Lo straordinario Mundial di Buffa

Foto: © A. Antonellis

Straordinario Federico Buffa. Epico il suo racconto del Mundial '82 fatto nella serata conclusiva di Calcio e Terra a Veroli. Sulla sigla, lacrime e applausi... e tutti ancora una volta Mundial

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Straordinario, semplicemente straordinario. Così è stato l’ultimo atto di Calcio e Terra a Veroli. Un pianoforte, un leggio e uno sgabello. Una panchina. Di sottofondo canzoni, che nessuno ha mai dimenticato, riportano quasi inavvertitamente ad un Italia di oltre trent’anni fa. Una piazza elegante, stracolma, si attende.

Ore 21.48, l’atmosfera è spezzata dai saluti di rito, nell’ordine il direttore artistico dell’evento, Sara Battisti, Simone Cretaro e il giornalista Vittorio Macioce. Per fortuna tutti hanno tagliato a corto. “La settima luna di Lucio Dalla” ricrea quel caelum esattamente dal punto dove era stato interrotto. Sfumano le parole di Dalla, entra il pianista, e che pianista. Alessandro Nidi inizia a picchiare sui tasti, note grevi, pesanti, ansimanti e inquietanti. Sullo sfondo immagini in bianco e nero.

Era il 23 febbraio del 1981, nella camera di una Spagna tornata da poco alla democrazia e che un anno dopo avrebbe dovuto giocare e sostenere un mondiale. Si stava votando in Spagna quando nella camera irrompe Antonio Tejero. “Alto! Todo el mundo quieto. Silencio! Al suelo!” Inizia così, Federico Buffa parte da lì, da quelle parole, da quel “Al suelo” che urla mentre balza sul palco. Da quell’istante non si ferma più. Straordinario, semplicemente straordinario.

Un fiume in piena, non c’è tempo per gli applausi, non c’è tempo per guardarsi intorno. In un istante sparisce Veroli, spariscono gli anni, sparisce il pubblico, tanto. Ci sei solo tu, un pianoforte, un leggio e uno sgabello. Una panchina. Le luci sul palco sfocano di rosso, ma la percezione è Azzurra, l’Azzurro del Mundial spagnolo.

Le storie di Buffa si diramano per mille rivoli, tra situazioni politiche e sociali di tante nazioni. Ma al centro siamo noi, si parla di noi, noi come Italia, noi come popolo da ricompattare. E se c’è un elemento che più degli altri riesce ad unire milioni di persone quello è rappresentato dalla maglia azzurra. Quella maglia indossata in quel mundial giocato in terra iberica, iniziato sotto i peggiori auspici e terminato come nessuno osava sperare.

Federico Buffa racconta, si immedesima nei personaggi, dentro e fuori dal campo. Racconta di quella surreale interruzione di Francia-Kuwait per mano di uno sceicco e della delicatissima situazione tra la Madre Russia e i paesi del blocco orientale, sintomo di un’ideologia e di uno status quo scricchiolanti.

Ma è il nostro mondiale. Allora Buffa racconta la nostra storia: una Nazionale che da brutto anatroccolo diventa un meraviglioso cigno, sbocciando all’improvviso ed eliminando le quotate Argentina e soprattutto Brasile, fino a Polonia e Germania. Storie di campo, di uomini, di paure. Buffa rende grazie al carisma di Zoff e Scirea, come un fratello maggiore e minore. Alla versatilità di Tardelli, un urlo rimasto nella storia, insieme a quelli di Munch e di Ginsberg. Alla forza, nella testa e nelle gambe di Bruno Conti. Allo stato di grazia del redivivo Paolo Rossi, reduce dallo scandalo calcioscommesse del 1980.

Buffa riesce a sublimare l’aspetto poetico, sociale e totalizzante del pallone che rotola. Intanto scorrono le immagini in bianco e nero, ma nessun goal, nessuna azione di nessuna partita. Bastano le sue parole e l’immaginazione di chi lo ascolta. Non è un caso che Buffa ha scelto quella Nazionale lì, di Bearzot, Pertini e Zoff. Ma anche di Paolo Rossi e Tardelli, di Bergomi e Gentile. Delle sfide epiche e prestigiose contro l’Argentina, il Brasile e la Germania Ovest, quella forte. Delle critiche pesantissime della vigilia, del successivo silenzio stampa, del goal rocambolesco di Graziani a Nkono, portierone del Camerun che scivola e non la prende, dell’esultanza di Falcao e della maglietta strappata di Zico da un Gentile molossso e recidivo (aveva fatto scempio anche della divisa di Maradona), del rigore sbagliato da Cabrini con Rossi che da dietro gli mette ansia, di Boniek sugli spalti e di Rumenigge silente in finale, della partita a carte sull’aereo che riportava in Italia i freschi campioni del mondo. E dei caroselli con i tuffi nelle fontane di un’Italia che in quelle acque si lavò onta e stanchezza degli anni di piombo e degli scandali piduisti.

Straordinario, semplicemente straordinario. Una partita di calcio, un mondiale vinto non è solo una partita di calcio, ma significa percorrere quel sottile confine che ci consente, almeno per una notte, di sentirci un Paese unito che condivide una storia, degli ideali, una passione.

Si è letto questo nelle parole, nelle pause, nei movimenti di Federico Buffa, che si è seduto su quella panchina di scena solo quando parlava di Bearzot. Non è stato un caso, non poteva essere un caso. Ore 23.14, termina lo spettacolo. Lacrime e applausi. E in quell’istante, solo per un momento, ci siamo sentiti, ancora una volta, tutti Campioni del Mondo. Grazie Federico. Straordinario, semplicemente straordinario.