L’errore con le Marocchinate: le nostre colpe a Mentone, in Grecia, Jugoslavia (di A. Loffredi)

L'inchiesta sugli stupri commessi dalle truppe coloniali francesi, aperta dopo 74 anni. I dubbi di Angelino Loffredi, storico, ex sindaco di Ceccano. Il suo libro contro le semplificazioni. Le nostre colpe sulle donne di Mentone, in Jugolsavia...

di Angelino LOFFREDI
già Sindaco di Ceccano
e già Dirigente regionale Pci

Le pagine dei giornali in questi giorni hanno lanciato una notizia che ha riportato al centro della cronaca la le “Marocchinate”: la tragedia delle centinaia di donne ciociare violentate dalle truppe coloniali francesi durante la loro avanzata nella II Guerra Mondiale.

Una barbarie a lungo nascosta, denunciata al grande pubblico con il film La Ciociara di De Sica. E sulla quale adesso, dopo 74 anni, la procura militare apre un’indagine sugli stupri commessi nel 1944 dai soldati africani. L’ipotesi d’accusa allo Stato francese è per il presunto via libera alle violenze con migliaia di donne, uomini e bambini abusati e uccisi.

Attorno ad un argomento vero e drammatico si evidenziano errori di conoscenze, semplificazioni, sensazionalismo. Ma in particolar modo un errato disegno strategico.

Anche i francesi, per esempio, potrebbero ricambiare le denunce per le violenze a Mentone e sulla Costa Azzurra. E così i Greci, Jugoslavi e cosi via. Per non parlare dei Libici, dei Somali, degli Eritrei, degli Abissini…

Non possiamo nazionalizzare il dolore ma internazionalizzarlo.

In 10.000 anni di storia raccontata ogni vittoria militare si è risolta sul corpo delle donne. È solo dall’inizio di questo millennio, dopo i Fatti di Ruanda, che lo stupro viene considerato crimine.

Nel libro “Il dolore della memoria” con Lucia Fabi ho provato a ricostruire paese per paese le violenze, le risposte spontanee dei cittadini, i controversi atteggiamenti degli ufficiali francesi e statunitensi. Ma anche le furbizie ele speculazioni per avere l’indennità stupro.

Una storia sempre raccontata male. Del proclama Alphonse Juin non abbiamo parlato perchè è una bufala. Non esiste nessuna traccia documentale di quel fantomatico proclama che concedeva il via libera agli stupri.

Qui di seguito, un brano tratto dal capitolo in cui si descrive l’aggiramento militare e le prime notizie degli stupri nel 1944.

Per chi volesse saperne di più, il libro è consultabile gratis sul sito loffredi.it. È raggiungibile direttamente tramite il banner al termine di questo estratto.

L’Aggiramento e le violenze

da Il dolore e la memoria

Nel momento dell’offensiva alleata erano assenti dal fronte il generale Von Vietinghoff, comandante della X armata, e lo stesso generale Von Senger, comandante della XIV Panzer Korps, perché convocati da Hitler in Germania per ricevere un’alta decorazione.

Il Corpo di spedizione francese, comandato dal generale Alphon-se Juin, è composto da quattro divisioni:

la 1a Divisione, motorizzata, denominata Francia Libera, ultima del Corpo ad arrivare in Italia (aprile del ’44), è comandata dal generale Diego Brosset. E’composta da appartenenti alla legione straniera e da soldati provenienti dal Senegal, Camerum e da altri possedimenti francesi. Questa divisione il 13 maggio occupa i comuni di S.Andrea, S. Ambrogio e S. Apollinare; la 2a Divisione fanteria marocchina (DIM) è comandata dal generale Andrè Dody, occupa Monte Faito, Monte Maio dalle cui alture si possono osservare i movimenti delle truppe tedesche e successivamente entra in Ausonia; la 3a Divisione, composta da militari algerini e tunisini( DIA), comandata dal generale Joseph de Montsabert, occupa Castelforte; la 4a Divisione comandata da Francois Sevez, formata da 3 gruppi di Tabor, agli ordini del generale Agustin Guillame si unifica con la divisione di montagna (DMM) composta da marocchini provenienti dalle montagne dell’Atlante, in Marocco.

Nelle stesse giornate sul resto della Linea Gustav gli alleati non avanzano, sono fermi ed accusano perdite e continui contraccolpi.

Complessivamente le quattro divisioni del CEF sono composte da circa 100.000 militari. Esse procederanno a tappe forzate alternandosi nei combattimenti, conquisteranno e supereranno in tempi rapidi montagne, fossati, terreni inaccessibili, arrivando ad occupare Monte Petrella a 1.573 metri. La capacità di questi militari di adattarsi alla natura del terreno, il coraggio ed il valore nei combattimenti sono pari alla crudeltà con cui saccheggiano il territorio e stuprano le persone che incontrano.

L’avanzata delle 4 divisioni del CEF porta direttamente alla memoria le violenze subite dalle popolazioni ciociare, non solo in termini di uccisioni e rapine, ma anche di violenze sessuali sia verso le donne che verso gli uomini.

Questi atti di violenza si sono già verificati in altre occasioni durante l’avanzata dell’esecito alleato nel sud Italia. Erano già incominciate in Sicilia nel luglio 1943 con la presenza di 800 nordafricani, apprezzati dal generale americano Patton. In Sicilia 18 nordafricani, in risposta alle loro violenze, vennero uccisi e mutilati da familiari di donne violentate. Questi avvenimenti sono poco trattati nella storiografia bellica, se non del tutto ignorati. In provincia di Frosinone gli stupri iniziano durante l’inverno del 1944 dopo la conquista da parte degli alleati di alcuni comuni collocati sotto le Mainarde: Acquafondata, Viticuso, S. Elia Fiumerapido dove avvengono violenze limitate e tacitate.

