L’importanza di chiamarsi Nicola. O… Matteo

Il fattore Nicola. Ed il fattore Matteo. Zingaretti, Porro, Ottaviani, Orfini, Renzi, Salvini... tutti incideranno sulle future elezioni regionali nel Lazio.

Nicola come Zingaretti. Il presidente della Regione Lazio, candidato per un bis che sarebbe storico (nessuno lo ha mai centrato) come Governatore, da cinque anni guida una coalizione di centrosinistra larga, autorevole e credibile. Con quella coalizione si ripresenterà e ormai il Pd non ha altra scelta che quella di seguirlo. Il fatto poi che Zingaretti venga attaccato dal movimento Cinque Stelle un giorno sì e l’altro pure lo rafforza all’interno del Partito Democratico. Si è blindato.

 

Nicola come Porro. Il vicedirettore de Il Giornale e conduttore di Matrix è l’uomo che Silvio Berlusconi vorrebbe candidare alla presidenza della Regione Lazio. Sia perché la tradizione dei mezzibusti televisivi funziona (Piero Badaloni e Piero Marrazzo), ma anche perché darebbe al centrodestra un’immagine diversa, lontana da quella polverosa dei dirigenti di partito ma anche da quella barricadiera del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi.

Nicola Porro però ha risposto che non ci pensa proprio, che fa il mestiere più bello del mondo. Vedremo.

 

Nicola come Ottaviani. Il sindaco di Frosinone alla presidenza della Regione Lazio avrebbe concorso a passo da bersagliere se non fosse per l’ineleggibilità. A chi lascerebbe la guida del Comune di Frosinone? La coalizione di centrodestra si sfalderebbe il giorno dopo. Ma un ruolo vuole averlo. Non tanto nella scelta di un candidato di riferimento per la Regione Lazio (Adriano Piacentini o Alessandra Mandarelli), quanto nella possibilità di sedersi al tavolo politico del centrodestra. Come plenipotenziario del presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Ci proverà.

 

Matteo come Renzi. Il segretario nazionale del Pd sembra ripetere il mantra di Rocky Balboa contro Ivan Drago: “Non fa male”. Però da un anno incassa dei ko terribili. Si rialza. Rocky però alla fine vinceva. Renzi non si sa. Dovrebbe unire il centrosinistra, ma il primo a non essere convinto è lui.

 

Matteo come Orfini. Il presidente nazionale del Pd ha detto che le alleanze sono importanti, ma non a tutti i costi. Significa che per Mdp di D’Alema, Bersani e Speranza non c’è posto. Ma significa anche che forse Renzi sta pensando ad una cosa diversa, magari ad imitare Emanuel Macron e fare un partito diverso. La sinistra perde in tutto il mondo.

 

Matteo come Salvini. Il leader della Lega è sbarcato in Sicilia e nel Lazio può essere decisivo. Se Sergio Pirozzi si candida alla presidenza della Regione ugualmente, allora metterebbe in crisi il centrodestra in partenza. Se invece convincesse il sindaco di Amatrice a concorrere con la Lega alla Camera o al Senato, allora potrebbe lasciare campo a Berlusconi alle regionali e guadagnare percentuali preziose per il Carroccio alle politiche.

 

Le variabili sono due. Intanto l’astensionismo: nessuno riesce a recuperare tutti quelli che ormai hanno una crisi di rigetto dalla politica.

 

La seconda è il Movimento Cinque Stelle. In Sicilia quello che è successo è emblematico. Molti elettori di sinistra hanno votato per il candidato del proprio partito nella lista provinciale proporzionale, me hanno scelto il candidato presidente dei Cinque Stelle. Perché avevano la sensazione (rivelatasi esatta) che la sinistra non poteva vincere.

Se Beppe Grillo e Luigi Di Maio provassero a declinare il termine alleanza, potrebbero adattarsi ai sistemi elettorali in vigore.

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