Lord e non, chi ha vinto e chi ha perso le Provinciali

Vincitori e vinti, lord e meno eleganti, salme politiche e risorti dalle urne. Ecco cosa c'è dietro al risultato delle Provinciali. Che hanno incoronato Luca Di Stefano. Ma non solo lui

Gentlemen e non, Lazzari usciti dal sepolcro e trionfatori finiti nel buio, vendette rinviate e riavvicinamenti repentini: c’è di tutto dietro all’elezione di Luca Di Stefano a 37° presidente della provincia di Frosinone. Leggi qui: Provincia, così ha vinto Luca Di Stefano (e trionfato De Angelis).

Luca Di Stefano è stato il trionfatore, alza lui la coppa: ma alle spalle ha avuto una squadra mondiale. La cosa più simile alla Nazionale dell’82 partita per la Spagna tra gli scetticismi, scesa in campo tra le pernacchie e tornata a casa con la prima vittoria dai tempi di Pozzo nel ’38.

Al momento di presentare le candidature il mese scorso, in tanti venivano considerati ormai finiti. E queste elezioni Provinciali dovevano solo ratificare il loro trapasso. Invece sono state la loro resurrezione politica.

Il trionfo di De Angelis

De Angelis e Mazzaroppi in ginocchio dopo il risultato, Di Rollo e Battsti li abbracciano

La statua più grossa che ci si preparava a rimuovere dal pantheon è quella di Francesco De Angelis, leader storico della componente maggioritaria Pd Pensare Democratico. In sella dai tempi della svolta annunciata da Occhetto alla Bolognina, nel PdS – Ds – Pd è stato la colonna portante in provincia di Frosinone ed ora nel Lazio. Consigliere regionale con Badaloni, assessore con Marrazzo, Parlamentare Ue con Bettini, decisivo per il congresso Regionale vinto da Astorre. L’uscita di Zingaretti dalla scena ha imposto un ricollocamento. E questo ha innescato imboscate e veleni nel Partito.

Il colpo mortale doveva essere la movimentata cena dello scorso giugno finita su tutti i media nazionali. Nulla è emerso dalle indagini finora: alcune delle ‘rivelazioni‘ esibite in tv si sono rivelate delle clamorose patacche. Ma intanto a Francesco De Angelis quel video nel quale si sente la sua voce che cerca di sedare la discussione è costata la candidatura a Montecitorio. L’inizio della fine secondo molti.

Anche perché è stata preceduta dalla formazione del più robusto asse politico contrario mai visto dai tempi del senatore Francesco Scalia. Composto dal presidente uscente della Provincia Antonio Pompeo e dal sindaco di Cassino Enzo Salera. Un asse sul quale si sono aggiunte figure storiche e più recenti. Capaci di far saltare i piani costruiti da De Angelis per le Provinciali ed imporre la candidatura del sindaco Gino Germani di Arce, storica figura Dem seppure con l’appoggio di Fratelli d’Italia e Forza Italia in questa partita.

Barbara Di Rollo, Francesco De Angelis, Luca Di Stefano e Sara Battisti

Una partita che Francesco De Angelis ha vinto. Con la strategia: nella quale è il migliore. Prima ha fatto in modo che i suoi avversari interni andassero a fare squadra con la destra di FdI e FI. Poi ha calcolato in maniera scientifica il voto: Comune per Comune, consapevole di poter contare su nessuno dei grandi centri. Perché non governa Frosinone, Anagni, Alatri, Ceccano, Pontecorvo ormai al centrodestra; non può contare su Cassino, Ferentino e Paliano che stanno con il Pd ma gli sono ostili.

Ed ha vinto. Nonostante questo. Per 1.226 voti ponderati. Nonostante avesse proposte di intesa trasversali. Ha voluto giocare la partita. E sabotare il risultato direttamente in casa dell’avversario: una parte dei voti fondamentali per l’elezione di Luca Di Stefano è arrivata dalla Cassino di Salera. Porta a casa la coppa mettendola nelle mani del sindaco di Sora. Ed avvia una nuova grande rivoluzione.

