L’omicidio del sindaco di Roccasecca

Una serie di colpi di fucile per uccidere il sindaco di Roccasecca Serafino Paolozzi. È il 1872. Delitto per vendetta. Spariti i fascicoli processuali. Ma dopo undici anni, nello stesso luogo, viene assassinato anche il fratello. E lì la storia è diversa

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Roccasecca 26 maggio 1872: il sindaco Serafino Paolozzi, in compagnia del segretario comunale Clemente Delli Colli, si stava recando verso la “borgata” di Caprile, percorrendo la pedemontana che, in leggero declino, collega Roccasecca a Castrocielo.

Scopo della passeggiata, solo due chilometri di strada, era la celebrazione di un matrimonio civile.

Chi erano i Paolozzi

Serafino Paolozzi era una persona di grande autorità e prestigio. Appartenente ad una ricca famiglia di possidenti, aveva ricoperto la carica di sindaco fin dal 1860. Il padre Giambattista era “proprietario” come si diceva all’epoca, mentre Maria Speranza, la madre, apparteneva ai Coarelli, un’altra delle famiglie più “cospicue” di Roccasecca. Da quel matrimonio erano nati ben dieci figli, conformemente al costume dell’epoca. Oltre a Serafino, il terzogenito, abbiamo Giocondo (morto subito dopo la nascita), Carolina, Giuseppe, Giacinto, Paolina, Luigia, Tommaso, Marianna e Cristina.

L’unione fra i Paolozzi e i Coarelli non era determinata soltanto dall’esigenza di preservare l’invidiabile posizione patrimoniale ma anche dall’esistenza di un preciso “feeling” ideologico. Quella di Serafino era una famiglia convintamente liberale. Così come i Coarelli. Non avevano troppa simpatia per i regnanti borbonici: non a caso, pur essendo fra i “primi”, i Paolozzi erano sempre rimasti ai margini della vita politica e amministrativa del paese. L’unica eccezione fu nel decennio francese, quando il notaio Pietro Paolo, il nonno di Serafino, era stato sindaco nel 1812 e nel 1813. Dopo il 1815, con la restaurazione borbonica, i Paolozzi tornarono nell’ombra e non ricoprirono più cariche pubbliche. Nel 1860, mutate radicalmente le cose, Serafino fu eletto primo cittadino, carica che mantenne senza interruzioni fino al 1872.

I Coarelli, per conto loro, non erano stati da meno; nel “palmarès” di famiglia potevano vantare una antica tradizione di avversione alla monarchia e di attività sovversiva. Anch’essi quindi potevano, a buon diritto, essere annoverati nella schiera dei “liberali” di Roccasecca.

L’assassinio

Ma torniamo a quel tragico 26 maggio. Nel procedere verso Caprile, all’altezza del luogo oggi chiamato “la cabina” per la presenza di un traliccio dell’energia elettrica, proprio là dove confluiva un viottolo proveniente dalla campagna, il sindaco e il segretario incontrarono una persona ferma ai margini della strada. In spalla aveva un grosso fucile da caccia. Questo particolare, come gli altri che seguiranno, lo si è ricostruito prestando fede al racconto della signora Aurora Fusco che ricorda quanto narratole dalla nonna.

Dopo aver salutato l’uomo, il sindaco Paolozzi gli chiese cosa stesse facendo lì fermo. Senza scomporsi più di tanto, il tizio rispose: “Sto aspettando che passi un tordo”. Finite di pronunciare quelle poche parole l’uomo imbracciò il fucile e sparò ripetutamente contro il povero Serafino che stramazzò al suolo.

Il sangue versato dal sindaco fu così copioso da imbrattare l’attonito segretario che non poté far niente per impedire l’agguato. Condotto ormai in fin di vita nella casa del fratello Giacinto a Caprile, il sindaco Paolozzi spirò a distanza di qualche ora dopo aver ricevuto i conforti religiosi dall’arciprete di Caprile: aveva soltanto cinquant’anni.

Nei documenti dell’epoca

Un Liber Mortorum

Spulciando nel “Liber Mortuorum” della chiesa di Santa Margherita di Roccasecca centro viene riportato che Serafino Paolozzi fu ucciso (“interfectus fuit”) il 26 maggio del 1872 all’età di cinquant’anni lungo la strada di Caprile (“in platea oppidi Caprili”), a colpi di arma da fuoco (“ictu sclopi”).

