I clan si preparano a mangiare la nuova Circular Economy del Lazio

FOTO © ROCCO PETTINI / IMAGOECONOMICA

I clan mettono gli occhi sulla nuova economia che si sta sviluppando nel Lazio. I rischi per la Circular Economy. I precedenti su Terza Corsia e Tav. E le stesse tattiche criminali. Il vuoto normativo. Che deve essere colmato per proteggere le imprese sane.

I boss in doppiopetto di tutte le mafie si preparano. La nuova frontiera del business criminale è nel Lazio. È lì che nei prossimi anni ci saranno investimenti e affari. Dove ci sono soldi ci sono i clan. Niente coppola, niente lupara: la mafia di nuova generazione è più efficace se meno si vede, sta dietro i conti cifrati, mascherata oltre il paravento di aziende pulite e compiacenti.

Non ci sono confini lungo la linea dei soldi: Cayman o Cassino, la differenza è solo un codice con tanti numeri ed una destinazione Iban diversa. Non esiste Nord e non c’è Sud in questa geografia criminale, la borderline è solo una falsa illusione. A ricordarlo in questi giorni è stata anche un’inchiesta de L’Espresso.

Autostrada e Ferrovia

Un tratto dell’Autostrada A1. Foto © Paolo Lottini

Nel Lazio i clan ci sono stati. I tentacoli della piovra si sono allungati da tempo. Non per operazioni di piccolo cabotaggio, non per riscuotere la tangente a quelli che speravano di togliersi il giogo chiudendo la pizzeria o il bar in Campania e aprendola in Ciociaria. La regola criminale è chiara: chi esce dal mio confine lo controllo anche quando si sposta. E così, nella stessa città, ad esempio Cassino, si intrecciano gli interessi di tanti clan. Ognuno si taglieggia il suo e tutti convivono in pace. Nulla di nuovo: l’istantanea in bianco e nero è stata scattata ormai da anni dalla Criminalpol, dall’Antimafia, dalla Squadra mobile dai tempi in cui la dirigeva il vice questore Mino De Santis.

I boss in doppiopetto si stanno preparando per un’altra delle grandi operazioni. Grande come la costruzione della Terza Corsia dell’Autostrada.

Niente coppole già all’epoca: si infiltrarono con l’intelligenza di chi sposta miliardi con un solo clic. Aggirarono con astuzia la Maginot fatta alzare da Confindustria Frosinone nei capitolati d’appalto: lavorano le industrie del posto e niente sub appalti.

I clan iniziarono a comprare cave dismesse ed ormai esaurite nel bacino di Coreno Ausonio, spingendosi fino al sud Pontino ed ai confini con l’Alto Casertano. Una sventagliata di mitra sulla recinzione era sufficiente a convincere i più restii. Ci fu chi esagerò con le intimidazioni e fu necessario un summit camorrista sul Lago Patria per ristabilire l’ordine in Ciociaria. Un servizio fotografico realizzato da infiltrati finì sulla scrivania dell’allora colonnello dei carabinieri Giuseppe Messina. Solo così fu possibile ricostruire cosa aveva portato al regolamento di conti interno e ad un paio di morti ammazzati.

IL GENERALE GIUSEPPE MESSINA

Fatto sta che più di qualcuno vendette. Ed i clan in provincia di Frosinone, ci piazzarono la sede legale: così erano in regola anche se camion, ruspe e materiali venivano dal Casertano.

Ancora più silenziosa ed efficace fu la strategia usata per infiltrarsi negli appalti per la costruzione della linea ferroviaria ad Alta velocità.

Lì non interessavano solo i lavori: veri strateghi dell’economia totale i boss in doppiopetto utilizzarono – secondo i racconti di vari pentiti – tante strutture per infilarci dentro tonnellate di rifiuti. Erano gli anni in cui i clan avevano stakeholder in tutta l’Italia, con il compito di comprare capannoni dismessi nei quali scavare e interrare tonnellate di immondizia che nessuno sapeva come far sparire. Anni dopo il capitano Giuseppe Pinca con i suoi carabinieri del Reparto Operativo di Frosinone iniziò a scoprire ad uno ad uno i cimiteri di scorie.

Ora l’economia circolare

UN IMPIANTO TMB NEL LAZIO

Ora quell’epoca è tramontata. Proprio lì inizia la nuova economia, il nuovo business sul quale si preparano ad investire i boss. Comprando, colonizzando, ripulendo soldi in nero, lavandoli in attività pulite.

La nuova frontiera si chiama Economia Circolare ed il Lazio non ha alternative: deve investire lì ed in maniera massiccia. Perché? Tanto per fare un esempio: la provincia di Frosinone sta per rimanere senza più un centimetro cubo di spazio nel quale interrare i suoi rifiuti. Tutti quelli costruiti a Roccasecca sono stati occupati in un attimo da Roma e la sua emergenza costante. Il IV Invaso gestito dalla Mad di Roccasecca doveva durare anni, ne è durato pochissimi, ringraziando Virginia Raggi e le sue teorie dello zero discariche. Non aveva spiegato che intendeva zero a casa sua.

Ora Frosinone è agli sgoccioli ma anche le altre province non stanno molto meglio.

Ci sarà un’altra discarica. Ma nel frattempo la popolazione è cresciuta, siamo tanti, sempre di più. Non possono bastare le discariche: anche se gestie bene come ha fatto la Mad a Roccasecca (piaccia o no, tifosi o meno, le inchieste fino ad oggi non hanno trovato un solo reato, una sola irregolarità penale. Anzi.).

