L’ultimo rifugio di Di Maio che rischia di distruggere anche le macerie

Luigi Di Maio si chiude nella torre e tenta di alzare una linea di difesa contro gli attacchi alla sua linea fallimentare che ha provocato un'emorragia di voti. Ma la toppa rischia di essere più catastrofica del buco.Una volta calata sui territori. Ecco perché

Sarà una rivoluzione. Che toccherà l’onorevole Luca Frusone e le sue colleghe dei banchi di Montecitorio Ilaria Fontana ed Enrica Segneri. Così come il deputato regionale Loreto Marcelli. I consiglieri comunali e tutti gli eletti a Cinque Stelle in tutti i territori.

Di fronte all’emorragia di voti in Abruzzo prima ed in Sardegna adesso, il capo politico del M5S Luigi Di Maio sceglie una strategia: la stessa che ha sgretolato in un solo anno il Pd. Decide di asserragliarsi nel fortino, circondandosi di fedelissimi, rendendo molto difficile espugnare la sua posizione. In pratica: tra oggi e domani metterà ai voti i nomi delle persone che ha individuato per nominarle capo regionale del Partito. Segretario (come nel Pd) o Coordinatore (come Forza Italia) fa poca differenza.

Nominati, non eletti: esattamente come in Forza Italia, non proprio come nel Pd. O meglio, una forma di votazione ci sarà: sulla piattaforma Rousseau, che è progettata dalla Casaleggio, gestita dalla Casaleggio, controllata dalla Casaleggio, sottoposta alla certificazione esterna di nessuno.

Una decisione che rischia di accelerare la valanga. Aggiungendo catastrofe alla catastrofe. Perché è la sepoltura definitiva di un altro principio sul quale era stata costruita la forza del primo MoVimento: uno vale uno. E perché la nomina di un coordinatore, crea inevitabilmente spaccature: è cosa diversa dalla sua elezione, cioè dal suo riconoscimento della base come leader, legittimato dal voto popolare. Sia detto con tutto il rispetto: la piattaforma Rousseau non risponde a tutto questo e sia Casaleggio che Di Maio lo sanno benissimo, al punto che sui territori hanno sempre fatto scegliere i candidati sindaco attraverso il sistema delle Graticolarie.

Immaginiamo le situazione di un capo politico paracadutato in provincia di Frosinone. Mandato a governare il bi deputato Luca Frusone. Una persona alla quale si può rimproverare molto ma non l’attaccamento al Partito, c’è essenzialmente lui con il suo attivismo alla base delle tre elezioni centrate un anno fa alla Camera. Nominargli un capataz sulla testa significherebbe svilire ed umiliare tutto quel lavoro organizzativo. Allora, si può nominare lui come coordinatore provinciale? Peggio ancora, perché in molti non si riconoscono nella sua azione e lo hanno detto con chiarezza durante i due tentativi di assemblea provinciale degli eletti, naufragati entrambi; si farebbe più profonda la spaccatura con i delusi che gli rimproverano l’assenza dai territori.

La soluzione è l’elezione e non la nomina. Ma non ha alternative, il capo politico del Movimento 5 Stelle. In questo momento è sotto attacco. Dall’alto che più in alto non si può. “Non siamo all’altezza”. Poi, dal palco: “Me la devo prendere con Luigi?”. Parole e musica di Beppe Grillo, fondatore e garante del Movimento Cinque Stelle. Questo secondo ruolo gli concede la possibilità di sfiduciare il capo politico del Movimento. A norma di statuto. Dopo la disfatta senza attenuanti in Sardegna (è una barzelletta quella di dire che al Governo non cambia nulla), tantissimi “falchi” pentastellati chiedono a Grillo di intervenire per cercare di bloccare un’emorragia destinata a portare all’estinzione i Cinque Stelle.

Il trend ormai è chiaro: centrodestra largamente maggioritario (ma Lega non autosufficiente, come ha sottolineato il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi), centrosinistra che si è rimesso in marcia con una formula che tiene defilato il Pd. E’ un ritorno al bipolarismo, con i Cinque Stelle sempre più marginali.

Paola Nugnes chiede che la leadership di Di Maio venga messa in discussione, il presidente della Camera Roberto Fico commenta ironico: “Viva la democrazia”. Anche questo è un siluro a Di Maio, che invece predilige cha  a dettare la linea sia una minoranza di militanti attraverso la piattaforma Rousseau, controllata da un soggetto privato.

Luigi Di Maio reagisce come hanno fatto tutti i leader in difficoltà prima di lui: da Berlusconi a Prodi, da D’Alema a Renzi. Arroccandosi, con una cena tra i fedelissimi, nella quale ipotizza un direttorio di dieci persone. Proposta che naturalmente potrebbe essere votata sulla piattaforma Rousseau.

Nel frattempo Alessandro Di Battista è stato messo ai margini, non esterna da giorni. Di Maio si appresta a chiedere che il provvedimento sulla legittima difesa non venga votato. “Altrimenti mi massacrano”, avrebbe confidato ai fedelissimi, sempre di meno, sempre più arroccati anche loro.

Non un’autocritica. Cosa ha fatto il Movimento Cinque Stelle in questi mesi, a parte un reddito di cittadinanza che non piace alla maggioranza degli italiani? E a parte cercare di bloccare ogni opera pubblica, non solo il Tav? Solo provvedimenti sui vitalizi e altre cose del genere, che potevano andare bene stando all’opposizione. Ma non essendo maggioranza.

Se la Lega si è intestata i temi della sicurezza e dell’immigrazione, i Cinque Stelle si sono prese in carico i provvedimenti dell’economia. E hanno fallito. “Me la devo prendere con Luigi?”. Beppe Grillo ci sta pensando seriamente, con il tifo sfrenato dei falchi.

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