarà tutto sul rapporto con il M5s: confronto su alcuni temi cari alla sinistra o totale opposizione?

 

Il “confronto” di Martina

Da una parte c’è lo stesso Martina e tutta l’area che si sta coagulando attorno alla candidatura del governatore del Lazio Nicola Zingaretti (tra i big che guardano a lui non solo il leader della sinistra interna, Andrea Orlando, ma anche l’ex premier Paolo Gentiloni), che anche in funzione anti-Renzi mira a rompere l’asse tra M5s e Lega in vista di una possibile alleanza di governo con i pentastellati nella prossima legislatura.

E questo significa “confronto” ameno su alcuni temi, come rimarcava ieri lo stesso Martina nella sua relazione («voglio lanciare uan sfida a Di Maio: esci dai tuoi monologhi, prova a misurarti nel merito»).

È una visione per così dire realistica, che si basa sulla constatazione che nel nuovo sistema elettorale prevalentemente proporzionale le alleanze post-voto siano inevitabili.

 

L’opposizione dura dell’area renziana

Dall’altra ci sono Renzi e i “riformisti” del Pd, che considerano l’alleanza tra i due diversi populismi di M5s e Lega non transitoria e che puntano sull’alterità del Pd, nella convinzione che ormai il voto di milioni di elettori sia “ballerino”. E questo significa opposizione dura contro il governo giallo-verde, soprattutto contro i suoi aspetti illiberali.

Il candidato di questa parte del partito potrebbe essere Graziano Delrio, qualora si lasciasse convincere a correre, ma sono stati fatti anche i nomi di Teresa Bellanova e di Stefano Bonaccini.

 

Due strade alternative

Entrambe le linee sulle future alleanze sono naturalmente legittime, ma la discussione del rapporto con il M5s ci sembra che oscuri la questione – questa sì dirimente – sulla natura e la linea politica del Pd che verrà: la strada per recuperare consenso è, come crede la sinistra di Orlando e di Gianni Cuperlo, quella di inseguire i pentastellati sulle politiche assistenzialistiche e di smontaggio del Jobs act?

O la strada resta quella di difendere e implementare le riforme economiche che puntano ad aumentare crescita e occupazione approvate dai governi a guida Pd nella scorsa legislatura?

 

L’opposizione solitaria di FI

Fa un po’ impressione registrare tutta una parte del Pd che propone di votare a favore del decreto dignità nella parte che contiene la stretta sui contratti a termine (durata e causali), lasciando a Forza Italia la difesa delle ragioni delle piccole e medie imprese.

Così come fa un po’ impressione il fatto che, di fronte all’annuncio del neo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti di voler “correggere” la Buona scuola nella parte in cui si prevede la possibilità per i presidi di assumere direttamente determinati insegnanti (la cosiddetta chiamata diretta), siano sempre e solo i parlamentari azzurri a protestare nel pressoché totale silenzio del Pd.

 

Linea politica da definire

Prima ancora di decidere della futura e futuribile strategia delle alleanze (che dipenderà naturalmente dalle sorti del governo giallo-verde, dalle dinamiche interne al M5s e dai risultati delle prossime elezioni), il Pd farebbe bene a definire la linea politica.

Pena il rischio di lasciare il ruolo di opposizione ad altri e di inseguire malamente i pentastellati su temi, come il lavoro e il welfare, che invece dovrebbero essere il dna di un moderno partito di sinistra di governo.

 

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