Dall’atto di morte stilato dal sacerdote Antonio Belli si apprende che il Paolozzi spirò a distanza di qualche ora per le ferite riportate, dopo aver ricevuto i conforti religiosi dall’arciprete di Caprile don Bernardo Notarangeli. Il curato conclude la registrazione specificando che Serafino Paolozzi fu tumulato nella chiesa di San Francesco (“sepultus fuit in ecclesia S.ti Francisci”).

Nel Registro degli Atti di Morte del comune di Roccasecca dell’anno 1872, al numero 69 è attestata proprio l’uccisione del sindaco Serafino Paolozzi che riportiamo nei passi più salienti.

“L’anno mille ottocento settantadue ,il giorno ventisette del mese di maggio, alle ore sette antimeridiane, in Roccasecca nella casa comunale, avanti di noi Clemente Delli Colli, segretario del comune suddetto (…) sono comparsi Giuseppe Renzi di anni trenta e Pietrantonio Caporicci di anni ventinove, ambedue proprietari in questo comune domiciliati e residenti. I quali, come testimoni di veduta han dichiarato che ieri alle ore due antimeridiane, morì in questa comune nella casa di abitazione del signor Giacinto Paolozzi, sita nella borgata Caprile, alla via Evangelista, Serafino Paolozzi, proprietario celibe di anni quarantotto, nato domiciliato e residente a Roccasecca, figlio di fu Giambattista e di Maria Speranza Coarelli, proprietari e ivi domiciliati”

L’indizio sulla lapide

Una ricognizione effettuata nella chiesa, ancora chiusa dopo il sisma del 1984, ha permesso di rinvenire una lapide marmorea rettangolare di grandi proporzioni. Presenta ai quattro lati, fregi circolari a forma di fiore. Con una croce nella parte superiore ed in basso una clessidra.

La pietra di marmo, che doveva essere apposta sulla parete di destra della chiesa, vicino la porta di ingresso, in seguito è stata divelta dal muro ed accantonata nell’ambiente del coro, alle spalle dell’altare maggiore.

Anche la scritta, conservatasi perfettamente, conferma l’evoluzione dei tragici eventi; aggiunge anzi un prezioso particolare.

“A Serafino Paolozzi / per senno e prudenza / che per lunghi anni / difficilissimi / amministrò la cosa pubblica / qui in Roccasecca sua patria / con zelo abnegazione disinteresse / che incolpevole / fatto segno a meditata vendetta / proditoriamente / veniva rapito / all’amore dei popoli all’affetto / della famiglia / la madre desolata i dolenti fratelli / e le inconsolabili sorelle / che con lui tutto perderono /Q.L.P./nato il XXI 9bre MDCCCXXIII / ferito il XXV maggio MDCCCLXXII / perdonando l’uccisore / spirava alla prima ora del giorno XXVI”.

Il sindaco Paolozzi dunque fu “fatto segno a meditata vendetta”. A cosa ci si riferisce? Alla sua attività amministrativa o a qualcos’altro? E chi fu l’autore dell’efferato delitto consumato in maniera così teatrale alla presenza, per giunta, di un testimone oculare?

La meditata vendetta

Il sindaco Paolozzi, dunque, fu “fatto segno a meditata vendetta”. A cosa ci si riferisce? Alla sua attività amministrativa o a qualcos’altro? E chi fu l’autore dell’efferato delitto consumato in maniera così teatrale alla presenza, per giunta, di un testimone oculare?

Domande alle quali non è stato possibile, almeno fino ad ora, dare delle risposte certe. Per saperne di più sarebbe stato indispensabile recuperare l’incartamento processuale. Opera che, malgrado le accurate ricerche esperite presso l’Archivio di Stato di Caserta, non è stato possibile portare a compimento.

Sui circa 300 processi tenuti dalla Corte di Assise di Cassino fra il 1863 e il 1902, un’ottantina sono andati irrimediabilmente perduti. E il vuoto più consistente riguarda proprio il periodo 1866-1872, quello che a noi interessa più da vicino.

Anche perché l’assassinio del sindaco non restò un episodio isolato.

Il secondo delitto

Undici anni dopo, nel maggio del 1883, Giacinto Paolozzi, colui che aveva accolto nella sua abitazione il fratello morente, mentre percorreva la stessa strada da Roccasecca a Caprile, venne ammazzato più o meno nello stesso punto dove cadde mortalmente ferito il sindaco Serafino.

Gli autori del delitto questa volta sono prontamente assicurati alla giustizia, come si apprende dal faldone processuale rinvenuto a Caserta. Si tratta, ancora una volta, di un omicidio a scopo di vendetta: qualche tempo prima infatti Giacinto, con la sua testimonianza, aveva reso possibile l’incriminazione di Agesilao Coarelli, reo dell’uccisione dello zio Francesco.

