Lazio, più donne nella scienza: scusate il ritardo

Lo Stato investirà un miliardo del Pnrr contro il maschilismo scientifico. La Regione Lazio, che ormai parla un linguaggio di genere, approverà una legge che stanzierà 800 mila euro per un biennio. Sempre per favorire l’universo femminile nello studio delle materie Stem e nell’ingresso nel mondo del lavoro. Perché la situazione è ferma al Medioevo

Marco Barzelli

Veni, vidi, scripsi

L’Università di Bologna, considerata la più antica al mondo, consentì alle donne di seguire le lezioni sin da quel 1088 in cui fu fondata. Fu lì che trecento anni dopo insegnò la prima donna, la docente di medicina e filosofia Dorotea Bocchi. Venne reclutata e pagata profumatamente al posto di suo padre Giovanni, medico di grande fama, esclusivamente per tramandarne memoria e studi.

Nell’ultra-maschilista Medioevo nacque anche la Scuola medica salernitana: a quei tempi la più importante d’Europa, soprattutto nella medicina delle donne (ostetricia e ginecologia). Fu lì che brillarono le Signore di Salerno: un gruppo di nobildonne a cui fu permesso di formarsi e diventare mediche, curatrici e teoriche.

La fisica Laura Bassi

Arrivando al Settecento, sempre nell’odierna Alma Mater Studiorum di Bologna, fu abilitata all’insegnamento una delle prime laureate in Italia: la fisica locale Laura Bassi. È passata alla storia come la prima donna al mondo a conquistare una vera e propria cattedra. Aveva sposato il medico Giuseppe Veratti non prima di una promessa prematrimoniale: nessun impedimento alla sua vocazione.

Da lì a poco, ancora una volta nell’ateneo bolognese, la milanese Maria Gaetana Agnesi sarebbe diventata la prima a scrivere un libro di matematica e ottenere una cattedra in materia. La rifiutò, però, per dedicarsi alle cure di malati e poveri. Allora si privilegiava l’istruzione del primo figlio maschio, ma il padre non ostacolò bensì incoraggiò la sua geniale primogenita a coltivare l’intelletto.

Tra Ottocento e Novecento

Foto: Fondazione Montalcini

Tra l’Ottocento e il Novecento non hanno poi bisogno di troppe presentazioni la neuropsichiatra infantile Maria Montessori e la neurologa Rita Levi-Montalcini. L’una è l’ideatrice dell’omonimo metodo educativo a misura di bambino, adottato in oltre 20 mila scuole di tutto il mondo. E l’altra è la prima e sinora unica italiana Premio Nobel per la medicina: per i “suoi” fattori di crescita cellulare. Anche loro, come nel Medioevo, si scontrarono con padri che volevano per le loro figlie professioni ritenute adatte al ruolo di donna e madre.

È passato quasi un millennio da quando Dorotea Bocchi venne assunta come insegnante ma soltanto per parlare di suo padre. Eppure ancora oggi, nel ventunesimo secolo, persiste il maschilismo scientifico. Ora, però, si vuole passare dalle belle parole ai fatti concreti: sia a livello nazionale, con il Pnrr, che regionale, con un’apposita legge. Perché il Lazio è nuovamente in prima linea a favore delle pari opportunità, anche quelle nell’universo della scienza. Utilizzando ormai anche un adeguato linguaggio di genere. (Leggi qui Il Lazio contro il Medio Evo che circonda le donne).

Donne nella scienza, scusate il ritardo  

Women in science

Dal 2015 l’Onu ha istituito la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, celebrata lo scorso 11 febbraio. Riconosce il loro ruolo fondamentale nella ricerca. Ad approvarla, assieme all’Unesco – l’Organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura – l’Un Women: l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, che favorisce crescita e sviluppo della condizione e della partecipazione pubblica delle donne.

Nelle scorse ore il premier Mario Draghi ha sottolineato che «sono ancora troppo poche le ragazze che scelgono studi scientifici, solo una su cinque sceglie le cosiddette materie Stem». Ossia science, technology, engineering and mathematics: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Per questo, nel quadro del Pnrr, «si investirà un miliardo per potenziarne l’insegnamento, superare gli stereotipi di genere e portare la percentuale al 35%».

