Levateci tutto ma non il vino

Via libera di Bruxelles alla norma, notificata a giugno dall'Irlanda che consente di adottare un'etichetta per vino, birra e liquori con avvertenze come "il consumo di alcol provoca malattie del fegato" e "alcol e tumori mortali sono direttamente collegati"

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

IL TESTAMENTO DEL VINO 

Libiamo, libiamo ne’ lieti calici, che la bellezza infiora
E la fuggevol, fuggevol ora s’inebri a voluttà
Libiam nei dolci fremiti che suscita l’amore
Poiché quell’occhio al core onnipossente va
Libiamo, amore, amore fra i calici più caldi baci avrà

Ah, libiam, amor fra’ calici più caldi baci avrà

La Traviata, Giuseppe Verdi

E ora chi lo dice al grande maestro che questi versi, questo canto divino, è incitamento alla morte? Chi lo dice al sacerdote che beve il sangue di Cristo sta uccidendo se stesso e il creato.

Divino, cosa di Dio, diventa “rischio di morte“, “attenta gravemente alla salute”. In Irlanda, complici gli europei, hanno stabilito di avvertire chi si fa un bicchiere di vino che se non muore di certo morirà. Bruxelles ha dato il via libera alla norma promossa dall’Irlanda che consente di adottare un’etichetta per vino, birra e liquori con avvertenze come “il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati“.

Io pensavo che mi volessero bene

Il che, considerati i versi della sua Traviata, avvicina Giuseppe Verdi ad un Totò Riina. E la storia di Marcellino pane e vino è scritta da un criminale (Josè Maria Sanchez Silva). Quel bimbo del racconto, scopriamo ora dalla chiave di lettura euro-irlandese, lo volevano ammazzare non salvare.

E dire che ho sempre pensato a nonna mia, Za Pippa, come dispensatrice di amore. Pensate, diceva che ero il più bello di Sezze. E invece? Invece quando mi vedeva pallido mi dava del vino rosso che, diceva, faceva sangue. Ma ora, grazie alla nuova euro etichetta, scopro che mi stava uccidendo. Cosa che reiterava la mattina mettendo del marsala all’uovo sbattuto. 

E nonno Lidano che all’osteria mi bagnava le labbra con vino e gazzosa: oggi scopro che non mi voleva bene.

Il vino è un’arte

Foto: StevePb / Pixabay

Una volta, prima della “messa alla gogna irlandese del vino“, un ristoratore mi spiegò quello che bevevo. Una bottiglia che aveva vino che sapeva di “sottobosco“, “di ginepro allegro“, “di tabacco“, “di menta a primavera“. Mi parlò per ore di ogni sentore del mondo. Io lo guardai offeso e dissi “veda, lei ogni ulteriore sentore che dice offende questo liquido perché deve avere sapore ‘di Vino‘. Di nostro Signore e cosa migliore del Creatore non esiste nel suo creato.

Da allora capii che il mondo non capiva il vino, fino a bandirlo come si mette al bando ogni felicità. Il vino è felicità, e ve lo dico piano: nonna e nonno mi amavano sul serio.

E quando er vino – embé – ciarriva ar gozzo –
embè – ar gargarozzo – embè – ce fà ‘n ficozzo
– embè – pe’ falla corta, pe’ falla breve,
mio caro oste portace da beve, da beve, da beve, olè!

Versi de La società dei magnaccioni, canto “eversivo” delle osterie romane e burine, poco europee e tanto levantine.

Chi ci salverà da una Europa che non sa ridere?

(Foto di copertina: Foto © DepositPhotos.com)

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