Nel maggio del 1944 a nord del fiume Garigliano tali crudeltà iniziano immediatamente, ma le prime documentazioni le abbiamo con la conquista di Spigno Saturnia. Ecco come racconta il mitragliere americano Len Dziabas: “ D’un tratto sentimmo spari e urla provenienti dal villaggio e non riuscivamo ad immaginare cosa stesse accadendo. Qualcuno disse“penso stiano stuprando le donne “. Uno dei sergenti domandò se si doveva fare qualco-sa a riguardo. Il sottotenente rispose “ siamo sotto il loro comando dobbiamo attendere ordini “.

Simile versione è rilasciata dalla infermiera francese Solange Couviler che nelle sue memorie scrive: “Purtroppo i nostri trionfi vennero offuscati dalle violenze commesse da taluni soldati nordafricani. A Spigno sentimmo levarsi fra i rumori della guer-ra le grida delle donne che ci sprofondarono nella disperazione “ e aggiunge: “ Il comando militare francese che non era disposto a tollerare questi crimini di guerra, passò per le armi un cer-to numero di colpevoli”.

Dalle testimonianze orali raccolte, rileviamo che i colpevo-li di stupri che vennero passati per le armi furono pochi. L’nfermiera prosegue nella sua testimonuanza:” dovetti evacuare in camicia di forza una donna di circa trenta anni. Un infermiere maschio la teneva d’occhio mentre vagavamo per la notte in cerca di un manicomio italiano che potesse ricoverarla. Questo episodio rimane l’unico momento di vergogna in tutta la mia esperienza di guerra”.

L’ avanzata militare del CEF si trasformò in una grande tragedia umana per le popolazioni che subirono violenze e soprusi. Il 18 maggio a Coreno Ausonio, paese già da qualche giorno occupato, oltre ai saccheggi e alla violenza sulle donne vengono trucidati Maria Rosa Di Siena e Raimondo Costanzo. Quest’ultimo, richiamato dalle grida della donna presa da un gruppo di marocchini, accorre e ingaggia una impari lotta contro tre di costoro che alla fine hanno la meglio.

A Esperia la resistenza tedesca, che il Gruppo di combattimento del colonnello Heinrich Baron opponeva da tre giorni, in condizioni estremamente difficili, fu eliminata dalla schiacciante superiorità degli Algerini. Alle ore 12,00 del 17 maggio la bandiera francese sventolò sulla torre quadrata del castello normanno, posta dal giovane tenente Jacques Robinson.

Le truppe del CEF, dopo una settimana di avanzata erano scese da Monte Petrella verso Esperia. Questo è il paese dove si compiono la maggioranza di rapine, di saccheggi e di violenze, in particolar nella contrada Polleca.

Moretti, dottore e sindaco del paese denuncerà immediatamente 600 stupri su donne e sullo stesso parroco.

Da Polleca ad Arva salivano le urla delle donne trascinate a forza, mitra alla mano, a quel sacrificio brutale: le loro invocazioni riempirono le calde notti di maggio”. Cosi il giornalista Fe-lice Chilanti qualche anno dopo ricorda quei momenti. Un insie-me di violenze fisiche e sessuali, ruberie ed uccisioni.

Il parroco di questo comune don Alberto Terilli che fu testimone di tanti delitti, morì nell’agosto dell’anno scorso di malattia mai confessata. Una malattia che lo fece deperire di giorno in giorno agli occhi dei parrocchiani: forse egli portò con se un suo spaventoso segreto.

Gli uomini difesero le loro donne, qualche volta fino alla morte. Il messo esattoriale di Esperia, Luigi Assante, un uomo sui 40 anni, fu ucciso a baionettate per difendere le sue due so-relle, Beatrice e Iolanda264.

Alla fine della battaglia per la conquista di Esperia caddero nelle mani degli alleati 400 prigionieri che erano nel centro abitato. Le forze alleate il giorno successivo arrivano a Monticelli, in territorio di Pontecorvo.

Le truppe del CEF non solo hanno aggirato la linea Gustav, dimostrando che questa non era un baluardo inespugnabile, ma sono arrivate anche alla successiva linea Hitler, a nord di Cassino, quella che da Pontecorvo si estendeva fino a Villa Santa Lucia, lungo una linea di venti chilometri dove erano predisposti bunker ogni 250 metri.

La penetrazione del corpo francese è di quaranta chilometri a nord della Linea Gustav. Essa oltre che imprevista e rapida è tanto pericolosa da far temere ai tedeschi di rimanere accerchiati. Quest’ultimi durante la notte del 17 maggio in modo ordinato e silenzioso si ritirano. Tale avvenimento ci spinge ad avanzare alcune osservazioni. Quando il 12° Lancieri polacco alle 10,30 del 18 maggio, innalza la propria bandiera nazionale e quella del Regno Unito sui resti del monastero di Montecassino, non è il risultato finale di un combattimento fra parti contrapposte, così come siamo portati a credere. E’ un atto che rappresenta solo l’occupazione di quello che era stato un importante caposaldo oramai lasciato libero. Le stesse considerazioni valgono anche per quello che riguarda l’ingresso in Cassino, sempre (…)

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