Ma anche la Regione Lazio di Nicola Zingaretti sta per fare il suo: mercoledì 23 febbraio verranno approvate le “Disposizioni a favore delle donne dirette al contrasto dei pregiudizi e degli stereotipi di genere, per promuovere l’apprendimento, la formazione e l’acquisizione di specifiche competenze nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (Stem) nonché per agevolarne l’accesso e la progressione di carriera nei relativi settori lavorativi”.

Una proposta di civiltà

Michela Di Biase (Foto: Sara Minelli / Imagoeconomica)

È la proposta di legge regionale numero 256 del 17 novembre 2020, promossa dalla consigliera regionale del Pd Michela Di Biase a ridosso della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

Approderà in aula consiliare durante la ricorrenza della prima vera Giornata dei diritti della donna: quel 23 febbraio 1909 in cui le Socialiste americane protestarono in massa a New York contro le discriminazioni sessuali. Non quell’8 marzo rimasto ufficiale e perlopiù ridotto a Festa della donna, tra mimose e consumismo, in ricordo di una falsa tragedia: il mai avvenuto incendio in un’inesistente fabbrica newyorkese in cui non sono morte centinaia di operaie. 

Pnrr: la situazione delle donne Stem

Foto Geralt © Pixabay

La parola “donne” compare 37 volte nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per dire innanzitutto che sono state proprio loro a essere particolarmente colpite assieme ai giovani dalla crisi pandemica. Per questo sono stati azzerati nel 2020 i versamenti contribuitivi sulle loro assunzioni.

In tema di inclusione, pertanto, si intende «sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso una strategia complessa, in particolare garantendo l’accesso a servizi di assistenza all’infanzia e a lungo termine di qualità».

La storia, per ora, è sempre la stessa: «Anche quando lavorano, le donne risultano più penalizzate rispetto agli uomini, a partire dallo stipendio percepito e dalla precarietà lavorativa. Sono meno le donne che ricoprono posizioni apicali, nel privato così come nel pubblico. A questo corrisponde una disparità salariale a svantaggio delle donne a parità di ruolo e di mansioni rispetto agli uomini. La maternità impedisce troppo spesso l’avanzamento professionale».

Sono più istruite ma ostacolate

Tendenzialmente le donne devono ancora scegliere se fare carriera o figli. Che già di per sé non si fanno vista la fecondità in Italia (1.29 bebè per donna), tra le più basse d’Europa (1.56 la media Ue). E se scelgono la carriera, sono discriminate. Questo ovviamente vale per tutte e qualsiasi tipo di lavoro. Ma si stima che saranno Stem i due terzi delle nuove possibilità di impiego in sostituzione dei pensionati: specie avvalendosi delle competenze digitali.

Le donne, pur essendo più istruite degli uomini – le laureate sono il 56% del totale e le specializzate (dottorato o master) il 59.3% – sono però ancora in minoranza nei percorsi di laurea Stem: gli uomini toccano in generale quota 59%, con picchi in ingegneria (74%) e scienze varie (68.4%). E il mercato del lavoro Stem è nettamente maschile: il 76% dei lavoratori del settore e l’85% nei settori associati. Nel settore Itc – Tecnologia dell’informazione e comunicazione – si arriva all’84% dei posti nei Consigli di amministrazione e addirittura al 97% delle presidenze delle società.

La partecipazione delle donne al mondo del lavoro è al 53.1% in Italia. La media europea? Il 67.4%. Ma nel Pnrr si mette in chiaro che «la mobilitazione delle energie femminili, in un’ottica di pari opportunità, è fondamentale per la ripresa dell’Italia». Basta menzionare un recente studio di Bankitalia per offrire l’evidenza: se l’occupazione femminile salirà al 60%, il Prodotto interno lordo (Pil) aumenterà di ben sette punti percentuali. (A proposito della Ciociaria leggi qui Non può più essere una questione di genere!).

Pnrr: le politiche per le donne Stem

Piano nazionale di ripresa e resilienza

Il Piano sviluppa con le sue missioni le priorità della strategia nazionale per la parità di genere 2021- 2026, aderendo all’apposita strategia europea. «Le articola in un ampio programma – si spiega nel Pnrr – volto sia a favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, direttamente o indirettamente, sia a correggere le asimmetrie che ostacolano le pari opportunità sin dall’età scolastica».

