Le supposte dell’onorevole sono arrivate: sono per gli operai Fca

Nei giorni scorsi accusavano chi scriveva di Fca. Ora i parlamentari del territorio scoprono che non era sciacallaggio. Lo stop agli investimenti è reale. Nessuno di loro ha parlato, nessuno ha provato a difendere lo stabilimento di Cassino

Un post su Facebook pubblicato giovedì 27 dicembre alle 15:12 la ritrae sorridente dietro ad un paio di occhialoni neri. L’onorevole Francesca Gerardi sta andando a votare la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. A commento della sua foto scrive che “le opposizioni rosse non avranno digerito il pranzo di Natale ed hanno già annunciato grandi mal di pancia…consiglio supposte di Malox“.

Di lì a poco la deputata della Lega di Pontecorvo voterà un documento che non ha letto, come nessuno dei suoi colleghi ha letto, allo stesso modo in cui nessun parlamentare ha potuto fare. Si vota alla cieca. In quel testo c’è l’ultima formulazione del provvedimento che introduce l’Ecotassa sulle auto prodotte anche nello stabilimento Fca Cassino Plant: si tratta di alcune motorizzazioni di Giulia e Stelvio. (leggi qui Fca, le 15 di Cassino che finiranno nell’Ecotassa)

La norma viene introdotta, in barba al piano industriale presentato a fine novembre con cui Fiat Chrysler Automobiles ha annunciato il passaggio ai motori elettrici per tutta la produzione entro la fine del 2019.

Le “supposte” ora sono arrivate. Ma non sono destinate alle “opposizioni rosse”. Sono per i lavoratori dello stabilimento Fca di Cassino, i loro familiari, i negozi dove fanno la spesa. La multinazionale dell’auto che da tempo non sta più a Torino ma ha sede ad Aburn Hills, nella contea di Oakland, nello stato del Michigan, negli Stati Uniti d’America, ha annunciato ufficialmente che i 5 miliardi di investimenti per gli stabilimenti italiani non ci sono più. Verranno rivisti a seguito delle mutate condizioni per via dell’Ecotassa. (leggi qui Fca punta sugli Usa. A Detroit annuncia «In Italia c’è l’ecotassa, rivediamo il piano di investimenti»).

L’onorevole Francesca Gerardi almeno ci ha messo la faccia. Quel giorno ed in quelli successivi: quando negli altri post ha definito sciacalli quelli che lanciavano l’allarme sul destino di Fca a Cassino e nel resto del Paese. Definendo “urla ed allarmismi infondati” le notizie e le analisi pubblicate.

Gli altri, nemmeno la faccia

Il territorio della provincia di Frosinone esprime altri sei parlamentari. Loro, a differenza di Francesca Gerardi, non ci hanno messo nemmeno la faccia.

Eppure erano quelli che avrebbero dovuto mettercela per primi. Quelli del Movimento 5 Stelle: gli onorevoli Luca Frusone, Ilaria Fontana, Enrica Segneri. Perché il provvedimento che ha indotto Fca a bloccare gli investimenti in Italia, puntare l’attenzione sul mercato Usa, scommettere sul marchio Jeep, lo ha voluto il Movimento 5 Stelle del ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Fosse stato per lui, nella tassa sarebbe rientrato anche il Pandino che per ora si fa nel suo collegio elettorale, a Pomigliano d’Arco: poi l’hanno convinto a rimettere mano ai parametri sui quali si basa la tassa, salvando la Panda e con lei anche una parte delle motorizzazioni di Giulia e Stelvio.

Ma in tutto questo, nessuna voce del M5S si è alzata in Parlamento. Nessuno ha fatto notare che il provvedimento rischiava di assassinare gli stabilimento Fca italiani. Compreso Cassino. Favorendo quelli stranieri.

Eppure Ilaria Fontana è la deputata eletta nel collegio uninominale di Cassino al posto di Mario Abbruzzese, lì dove buona parte dell’economia sopravvive grazie a Fca ed il suo indotto.

Luca Frusone ed Enrica Segneri, sono stati eletti in un collegio che rappresenta tutta la provincia di Frosinone. Cioè quell’area che all’Automotive ed al chimico (il comparto che realizza la componentistica in plastica e polimeri) devono i segni ‘più’ sulle tabelle della loro economia in questi anni.

Invece zero. Tanto quanto i leghisti Francesco Zicchieri o Gianfranco Rufa.

Gli allarmi c’erano

Nessuno di loro ha voluto ascoltare gli allarmi lanciati quando ancora si faceva in tempo. Da quello di Francesco Giangrande, segretario provinciale Uilm, uno che dentro Cassino Plant ci ha lavorato una vita intera (leggi qui Ecotassa, Giangrande avvisa: «Porteremo gli operai davanti a Montecitorio»). O Ferdinando Uliano, segretario nazionale dei metalmeccanici Cisl (leggi qui Maledetta Ecotassa: «In Fca ora c’è il rischio di licenziamenti»). Fino ai quadri che lavorano in fabbrica e che negli anni Ottanta misero fine ai picchettaggi (leggi qui I 40mila tornano in campo per Fca: «Rischi di impatto negativo per l’Ecotassa»). Eppure le analisi che venivano dal territorio erano chiare.

Quando sono andati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e sono riusciti a spiegargli la situazione, il premier pare abbia risposto ai sindacati: “Proposte interessanti, abbiamo realizzato un portale nel quale segnalarcele: scrivetele lì, su Internet“. La risposta dei sindacati è stata “Veramente noi rappresentiamo i Lavoratori e sarebbe opportuno darci ascolto direttamente“. Non li hanno ascoltati.

La frase di Stirpe

Quanto verranno rimodulati i 5 miliardi dipende solo dal governo. Perché un dato è certo: nell’intervista rilasciata a Detroit, l’amministratore delegato Mike Manley ha detto che il piano di investimenti per gli impianti italiani annunciato da Fiat Chrysler Automobiles «resta sul tavolo e non sarà bloccato». Ma dopo l’introduzione dell’Ecotassa «lo stiamo rivedendo. Lo stiamo lavorando per capire come adattarlo» allo scenario di mercato «legato alle nuove regolamentazioni».

Significa che c’è una via d’uscita. E che ancora si fa in tempo ad imboccarla. La via d’uscita sta in una frase pronunciata dal vicepresidente nazionale degli industriali italiani Maurizio Stirpe. L’ha detta nell’intervista rilasciata sabato ad Alessioporcu.it, ripresa dalle principali agenzie di stampa nazionali ed alla quale ieri Il Giornale di Milano ha dedicato un’intera pagina.

Il presidente ha detto Speriamo che, una volta valutati gli effetti negativi che questo provvedimento produrrà, possa essere corretto dal Governo e che ci sia un’assunzione di responsabilità in questo senso. (leggi qui Il boom Anni 60 di Di Maio? Stirpe: «Io sto con i piedi per terra»).

Qualcuno glielo dica

Se a Roma non avessero notato le dichiarazioni sulla stampa nazionale, forse qualcuno di quelli che in questi giorni non ha parlato, potrebbe emendarsi a far presente a chi decide, che l’uomo delegato da Confindustria a tenere le relazioni più spinose, una via l’ha indicata.

La via è rivedere la tassa. Subito. Non cancellarla. Perché nessuno finora ha negato che abbia un fondamento. Ma arriva nel momento sbagliato: con un anno di anticipo, prima che siano in linea i nuovi modelli elettrici ed ibridi e che il Paese si sia dotato di migliaia di punti per fare ‘rifornimento’ alle batterie.

Qualcuno glielo faccia presente.

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