Lo sfogo di Rossi è una spia rossa. Così il calcio dilettantistico muore

Il presidente del Cassino, stanco delle offese personali sui social, annuncia l’addio alla società. “Le critiche le accetto ma non la maleducazione”. Una decisione sofferta che apre scenari imprevedibili e mette in evidenza il malessere di quei dirigenti che investono denaro a fondo perduto e tante volte ricevono in cambio solo insulti.

Alessandro Salines

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Le offese personali non possono far parte del gioco. E se c’è qualcuno che sostiene il contrario dovrebbe viverlo sulla sua pelle. Nicandro Rossi, imprenditore e presidente del Cassino, ha detto basta. Stanco degli insulti per una sconfitta o un gol subito, si è sfogato con un lungo ed accorato post sulla pagina Facebook della società azzurra. E soprattutto ha annunciato l’addio alla squadra sulla quale in oltre 8 anni ha investito tante risorse economiche ed energie.

Una squadra che a partire dal 2013 l’ha portata dalla Promozione alla Serie D. E poi l’ha condotta con grande dignità in un momento storico difficilissimo dove il calcio di base sta pagando un prezzo altissimo alla crisi dovuta al covid (3 mila società alla fine dell’emergenza potrebbero chiudere).

Sono stanco di questi attacchi gratuiti che giungono dai social e non – ha scritto Rossi – Sono il presidente che ha riportato il calcio in questa città e ha collocato la Cassino sportiva nella categoria più idonea in momenti delicati e facendo sforzi enormi. Non sempre le cose vanno bene ed io come faccio con la mia impresa mi rimbocco le maniche e riprendo a lavorare”.  

CRITICHE NON INSULTI

Nicandro Rossi

La presa di posizione di Rossi non è finalizzata ad evitare le critiche sull’andamento del Cassino fermo a quota 15 e reduce da 4 ko di fila. Ma il patron chiede rispetto ed un confronto civile.

Non ammetto attacchi frontali che mi etichettano come la causa di questo momento negativo – si legge ancora nel post – Accetto ogni forma di contestazione, ma non le offese personali. Non tollero la maleducazione e sugli affronti lesivi della mia persona prenderò seri provvedimenti. Credetemi, io sono il primo tifoso e non il presidente. La società è formata da tifosi e non da dirigenti, ci confrontiamo con realtà molto più blasonate di noi che sono in difficoltà da anni”.

Ho investito tempo prezioso e capitali ingenti per dar lustro alla Cassino calcistica. Se sono io la causa di tutto mi faccio da parte, manterrò fede agli impegni sino al 30 giugno e sarò felice di lasciare a persone più preparate di me. Non meritiamo questo trattamento per quanto di buono abbiamo fatto e dunque in attesa che qualcuno si faccia avanti, proseguiamo per la nostra strada. La porta della segreteria è sempre stata aperta per chiunque voglia rilevare la società: attendo fiducioso e accoglierò a braccia aperte chi saprà fare meglio di me”.

COSI’ MUORE IL CALCIO

Cassino Calcio in allenamento

Lo sfogo di Rossi non è sicuramente fine se stesso ma può essere letto anche come il segnale di un malessere più generale.

Se gli imprenditori cominciano a mollare in questo periodo di crisi, il rischio è la desertificazione del calcio dilettantistico con risvolti sociali molto negativi. In Ciociaria diverse società sono scomparse negli ultimi anni anche prima della pandemia.

Pure a Cassino ci sono stati periodi difficili e Rossi ha avuto il merito di portare avanti la squadra. Insomma servirebbe maggiore equilibrio nei giudizi e spirito di collaborazione nei confronti di quanti investono soldi nel calcio a fondo perduto. Altrimenti saranno sempre meno gli imprenditori che si avvicineranno a questo sport. Della serie: chi me lo fa fare. 

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