L’unica salvezza è riciclare. Quello che per te è un rifiuto, per un altro è una risorsa. Così sono nate in poco tempo decine di attività pulite in Ciociaria: ritirano plastica, carta, metalli; prendono frigoriferi, tv, computer del decennio scorso e li aprono per separare i metalli pregiati che stanno al loro interno.

Dove sta il problema

Ignazio Portelli, prefetto di Frosinone © Stefano Strani

Fino ad oggi, tutto pulito o quasi. Il problema sarà domani. Perché le piccole aziende, tirate su con tanti sacrifici, producendo tonnellate di documenti e richieste, ottenendo autorizzazioni al termine di iter difficili come traversate nel deserto, ora che stanno per avere le autorizzazioni definitive rischiano di finire nel mirino dei boss. Esattamente come avvenne per le cave dismesse.

Offerte imperdibili. Per diventare soci. Lasciando anche la gestione a chi la detiene oggi: illusione di continuità, reale paravento per gli affari in nero. Ciò che conta è cambiare completamente il modo di lavorare utilizzato fino ad oggi. Non è un caso che il prefetto Ignazio Portelli abbia suonato la sveglia a tutti quanti, soprattutto a chi, per non turbare i livelli superiori di comando, continuava a scrivere che le mafie in provincia di Frosinone non ci sono ed al limite c’è riciclaggio ma non ci stanno clan insediati. Balle ha detto il prefetto con le spalle talmente larghe da potersi permettere di parlare ad alta voce.

E di parlare per atti. Ha iniziato a spiccare interdittive Antimafia. Non un provvedimento penale. Ma amministrativo: la tua azienda viene frequentata da gente che non ci piace e per questo non puo avere a che fare con lo Stato, per nessuna gara, nessun appalto, nessuna fornitura. Basta che frequenti le persone sbagliate, che vengano a farti visita e non avvisi le forze dell’ordine. (Leggi qui Amici mafiosi in azienda: il prefetto firma la prima interdittiva antimafia).

La Maginot da costruire

L’economia circolare sviluppata dalla carta riciclata

Ci sono due ordini di problemi nel mondo dei rifiuti. Che la politica ha sottovalutato.

Servono percorsi che consentono di mettere in sicurezza l’economia circolare e le industre che ci lavorano. Quelle oneste, quelle sane.

C’è la necessità di favorire la più ampia partecipazione della collettività ai business strategici. Sono quegli affari leciti che nascono da concessioni/autorizzazioni e che si basano su tariffe pagate da cittadini. Tradotto: trasparenza ed evidenza dei processi produttivi ma anche della proprietà delle aziende legate all’economia circolare. Una trasparenza che può diventare più ampia attraverso la partecipazione pubblica: elemento prioritario di garanzia. Cosa significa?

Vuole dire che tutto deve essere a vista, chiunque deve poter sapere. Occorre una norma regionale che lo imponga. E dica che chi vuole lavorare nel ciclo dell’end of waste (il percorso durante il quale un rifiuto smette di essere tale e torna ad essere materia prima) deve avere un livello di trasparenza ancora più elevato. Trasparenza nell’azionariato, trasparenza nel processo produttivo, trasparenza nei collegamenti, nei fornitori, nei soci.

Soprattutto, la possibilità che la Regione o comunque un Ente Pubblico possa entrare nella società. Con una quota piccola. Ma che le consenta, come socio, di esercitare quei controlli dall’interno che solo ai soci sono consentiti.

E poi la vera arma capace di fermare i boss in doppio petto: le autorizzazioni ambientali rilasciate alle aziende sono il vero bocconcino che interessa ai clan.

In che modo evitare le infiltrazioni? Occorre una norma nella quale si dica che chi ottiene l’autorizzazione non può vendere oppure se vende deve prima essere fatto il controllo del Dna a chi intende entrare, per evitare di trovarci un boss o una sua testa di legno nella sala del Consiglio d’Amministrazione.

Azionisti forti

Il Termovalorizzatore di Acerra Foto © Scudieri / Imagoeconomica

L’altro elemento di garanzia. È arrivato il momento di capire che anche nel Lazio il business sta per essere così ricco che c’è necessità di azionisti forti. Società in grado di investire in innovazione e sviluppo quale chiave per migliorare i processi produttivi e renderli più efficienti, sicuri e puliti. A tutela della salute e della qualità della vita della collettività.

Un esempio? Il termovalorizzatore di Acerra è un elemento di qualità ambientale e rigore di gestione. Ma dietro c’è un colosso di dimensione internazionale. Che nessun interesse ha nel farsi avvicinare da nessun clan.

Anche qui è fondamentale la presenza del Pubblico. In particolare di un Pubblico che sa stare sul mercato perché competitivo e orientato all efficienza.

Trasparenza e capacità di innovazione sono fattori cardine dell’economia circolare, dal momento che il business dei rifiuti scompare di fronte al business dell’industria manufatturiera. In questo modo si allontana di fatto il rischio di infiltrazioni criminali nel settore e si ridà forza all’industria che in Ciociaria può vantare tradizione e competenze diffuse.

Open Circular

Foto © Recondoil

Chi ha iniziato a studare questi processi, ha coniato il termine di open circular economy, ovvero un economia circolare aperta, che si alimenta anche di proventi da tariffe pubbliche, ma ridà al pubblico. Gli restituisce efficienza, trasparenza, sviluppo e posti di lavoro d’alta professionalità per lo stesso territorio.

Una compiuta ed efficace economia circolare è aperta, trasparente, partecipata, in una forte partnership pubblico-privato.

Solo così si può evitare di far mettere a tavola i boss in doppiopetto, impedendogli di cannibalizzare il business dei prossimi anni nel Lazio.