Il segnale lo ha mandato ben chiaro: «Sono stato quello che ha voluto il Segretario provinciale più giovane in Italia quando nacquero i Ds, abbiamo voluto un ricambio generazionale nello scorso congresso. Ora proseguiremo su questa rotta». Il sindaco di Aquino Libero Mazzaroppi si prepara a prendere il posto di Mauro Buschini nella lista per le Regionali, segnale di allargamento del campo.

Dicono che è solo l’inizio. È tornato ed ha fame. Ma ora ha la reputazione del Migliore.

L’urlo di Quadrini

C’è un urlo a segnare queste elezioni. È quello lanciato da Gianluca Quadrini quando la vittoria è stata chiara. Appena una settimana fa è stato esautorato dalla Lega. Il che gli preclude ogni possibilità di candidatura con il Carroccio: nemmeno questa volta potrà misurarsi alle Regionali con Pasquale Ciacciarelli. Esattamente come avvenne 5 anni fa quando entrambi militavano con Forza Italia. Ufficialmente lo hanno espulso per la posizione tenuta all’assemblea degli Egato. In realtà avevano capito da tempo che si stava preparando a scendere dal Carroccio (leggi qui: L’affaire Quadrini: cosa c’è dietro alla sua espulsione).

La sua espulsione dal Partito doveva rappresentare la sua fine politica, la sepoltura definitiva dopo quella mancata cinque anni fa. L’urlo da stadio che ha lanciato quando è uscita la scheda verde della matematica elezione dice che anche questa volta Gianluca Quadrini è vivo. E non intende farsi tumulare.

Il vero incubo, per il neo presidente Luca Di Stefano sarà quello di riuscire a contenerlo. Qualcuno ha proposte, scherzando “Ma non lo possiamo nominare ambasciatore a Bruxelles?

Vero gentleman

Riccardo Mastrangeli

C’è un vero gentleman in tutta questa storia. Un lord di altri tempi che risponde al nome di Riccardo Mastrangeli, sindaco di Frosinone. Ha giocato la partita al massimo delle sue possibilità. Consapevole di partire da uno striminzito 8% delle scorse Politche mentre Fratelli d’Italia sta ben oltre il 30%.

Si è candidato per riaffermare il ruolo di sindaco del capoluogo. E non farsi ‘commissariare da FdI che sulla base del risultato nazionale si aspettava di condizionare le sue scelte in campo comunale. Lord Mastrangeli ha lasciato una via d’uscita: rappresentata dalla riunione del centrodestra convocata dal sindaco di Alatri Maurizio Cianfrocca per trovare una sintesi. S’è ritrovato lì da solo.

Chiaro il segnale politico. Da Fratelli d’Italia volevano schiacciarlo, eleggere il Presidente della Provincia e poi iniziare a logorare la sua amministrazione. Invece, da solo, ha preso più di quelli che sono i suoi voti. Molti di più. L’analisi dei flussi dovrà dire quanti sono di Fratelli d’Italia e quanti di forza Italia. Perché è certo che una parte del consenso venga da lì. Non si può pretendere che un militante della destra possa votare un sindaco storicamente ed orgogliosamente antifascista. Nemmeno nel nome della riforma Delrio e della sua trasversalità.

Al di là dei numeri Riccardo Mastrangeli è stato un signore di rara eleganza. Nel momento in cui Luca Di Stefano è entrato nel salone di rappresentanza della Provincia, lui ha fatto le scale, ha attraversato la stanza ed è andato a stingergli la mano facendogli le congratulazioni. Augurandogli «Buon lavoro, per me è importante che questa Provincia cambi e noi due rappresentavamo il cambiamento».

Dall’altro fronte, Gino Germani non s’è visto. Ma soprattutto non s’è fatto vedere Antonio Pompeo. Presidente uscente ed entrante si sono visti quando Luca Di Stefano è stato portato quasi a spalla nel suo nuovo ufficio: hanno trovato la porta chiusa. Chiamato l’usciere per farsi aprire, hanno scoperto che all’interno c’era Antonio Pompeo. Si è congratulato: «Domani mattina ti faccio trovare la stanza libera». Non serve preside’, ha risposto Di Stefano. Gentleman pure lui.

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