L’urlo di D’Amico: «Non servono crociate, bisogna rimboccarsi le maniche»

La realtà è che come sistema-provincia continuiamo ad accumulare ritardi e a perdere occasioni. Bisogna essere intellettualmente onesti e dire che altrove una piccola ripresa c’è, mentre in Ciociaria no”.

Guido D’Amico è presidente nazionale di ConfimpreseItalia, l’associazione delle micro, piccole e medie imprese. Nel recente passato ha chiesto più volte iniziative comuni che andassero nella direzione di un’azione congiunta per far arrivare sul territorio misure, benefici e sgravi. Per rendere più attrattivi gli investimenti.

 

Allora D’Amico, la politica locale è cieca e sorda oppure semplicemente non conta?
“Non credo che la soluzione sia quella di puntare l’indice contro la politica. A me non piace la logica secondo la quale è sempre colpa di qualcun altro. Credo invece che l’intera classe dirigente della provincia (non solo la politica) tenda a sottovalutare la situazione. Magari sperando che la tendenza si possa invertire da sola”.

 

A cosa si riferisce in particolare?
“Beh, insomma: finora la definizione di area di crisi complessa non ha portato nulla, le infrastrutture restano al palo, del collegamento veloce con Roma non parla più nessuno, di un accordo di programma che non ha prodotto nulla sembra non interessi. Devo continuare?”.

 

Prego.
“Avevo proposto un piano del commercio: nulla. La viabilità delle aree industriali è a pezzi e questo non aiuta le nostre aziende ad essere competitive. Gli ambulanti devono convivere con la spada di Damocle della Bolkestein. Per non parlare dei tanti giovani che se ne vanno, dell’aumento della disoccupazione, di una soglia di povertà che sta risucchiando il ceto medio e di un disagio sociale al quale non si riesce a rispondere”.

 

Ma scusi, non spetta alla politica risolvere queste situazioni?
“Noi possiamo continuare a lanciare crociate, a puntare l’indice contro i politici. Ma la domanda è: cosa si risolve? Non dico che alcuni privilegi o determinate inerzie non siano da condannare, però dobbiamo provare a rimboccarci le maniche. Tutti. Ricorda Kennedy? Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese. Io credo che sia urgente la convocazione degli Stati Generali della provincia di Frosinone. Coinvolgendo istituzioni, parlamentari, amministratori regionali e provinciali, sindaci, associazioni di categoria, sindacati, forze sociali. Insomma, stiamo sprofondando. Non ci sono opere pubbliche, non ci sono insediamenti industriali, l’edilizia è franata, non si vedono sgravi fiscali e burocratici, non ci sono incentivi. Le fabbriche e i negozi chiusi si moltiplicano. Ragazzi, cosa deve succedere per reagire? Per assumere un’iniziativa congiunta?”.

 

Gli Stati Generali potrebbero rivelarsi l’ennesimo flop.
“No, se si definisce il perimetro. No se tutti si mettono in discussione e avanzano proposte fattibili e concrete, corredate dall’indicazione delle risorse. No se si fa squadra su un concetto semplice: andare tutti a Roma per far presente al Governo una situazione insostenibile. Altrimenti possiamo fare finta di nulla, andare avanti in questo modo, fin quando un bel giorno sarà troppo tardi anche per provare a risalire. Eppure ci sono delle eccellenze: penso al chimico-farmaceutico ma pure alle potenzialità dell’indotto Fca. Penso a quei piccoli e medi commercianti che si battono come leoni ogni mattina. Penso all’Università, al Palmer, all’Accademia delle Belle Arti, al Conservatorio, alle nostre splendide Abbazie, al turismo, all’agricoltura, al food and beverage. Credo che sia arrivato il momento di tirare fuori l’orgoglio”.

 

Non crede che l’inquinamento ambientale della provincia di Frosinone sia diventato un formidabile deterrente per chi vuole investire?
“Credo che anche in questo caso sia necessario prendere il toro per le corna. La bonifica della Valle del Sacco è fondamentale. Anche qui non si fa altro che accumulare ritardi. Però non c’è alternativa: dobbiamo metterci tutti in discussione, evitando quel vizio provinciale di prendersela con gli altri. Proviamoci almeno. Lo dobbiamo ai nostri figli”.

 

Se anche questo appello dovesse cadere nel vuoto?
“Io non sono uno che si arrende, ma il discorso è complessivo. E la domanda una sola: se restiamo ancora fermi riusciamo ad immaginare questo territorio fra cinque o dieci anni?”.

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