Si parte con la Missione 1, che ha come obiettivo la garanzia delle pari opportunità sia nell’accesso al lavoro che nelle progressioni di carriera. La Missione 4, invece, prevede il Piano asili nido – per innalzare una presa in carico dei figli oggi miseramente al 14.1% – nonché il potenziamento dei servizi educativi dell’infanzia (3-6 anni) e l’estensione del tempo pieno a scuola. In questo modo saranno sostenute le donne con figli piccoli e di conseguenza l’occupazione femminile. Il messaggio è chiaro: lo Stato non vuole più che si scelga tra fare carriera o figli. 

E, visto che le ragazze sono più istruite dei ragazzi, «il Piano – si legge ancora – investe nelle competenze Stem tra le studentesse delle scuole superiori per migliorare le loro prospettive lavorative e permettere una convergenza dell’Italia rispetto alle medie europee».

La verità è che sanno cosa le aspetta

Foto © Can Stock Photo / Kurhan

In Italia, ad esempio, c’è uno dei più profondi divari d’Europa rispetto alle abilità matematiche dei quindicenni. I maschi ottengono risultati migliori delle coetanee: 16 punti di differenza. È perché sono più intelligenti? No, è perché sono più appassionati e speranzosi. Mediamente un ragazzo su quattro prevede di lavorare come ingegnere o professionista nelle scienze. A volerlo, invece, è appena una ragazza su otto. Il motivo? Il maschilismo scientifico. Pur desiderandolo, non sognano di certo di entrare in un mondo in cui dominano gli uomini a prescindere.

Altri tre punti per convincerle? Uno: «L’introduzione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere intende accompagnare le imprese nella riduzione dei divari in tutte le aree più critiche per la crescita professionale delle donne, e rafforzare la trasparenza salariale».

Due: «Anche la valorizzazione delle infrastrutture sociali e la creazione di innovativi percorsi di autonomia per individui disabili previsti nella Missione 5 avranno effetti indiretti sull’occupazione tramite l’alleggerimento del carico di cura non retribuita gravante sulla componente femminile della popolazione». E tre: «Nella Missione 6 il rafforzamento dei servizi di prossimità e di supporto all’assistenza domiciliare contribuisce a ridurre l’onere delle attività di cura, fornite in famiglia prevalentemente dalle donne».

Regione Lazio: la proposta di legge

Michela Di Biase (Foto: Stefano Carofei © Imagoeconomica)

La proposta di legge regionale, su iniziativa della democrat Michela Di Biase, è stata sottoscritta nell’ordine dall’ormai assessora M5S Roberta Lombardi e da altre tre consigliere di maggioranza: Valentina Grippo (Pd), Marta Bonafoni (Lista Zingaretti), Eleonora Mattia (Pd) e Marta Leonori (Pd).

Con l’avallo della Commissione Pari opportunità, presieduta da Mattia, ha concluso il suo percorso prima dell’approdo in Consiglio regionale e la votazione di eventuali emendamenti e subemendamenti. In quest’ultima fase sono stati anche accolti i due emendamenti all’articolo 9 (Disposizione finanziaria) votati all’unanimità dalla Commissione Bilancio per finanziare due fondi: uno promuove apprendimento, formazione e occupazione nel campo delle discipline Stem (250 mila euro per il 2022 e il 350 mila per il 2023); l’altro le relative attività culturali, sociali, sportive e informative (100 mila euro per ognuna delle due annualità).

Gli obiettivi, come precisa la proponente Di Biase, sono «promozione dell’uguaglianza e delle pari opportunità, contrasto e lotta verso ogni forma di pregiudizio e stereotipo di genere e in particolare quelli che alimentano il gap di conoscenze tra le donne e gli uomini rispetto alle materie Stem». E poi ancora: «Diffusione della passione sin dall’infanzia per le materie scientifiche e tecnologiche e della consapevolezza delle opportunità, anche professionali, che le discipline Stem possono offrire alle donne».

Cosa vuole fare la Regione nel dettaglio

Saranno promosse iniziative rivolte a bambine e adolescenti, specie le alunne della scuola secondaria di primo grado. Saranno attivati programmi di orientamento allo studio, rivolti in particolare alle studentesse della secondaria di secondo grado. Verranno organizzati corsi di formazione per i docenti per trasmettere adeguate competenze sugli stereotipi di genere. Saranno istituite borse di studio per incentivare le ragazze a scegliere percorsi scientifici a bassa partecipazione femminile. Saranno lanciati corsi professionalizzanti e tirocini formativi destinati prioritariamente alle donne che devono entrare o rientrare nel mondo del lavoro.

