Le parole che abbiamo dentro per un bambino morto

Davanti alle tragedie restiamo senza parole. Ci giustifichiamo di fronte a chi piange dicendo "Non trovo le parole...”. Invece dobbiamo trovarle, perché ci sono e possono consolare, dare una speranza

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina (Lc 21, 28)

Scrivo questo pezzo in un momento molto triste. Poco fa ho ricevuto la notizia della morte di un bambino di neppure due anni per un malattia molto grave. È stato un fatto improvviso, la famiglia non era assolutamente preparata e ho ripensato le parole che l’evangelista Luca fa dire a Gesù nel momento in cui egli vuole parlare degli eventi spaventosi che concluderanno il mondo.

Risollevatevi e alzate il capo sono le parole di Gesù perché la vostra liberazione è vicina”. Si possono dire queste parole a due genitori, a due giovani privati della loro creatura da un male terribile? Sì, si possono dire, anzi, si devono dire perché la cosa peggiore che si può fare in questi momenti è dire: Non ho parole. Invece le parole dobbiamo trovarle, siamo obbligati a trovarle perché sono lo strumento attraverso il quale riusciamo ad esprimere i nostri sentimenti. 

Le parole che abbiamo dentro

Certo, spesso non riusciamo a esprimere ciò che pensiamo realmente: le parole possono tradirci, però sono lo strumento della nostra comunicazione, cioè di quella grande capacità umana di mettere in comune la nostra vita con gli altri 

Abbiamo alcuni doni che ci aiutano a trovare la parole:  questi doni sono la fede, la speranza e la carità, quelle che il catechismo tradizionale definiva le virtù teologali. Sono quelle dimensioni essenziali della nostra vita che ci consentono di affrontare una tragedia come questa: tante volte nella letteratura la morte dei bambini innocenti è stata l’occasione attraverso la quale autori grandissimi sono riusciti a comprendere e ad esprimere l’inesprimibile. 

Pensate soltanto ad Alessandro Manzoni e alla descrizione della giovane madre che porta la figlia Cecilia al lugubre carro dei monatti: Cecilia è morta come tanti altri, come 7 dei figli di Manzoni,  come il bambino di Paolo ed Alessandra…  Sono morti come tanti altri che ogni giorno nel mondo muoiono per le malattie, per il freddo, per l’incapacità delle autorità di provvedere ai loro bisogni.

Le immagini terribili che ci arrivano dai barconi nel Mediterraneo e ora anche nella Manica, dal confine orientale dell’Europa e soprattutto l’insensibilità con cui spesso assistiamo a quelle scene, ci fanno comprendere quanto sia importante avere le virtù che sole ci fanno essere uomini: la fede, la speranza e la carità. La fede ci dà la certezza che quella vita  breve con i  bambini non è stata vana. Anzi ha sicuramente un significato che forse non riusciamo a comprendere ma c’è. 

La speranza nelle nostre frasi

Foto: CantSmith / Pixabay

La speranza, basata sul sulle parole di Gesù, ci dà la certezza che un giorno rivedremo questi nostri figli che abbiamo perso. E poi la carità, che supera ogni altra cosa, ci fa scorgere la necessità di superare il male, trasformandolo in bene. È quello che Gesù dice dalla croce alla madre e a Giovanni: donna, ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre

Così sarà possibile trasformare il dolore del lutto, la tragedia della morte inspiegabile, in bene per gli altri. 

Di questo i cristiani devono parlare, di questo devono essere testimoni, perché, di fronte al mistero della morte, siamo tutti disarmati, sconfitti, spauriti, terrorizzati se non abbiamo quelle virtù che grazie all’intervento di Dio, a quella che chiamiamo la grazia di Dio, ci danno la possibilità di affrontare ogni cosa.

Coraggio, la nostra Liberazione è vicina.

(Leggi qui qui tutte le meditazioni di Pietro Alviti).

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