Le ombre rosse di Paolo Mieli e il coraggio di quel “mi vergogno”

Lo storico chiede scusa per l’appello firmato contro il commissario Luigi Calabresi tantissimi anni fa. Dopo aver sentito i ricordi del figlio, Mario Calabresi, intervistato da Corrado Formigli. Una dichiarazione di straordinario coraggio e di rilettura degli anni di piombo.

Mario Calabresi aveva appena chiesto “verità”, raccontando a Corrado Formigli come lui e la mamma avevano vissuto l’omicidio del padre, Luigi Calabresi. Un’intervista toccante, che ha scosso Paolo Mieli, giornalista di primo livello e storico. Al punto che appena entra nello studio di Piazza Pulita, Paolo Mieli dice: “Mi vergogno di quell’appello”.

Corrado Formigli capisce immediatamente la portata di quanto sta per accadere. La sua puntata è dedicata all’arresto di alcuni ex terroristi italiani in Francia, nell’operazione “Ombre rosse”. E allora lascia spazio al racconto dell’ex direttore del Corriere della Sera. Paolo Mieli nel 1971 scrisse un appello assieme ad altri 500 firmatari de L’Espresso in cui si chiedeva la destituzione del commissario Calabresi, due anni dopo la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

Io mi vergogno

Paolo Mieli nello studio di Piazzapulita con Corrado Formigli

Mieli è stravolto, ma trova il modo per chiedere scusa in questo modo. Dice: “In quegli anni pensavamo che veramente ci fosse la mano dello Stato dietro le stragi. Che Pinelli fosse stato scaraventato giù da una finestra e a quelle stragi se ne stavano accompagnando altri. C’era un clima di tensione, eravamo alla vigilia di un colpo di stato”. Formigli non lo interrompe. Non c’è bisogno di fare domande.

Mieli continua: “Io anni dopo l’appello sono stato uno tra quelli che ha fatto pubblica critica. Io mi vergogno delle cose che sto dicendo, non provo a rivendicarle, facemmo un errore abbiamo dato una colpa a qualcuno con una scusa. Dicevamo: io so chi è stato non ho le prove. Ma so chi è stato”.

Il conduttore Corrado Formigli gli sottolinea come ci sia stato un furore ideologico attorno al commissario Calabresi, come quell’omicidio fosse nell’aria. E che Calabresi fosse una vittima predestinata. Mieli afferma: “Mi sono dato un comandamento ma non ho le prove, rifletti prima di dire una frase di questo tipo, oppure cercale le prove. A fare: “io so ma non ho le prove tanto poi pagano altri.” Tanto poi a sparare sono altri e io poi vado avanti e ridirò la stessa cosa: “io so, ma non ho le prove”. Beh, io mi vergogno davvero di quella cosa. Non è una bella pagina della mia vita”. (Guarda qui la puntata)

Il nuovo punto di partenza

Mario Calabresi. Foto: Benvegnu’ Guaitoli / Imagoeconomica

In realtà le parole di Paolo Mieli sono destinate a rappresentare un punto di partenza per rivisitare quegli anni. Anni nei quali un bambino, Mario Calabresi (poi direttore de La Repubblica, fondata da Eugenio Scalfari), vide il padre ucciso in un clima bestiale di contrapposizione ideologica. I mostri della ragione sono sempre in agguato. Il suo racconto di oggi dà la dimensione di un uomo e di un giornalista straordinario.

Ma le parole di Paolo Mieli sono altrettanto significative. Quel “mi vergogno” è di una grandezza incredibile.

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