Non solo. Saranno proposti alle ragazze percorsi nel campo della programmazione e dello sviluppo dei prodotti digitali. Saranno promossi progetti e corsi dedicati all’imprenditoria femminile e alle lavoratrici autonome e artigiane per l’acquisizione delle competenze digitali. Soprattutto nelle università e nei centri di ricerca ci sarà una spinta ai Gender equality plans per valorizzare le competenze delle donne. Saranno istituite borse di studio per dottorati industriali, specialmente quelli legati alle esigenze del territorio.

Non finisce qui. Saranno promossi specifici contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca nei campi Stem e altre iniziative per favorire reclutamento e carriere femminili nel settore. Saranno portati avanti progetti per la creazione di Gender innovation hub per sostenere un’innovazione tecnologica e digitale attenta alle implicazioni di genere. Inoltre è prevista l’organizzazione di corsi e programmi per l’alfabetizzazione digitale delle fasce più vulnerabili. Saranno incentivate manifestazioni sui temi dell’uguaglianza, delle pari opportunità e del rispetto delle differenze. Saranno tenute, infine, giornate informative e campagne di sensibilizzazione per far appassionare le più giovani alle materie Stem.   

I beneficiari e la programmazione

Regione Lazio

A puntare ai finanziamenti devono essere gli enti locali e gli altri enti pubblici territoriali, le scuole pubbliche o parificate di ogni ordine e grado, le università e gli enti di ricerca. Ma anche gli enti accreditati per la formazione professionalizzante, le imprese sociali e le organizzazioni del terzo settore che abbiano connesse finalità statutarie. Se hanno vocazione e competenza negli ambiti Stem, pure le imprese private.

La Regione Lazio, una volta approvata la legge, realizzerà programmi, progetti e interventi anche e soprattutto attraverso la stipula di accordi, protocolli d’intesa, convenzioni e altre tipologie di partenariato. Promuoverà al contempo qualsiasi forma di collaborazione tra tutti i potenziali soggetti beneficiari degli ottocentomila euro stanziati per il biennio in corso.

Sarà un punto di partenza, perché verranno predisposti appositi piani triennali di programmazione e indirizzo. La Giunta Zingaretti, sentita la Commissione consiliare Pari opportunità, stilerà ogni tre anni un programma per l’abbattimento delle barriere ai percorsi di sviluppo delle carriere delle donne nelle discipline Stem. Sarà basato sui dati e sulle relazioni dell’Osservatorio regionale sulle pari opportunità e la violenza sulle donne, istituito con la legge regionale numero 4 del 19 marzo 2014: quella finalizzata altresì alla promozione di una cultura del rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna.

A proposito di genere e Consiglio

Il presidente del Consiglio regionale Marco Vincenzi

L’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, su impulso della stessa consigliera Di Biase, ha approvato le linee guida per l’uso del linguaggio di genere nell’ambito della medesima assise. Tra le principali novità la sostituzione dei nomi di professionisti e ruoli declinati al maschile e ricoperti da donne con i corrispondenti femminili. Per intenderci: avvocata, segretaria, consigliera, assessora e funzionaria. Ma anche l’abolizione del maschile inclusivo: se il Prefetto è donna, allora è una Prefetta.

«Un provvedimento del quale siamo particolarmente orgogliosi – ha detto a riguardo il presidente del Consiglio Marco Vincenzi -. Una prima base per evitare discriminazioni legate al genere parte proprio dalla corretta declinazione dei sostantivi al femminile e al maschile. Con questa delibera si va nella giusta direzione, affinché l’assemblea consiliare e il personale possano vedersi riconosciuto il genere che gli appartiene. Tassello dopo tassello costruiamo insieme la vera parità di genere».

Perché, come sottolineava trentacinque anni fa la femminista Alma Sabatini, «oggi la parità dei diritti passa per il riconoscimento, anche attraverso l’uso della lingua, della differenza di genere. La lingua non solo rispecchia una realtà in movimento, ma può svolgere una funzione ben più importante: quella di rendere più visibile quello stesso movimento e contribuire così ad accelerarlo in senso migliorativo». Era il 1987 e parlava l’autrice de “Il sessismo della lingua italiana”, il primo studio organico indirizzato da Presidenza del Consiglio dei ministri e Commissione nazionale per la pari opportunità. Non sarà un millennio, ma anche in questo caso scusate il ritardo. (E, a proposito di donne Stem e linguaggio di genere, leggi qui Chiamatela Direttrice. Delle missioni spaziali).

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