L’ultima barzelletta di Fernando D’Amata: addio alle mani pulite della Dc

È morto Fernando D'Amata. Un infarto lo ha tolto all'alba alla Politica. Ex assessore all'Agricoltura ed alla Sanità nel Lazio. Con lui si chiude un mondo

Per poco non faceva fuori Papa Benedetto XVI. Con la sua arma più potente: una barzelletta. Accadde nel ’93 quando venne inaugurata ai Castelli Romani una casa di cura appena ristrutturata grazie ai fondi del clero. Joseph Ratzinger era cardinale e guidava il severissimo dicastero che vigila sull’integrità della Fede. Il pranzo che seguì il taglio del nastro era altrettanto austero, come una camicia troppo stretta sul collo. Rompere il protocollo fu un atto di coraggio: «Eminenza, se mi promette di non offendersi le racconto una barzelletta...».

Il prefetto del Sant’Uffizio sorrise dicendo, nel suo italiano reso spigoloso dall’accento tedesco: «Ma preco onorefole». Fu l’inizio di un’ora segnata dalle barzellette più esilaranti, sempre più ardite, che fecero piegare in due dalle risate il prefetto Ratzinger. Fino a quando cominciò a premersi il fianco: aveva subito da pochi giorni un intervento di appendicite. Furono gli assistenti ad intimare «Basta, basta onorevole, se continua a farlo ridere così gli fa saltare i punti sulla ferita». Se avesse continuato c’è da credere che sarebbe finita davvero così. Perché il repertorio dell’assessore regionale alla Sanità Fernando D’Amata era infinito e coinvolgente.

La simpatia è sempre stata la sua arma migliore. A differenza dell’aspetto burbero che lo faceva sembrare l’esatto contrario. Insieme al fratello Valentino D’Amata costituiva la più formidabile macchina elettorale a disposizione della Democrazia Cristiana nel collegio elettorale di Pontecorvo. Valentino passava per quello dotto e fece il presidente della Provincia di Frosinone negli anni della staffetta con il Psi. Fernando era quello popolare e fece il consigliere regionale del Lazio dove occorrevano migliaia di preferenze. Erano anni nei quali la politica si faceva mettendoci la faccia, bussando casa per casa e in ognuna bisognava già sapere quale fosse il problema, l’esigenza ed averne risolta almeno una durante il mandato.

Erano tempi nei quali i politici sapevano prendere le decisioni. Soprattutto avevano il coraggio di farlo. Arrivò la prima crisi nello stabilimento Fiat di Piedimonte San Germano: tra diretti e indotto dava lavoro a quasi 20mila persone al punto che gli emigranti ciociari erano tornati dall’estero. All’epoca c’era la Bilancia Commerciale: avevamo quote ben precise di affari che l’Italia poteva fare in ogni Paese estero, in base a quelle che lui faceva in Italia.

Dovevamo essere rigorosissimi con i Paesi dell’Est perché sforare avrebbe significato foraggiare di dollari uno Stato del Patto di Varsavia e quindi il nostro nemico. «A Piedimonte si fabbricavano le piccole Fiat 126 ed i motori venivano dalla Fsm che si trova in Polonia. Accadde che si vendettero più macchine del previsto e ad ottobre era finita la possibilità di importare altri motori, altrimenti ti avremmo sbilanciato la Bilancia Commerciale. Avrebbe significato bloccare lo stabilimento. Senese non ci pensò un secondo: prese un foglio ed autorizzò lo sbilancio, senza nemmeno informare il ministro o il governo».

Senese gli fece affinare la sottile arte della diplomazia. Del presentarsi sempre con il cappello in mano per non far scattare la diffidenza nell’interlocutore. E poi sorprenderlo con la competenza e la preparazione. Entravano quasi di soppiatto nell’ufficio di Andreotti quando il presidente non c’era: «Guarda, guarda qui, mi diceva Senese aprendo un cassetto e tirando fuori il diario di Andreotti. Sapeva con precisione in quali pagine era stato citato: “Mi dice Senese…”, “Come mi propone Senese…”.» D’Amata capì che l’uomo ha bisogno di risposte e soddisfazione, anche se è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Così improntò la sua vita. Da assessore provinciale all’agricoltura a Frosinone, se usciva per un viaggio istituzionale partiva da casa tre ore prima: una la trascorreva a salutare ad uno ad uno tutti i collaboratori, due le passava al ristorante con il fedelissimo autista Pica. Che – negli anni in cui non c’erano i navigatori – l’assessore guidava riconoscendo le zone di Roma in base ai ristoranti: «Qui c’è il ristorante dove facevamo le riunioni con Sbardella…. Se giri lì tra due chilometri c’è il posto dove ci portava Mastella…».

Pochi sanno che fu lui ad ispirare la nascita dell’Udeur. «Sembrava un mortorio, stavano tutti come se fossimo ad un funerale: ci avevano messi fuori lasciandoci con una mano avanti e l’altra dietro, più il simbolo. Allora dissi embé che sono ste facce, il simbolo ce l’abbiamo, l’organizzazione siamo noi, il leader c’è ed è Clemente, serve solo il nome del Partito…». Al che Clemente Mastella alzò lo sguardo, si rese conto che tutta la squadra organizzativa era con lui. E disse “Va bene, ricominciamo”.

Con lui, per la prima volta la provincia di Frosinone ebbe l’assessorato alla Sanità che controllava tutti gli ospedali del Lazio. Fu una scelta obbligata: in pieno periodo di Tangentopoli già due assessori erano stati sfiorati dal sospetto. La Democrazia Cristiana dovette rivolgersi a Fernando D’Amata: perché era l’unico di cui poteva stare certa che non avrebbe dato scandalo. Così fu. Gestì decine di miliardi di lire, senza mai uno schizzo di fango ad inzaccherargli la camicia. A lui si deve la ristrutturazione di padiglioni e reparti, la nascita di Chirurgie e Cardiologie d’avanguardia in molti ospedali romani. Non rubando le risorse c’erano ed in abbondanza per tutto.

In Giunta non poteva mancare. Nei momenti di tensione più accesa, un attimo prima che la maggioranza prendesse fuoco ed entrasse in crisi, Fernandone se ne usciva con il suo proverbiale: «Vabbè, mo’ vi racconto una barzelletta». La sua arma più forte.

Ratzinger, piegato in due, gli disse salutandolo: «Onorefole, lei tovrebbe partecipare ai nostri pallossissimi conclafi, li renterebbe pviù simpatici».

Da questa mattina Fernando D’Amata è tornato a fare coppia con il fratello Valentino, con Vincenzo Ignazio Senese, con Giulio Andreotti, Giovanni Cipriani e tutto quell’infinito mondo di una politica che non c’è più. Nella quale c’era la capacità di raccontare le barzellette e tenere aperta la Fiat di Piedimonte a costo di sbilanciare i conti verso l’Est senza nemmeno bisogno di fare una telefonata a Palazzo Chigi.