Vale la pena di ricostruire, sia pure per sommi capi, anche le modalità di questo delitto consumato all’interno del medesimo nucleo familiare. Il motivo del contendere era un terreno adibito alla coltivazione di lupini che Francesco Coarelli, medico nonché agiato possidente di Caprile, aveva dato in fitto ad un suo colono. La cosa però aveva suscitato le rimostranze del nipote Agesilao che pretendeva a tutti i costi la concessione di quel fondo.

Dopo l’ennesima litigata, ecco il tragico epilogo: il 15 luglio del 1882, mentre Francesco rientrava a Caprile seduto su di un carro, da un campo di granone posto ai margini della strada, partirono due colpi di fucile che lo colpirono in pieno.
Nonostante le cure il possidente cessò di vivere il giorno successivo.

La vendetta dei Coarelli

Il carcere borbonico di Santa Maria Capua Vetere

I sospetti si addensarono subito su Agesilao che, vista la precarietà della posizione, pensò bene di rendersi latitante. La qualcosa durò fino al marzo del 1883 quando, grazie anche alla collaborazione di Giacinto Paolozzi, poté essere assicurato alla giustizia.

La sentenza pronunciata dalla Corte di Assise di Cassino il 29 maggio, condannò Agesilao Coarelli a venti anni di lavori forzati, da scontarsi presso il carcere circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Dopo un periodo di reclusione, fu trasferito in “domicilio coatto” a Porto Longone, nel livornese, dove improvvisamente morì nel settembre del 1888.

I Coarelli, come sovente accade in questi frangenti, decidono di vendicarsi e di farla pagare cara al Paolozzi la cui deposizione era risultata decisiva per la carcerazione del loro congiunto e per la successiva dura condanna.

E così, il 20 maggio del 1883, Enrico (24 anni), Francesco (31) e Tommaso Coarelli (17), fratelli di Agesilao, con il padre Pietro (53) nella veste di “istigatore”, mettono in atto il piano. I particolari del delitto sono ricostruiti attraverso alcune testimonianze fra cui quelle dei figli dell’ucciso, Giovanni e Giuseppe.

Le ultime ore di Giacinto

L’onorevole Federico Grossi

Giacinto Paolozzi, in quel giorno fatale, si era recato prima ad Aquino dal Consigliere Provinciale Antonio Iadecola e poi ad Arce “a trovare il deputato signor Grossi Federico”.

Dopo aver partecipato ad una riunione nella frazione Castello (era infatti “Presidente della Casina”, una sorta di circolo sociale ivi ubicato), intorno alle ore 21.00, si incammina sulla pedemontana per far ritorno a Caprile.

Giunto più o meno a metà strada, improvvisamente dal margine della via gli viene esploso contro un colpo di arma da fuoco che però non raggiunge il bersaglio.
Subito dopo il Paolozzi viene aggredito da più individui con il volto nascosto da cappelli con le falde calate e finito con una caterva di coltellate. Dall’esame autoptico, eseguito nel cimitero di Roccasecca dai chirurghi Ricci e Longo, sul cadavere di Giacinto Paolozzi sono rinvenute ben 76 coltellate. L’episodio suscita nel paese enorme scalpore: Giacinto Paolozzi, al pari del fratello Serafino, era infatti persona assai nota.

Le forze dell’ordine iniziano subito le indagini. Dopo aver pensato di tirare dentro il marito di una contadina di Roccasecca che, a quanto pare, intratteneva una relazione adulterina con il Paolozzi, i sospetti si incentrano subito sui fratelli Coarelli e sul padre Pietro. A più riprese nei giorni precedenti il delitto, avevano minacciato il Paolozzi alla presenza di numerosi testimoni, prospettandogli il rischio di fare “una brutta fine”. Oltre a ciò, la “voce pubblica”, sempre tenuta presente dagli inquirenti, diceva che “la famiglia Coarelli era temutissima in quelle contrade perché considerata per gente sanguinaria e spregiudicata.

Le prove e gli arresti

Una perquisizione eseguita dai reali carabinieri nella masseria di Pietro Coarelli, sita nella campagna di Roccasecca, in contrada “Campo Le Mele”, distante circa 3 chilometri dal luogo del delitto, aveva permesso di rinvenire un paio di cioce imbrattate di sangue fresco.

