Le pietre insanguinate di Pino e Amilcare sulle quali costruire il futuro

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Il passato ed il futuro. La tragedia che spezza in maniera traumatica i fili del presente, l’ostinazione di una famiglia che li riannoda. Accade così una notte, sui monti di Coreno Ausonio: nella cava dei fratelli Pino ed Amilcare Mattei tutto è immerso nel buio e nel silenzio. Nell’aria è possibile ancora intuire l’odore della polvere da sparo che li ha assassinati tre notti prima, sulla breccia di pietra bianca che traccia la strada ci sono ancora macchie del loro sangue. E’ in quel silenzio che un uomo anziano, dal passo incerto ed una ragazzina che è sua nipote, si avvicinano al cancello. Aprono il lucchetto, rimuovono la catena ed entrano nel piazzale.

Solo loro sanno se quella notte c’era la luna piena o soltanto le stelle ad illuminare il cielo di quel tratto di mondo nel quale la montagna declina lentamente fino a tuffarsi nel mare di Formia. Nonno e nipote, in silenzio, raggiungono la collinetta che sta proprio a ridosso degli impianti: si siedono dietro ai giganteschi silos di acciaio giallo nel quale le pietre vengono frantumate e ridotte in carbonato di calcio; i massi di scarto, inadatti a diventare perfette lastre di marmo lucido che intrappola i fossili finiti lì dalla notte dei tempi, venivano presi dalle discariche e portati nell’impianto dei Mattei che gli davano nuova vita, trasformandoli in materia prima per l’industria delle vernici e dell’edilizia.

Nonno e nipote siedono sui blocchi e guardano il mare di Gaeta in lontananza. Forse quella notte a solcare le onde calme c’è la barca di un sognatore che ha sciolto le vele senza una meta, tentando di inseguire un sogno.

Una cosa è certa. Seppure seduti sulla roccia, nonno e nipote sciolgono le vele della speranza per un intero territorio: perché sono loro a dire, in quel momento, «Non bisogna arrendersi». Un papà ed uno zio appena uccisi, per la nipote; due figli assassinati per difendere l’azienda che lui aveva creato, per il nonno. Troppo facile piangere. I due Mattei, forse, quella notte lo avranno fatto, tenendosi per mano. Ma il messaggio che affidano a quella notte è a ciglio asciutto ed a fronte alta.

L’indomani mattina gli impianti riprendono a funzionare. Lo decidono nonno e nipote. Anche se non ci sono più Pino e Amilcare: i due fratelli così diversi e così uniti, che avevano trasformato l’intuizione del padre in un’azienda proiettata sui mercati di mezzo mondo. Uno amante delle macchine e degli impianti, l’altro portato per il commercio e le relazioni.

La fine di tutto in sei colpi di pistola? No dice nonno Mattei, no dice la sua nipotina.

Un no che hanno ribadito l’altro giorno nell’aula magna dell’università di Cassino piena di gente arrivata da dovunque per assistere al premio di laurea intitolato a Pino e Amilcare, di fronte al vice ministro Riccardo Nencini: uno che di pietre ne capisce perché viene da Carrara.

Ma qui è diverso. Perché il premio intitolato ai Mattei non è monumento funebre, non è lapide: è riconoscimento per gli studenti che hanno presentato un progetto innovativo, quei ragazzi ai quali Pino e Amilcare aprivano le porte della loro azienda e lasciavano che studiassero i loro segreti e quelli del loro successo, senza egoismo. Non è monumento e non è lapide perché in quell’aula nessuno commemora due morti ma ricorda due vivi. Anche la vedova, alla quale hanno strappato il marito, quando ne ha parlato, ha usato la parola ‘Presenza’.

Muore chi va via e lascia nulla. Invece Pino e Amilcare hanno lasciato il modo di gestire la loro azienda come se fosse una famiglia, il sorriso e l’allegria che ora sono solo rimandate, le innovazioni introdotte nel comparto, le centinaia di opere di bene lasciate senza volere nemmeno un grazie ma accontentandosi della gioia nelle persone che ricevevano il loro aiuto in maniera anonima. Hanno lasciato un messaggio a tutto il territorio della provincia di Frosinone messo in ginocchio dalla crisi e in costante attesa di qualcuno che gli porti una soluzione: Pino e Amilcare ripetevano sempre «si deve guardare avanti, perché non bisogna mai smettere di credere, non bisogna mai arrendersi».

Come hanno fatto, una notte, un nonno ed una nipote, spalancando la porte della speranza ad un intero territorio.

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