Quando poi un testimone oculare che si trovava a transitare sulla strada che mena dal Castello a Caprile pochi minuti prima dell’evento delittuoso, dichiara di aver riconosciuto, ad onta del camuffamento, uno dei fratelli Coarelli, scattano immediatamente i provvedimenti di arresto.

E così Tommaso e Francesco Coarelli vengono catturati il 21 maggio mentre erano intenti al lavoro nei campi; Enrico invece si rende latitante, mentre il padre Pietro risulta “assente”. Anch’essi però non sfuggono alla cattura: Enrico infatti è arrestato a Pontecorvo dai reali carabinieri in contrada “Tre Fontane”, il 25 ottobre del 1883, presso l’abitazione di tale Romualdo Pallocco; Pietro Coarelli invece viene arrestato il 15 maggio dell’anno successivo a Roccasecca, in contrada “Campo del Medico”.

Condanna a morte ed appello

Assicurati alla giustizia gli esecutori materiali del delitto nonché l’istigatore dello stesso, tutti rinchiusi nel carcere di Cassino, l’excursus penale poté procedere speditamente. Ed infatti il 16 dicembre del 1884 la Corte di Assise di Cassino, presieduta dal cav. Giuseppe Antonucci, condanna Enrico e Francesco Coarelli alla pena di morte, Tommaso ai lavori forzati a vita e il padre Pietro a 10 anni di reclusione.

Contro la sentenza i Coarelli inoltrano ricorso alle competenti autorità, un ricorso corposo ed articolato, predisposto dall’avvocato Filippo Cinquanta di Cassino e dai colleghi del foro napoletano Eduardo Ruffa e Alfredo Mirenghi, nel quale si tenta di far denotare le “incongruenze giuridiche” della sentenza.

Il tentativo, ad onor del vero, è coronato, sia pure in parte, da successo: la Corte Ordinaria di Assise di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal cav. Luigi Ludovici, in data 2 luglio 1887, modifica sostanzialmente la sentenza di primo grado per cui Enrico Coarelli è condannato ai lavori forzati a vita, Francesco a 10 anni di lavori forzati e Pietro a 6 anni di reclusione. La sentenza non contempla più Tommaso Coarelli che, nel frattempo, era passato a miglior vita.

Anche questa volta la pena comminata non è accettata di buon grado e i Coarelli producono, tramite un pool di legali, ricorso in Cassazione. Il 5 dicembre del 1887 la Corte di Cassazione di Napoli, sezione penale, rigetta il ricorso confermando la sentenza della Corte di Assise.

Le prime crepe

Svanito l’ennesimo tentativo di ottenere una riduzione delle sanzioni, sul fronte, fino ad allora granitico dei Coarelli, inizia ad affiorare qualche crepa. Il padre Pietro e il figlio Francesco infatti tentano a più riprese di alleggerire la propria posizione in merito al delitto Paolozzi. Provano a chiamarsi fuori accusando il solo Enrico. Che, non a caso, aveva ottenuto la pena più consistente.

I due cercano di portare dentro un altro personaggio, fino ad allora appena sfiorato dalle indagini. È tale Antonio Mancone di Roccasecca, che avrebbe agito in combutta con Enrico Coarelli. La manovra però non sortisce gli effetti sperati. Nel frattempo il Mancone aveva pensato bene di darsi alla macchia: come affermano i Coarelli “è scomparso e forse vive in Roma sotto falso nome”. E così non c’è niente da fare: la giustizia svolge in pieno il suo corso ed i Coarelli debbono scontare la dura condanna.

Enrico non sopravviverà a lungo ai rigori del carcere e muore nel 1888. Francesco Coarelli, condannato a 10 anni di lavori forzati, viene inviato in un primo momento al “bagno penale” di Orbetello e poi trasferito “perché affetto da malattie croniche” a Gaeta. E lì dovette scontare per intero la sua condanna. Lo si deduce dal voluminoso incartamento processuale custodito nell’archivio casertano. Infatti, lì è presente un documento, datato 14 dicembre 1896, nel quale la “sezione di accusa della Corte di Appello di Napoli” dichiara il Coarelli Francesco “escluso dal benefizio dell’amnistia”(Regio Decreto del 22 aprile 1893). Perché? Nel 1883, era stato condannato dal Tribunale di Cassino, a 20 giorni di carcere per oltraggio a pubblico ufficiale. E questo non gli dava diritto all’amnistia.

Pietro Coarelli infine, riconosciuto quale istigatore dell’atroce delitto, sconta i suoi 6 anni di reclusione, nelle prigioni di Santa Maria Capua Vetere.

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