La piazza di Salvini e Meloni, la rabbia dell’opposizione sovranista

Foto © Sara Minelli / Imagoeconomica

I trentamila della piazza Sovranista. La rabbia dell'opposizione mentre a Montecitorio viene votata la fiducia al nuovo Governo M5S-Pd. Gli slogan e la delusione

Saluti romani per chiedere democrazia. L’ultimo paradosso lo regala la piazza, riempita per protesta contro la nascita del governo dei paradossi: formato dai due Partiti che fino alla settimana prima si consideravano il male assoluto: M5S e Pd; varato dai due leader che meno lo avrebbero voluto: Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti; proprio quelli che sarebbero andati di corsa alle urne se ad impedirglielo non fossero intervenuti in forze: la Direzione Nazionale del Pd di Zingaretti, la piattaforma Rouisseau per il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio.

La piazza dei paradossi

Dentro a Montecitorio il bi premier Giuseppe Conte tiene il suo discorso con cui chiede la fiducia. Fuori, in piazza braccia tese e bandiere tricolori invocano la democrazia. I Partiti della destra sovranista chedono il ritorno alle urne. Non riconoscono come legittimo un esecutivo che nasce mettendo insieme i due Partiti più votati un anno e mezzo fa. Per dirlo portano in strada migliaia di persone: “trentamila” diranno poi gli organizzatori.

Il selfie Toti – Meloni – Salvini

La foto della giornata è il selfie che mette insieme i tre leader del nuovo centrodestra sovranista: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giovanni Toti. Manca per scelta e per strategia Silvio Berlusconi: non ci sta a rischiare d’essere assorbito dal nuovo mostro sovranista. Il dubbio è che abbia fatto di tutto per togliersi di mezzo Toti, de salvinizzando Forza Italia con una mossa sola.

Doveva essere la manifestazione di Giorgia Meloni. Quella di Matteo Salvini doveva essere da un’altra parte. Invece accade l’imprevisto. Il Capitano arriva con la camicia bianca sbottonata, ancora confuso dal big bang che in pochi giorni l’ha portato dal tetto del mondo al pugno di mosche in mano, dall’invocare i pieni poteri a non averne nessuno, dall’essere il leader di una coalizione in cui aveva il 17% ad essere un semplice senatore dopo avere vinto le Europee prendendo quasi il 40%.

Di nuovo insieme

«Bentornato al mio amico Matteo Salvini» grida la piccola Giorgia Meloni vestita di nero: un po’ per il lutto politico d’essere rimasta fuori dal Governo mentre già assaporava il trionfo del voto; un po’ perché è il colore della Destra ed è bene ricordare l‘orgoglio di appartenenza; un po’ perché sfina e fa sempre bene.

La piazza di Fratelli d’Italia

Quello doveva essere solo il suo palco. Invece dà il benvenuto al Capitano appena sconfitto, all’invincibile appena capitolato, al truce che voleva farsi Duce ma è stato fermato sulla strada che unisce ogni marcia su Roma ad un’ideale Piazzale Loreto.

Il Capitano è commosso da tanta passione. Ha quasi smesso l’aria del pugile suonato, non sembra più un qualsiasi George Foreman sudato e incredulo dopo il pestaggio compiuto da Cassius Clay sul ring di Kinshasa: Rungle in the Jungle. Con la differenza che qui a pestarlo è stato uno svogliato Nicola Zingaretti ed un renitente Luigi Di Maio. La verità è che Matteo Salvini ha fatto tutto da solo: un auto pestaggio.

Ma è dalle macerie che si ricostruisce. E le 30mila persone (se sono meno, non sono molte di meno) sono un bel materiale dal quale iniziare a costruire. Sono macerie nelle quali assieparsi e fare ostruzione alnuovo Governo.

Le parole d’ordine

La Camera dei Deputati diventa per un giorno lo sfondo del comizio dei due leader sovranisti, insieme a Giovanni Toti. Salvini le dice: “Con Giorgia lavoreremo per allargare, perché non è il momento di dire ‘tu no, tu no…‘”. Un messaggio chiaro di prove di dialogo che riaprono il cantiere del centrodestra. Perché ora ci sono da combattere M5S e Pd, insieme al governo. E forse anche i Berluscones, che potrebbero intervenire a sostegno con i voti che mancano in Senato.

Matteo Salvini © Sara Minelli / Imagoeconomica

Ai due Partiti che si accingono a varare la nuova maggioranza viene riservato un nuovo claim: “i ladri di democrazia e di sovranità“. Copyright Giorgia Meloni. Proprio i ladri di democrazia, a partire dal premier Giuseppe Conte finiscono nel mirino della piazza sovranista: lo slogan che campeggia, unica scritta presente, è ‘in nome del popolo sovrano – no al patto della poltrona‘. Anche se nessuno spiega perché quello tra Lega e M5S, in vigore fino ad un mese fa, non fosse un patto della poltrona.

Striscioni e saluti

Per il resto decine e decine di bandiere col tricolore, e qualcuno che fa anche il saluto romano, quando risuona in piazza l’inno di Mameli. La gente applaude tanto i leader sul palco, quasi tutti di Fdi: tra amministratori locali, sindaci e dirigenti.

Uno striscione con la scritta «Ladri di democrazia» e primi cori a chiedere all’unisono «elezioni subito». Un altro promette «Bibbiano, noi non dimentichiamo!». In altri, ce n’è anche per Matteo Renzi, si vede che non è un’ossessione solo per Salvini: «Renzi, Di Maio, fuori dai coglioni, il popolo vuole libere elezioni».

Dopo l’inno di Mameli, la playlist dell’attesa ha previsto Edoardo Bennato con Viva la mamma e Alan Sorrenti con Siamo figli delle stelle.

Matteo riprende colore

Fischia sonoramente invece, con ‘buh‘ e ‘buffone-buffone‘, ogni qual volta qualcuno ricorda che dentro quel palazzo stanno votando fiducia al governo Conte, “il governo meno sensato della storia della Repubblica italiana” (Copyright Salvini). In effetti è difficile dargli torto. Parlando dal palco Matteo Salvini ironizza: “Gli mando un saluto, dico no ai poltronari che sono chiusi nel palazzo perdendo onore e dignità, hanno vergogna a chiedere il voto degli italiani, ma noi non molliamo“.

La manifestazione FdI © Sara Minelli / Imagoeconomica

Riprende colore, torna la voglia di ruspa, sente le forze tornare nelle vene. Poi si fa serio e ne spara una delle sue: “Se tornano alla Fornero e smantellano quota 100 noi non li faremo uscire dal Palazzo“.

Sempre più a suo agio, come Stalin quando panzer avevano appena invaso l’Unione Sovietica e lui aveva scoperto che il Politbureau non era andato nella sua dacia per fucilarlo. “L’onore e la dignità di girare per l’Italia a testa alta valgono più di mille ministeri. Ve li lascio. Possono scappare al voto per qualche mese, non all’infinito. Al ritorno alle urne vinciamo noi”.

La cosa scandalosa è che questi qua sanno benissimo che stanno facendo una cosa che gli italiani non vogliono, e siccome sanno di non poter vincere le elezioni, le rubano“, dice Giorgia Meloni. “Oggi per quanti siamo – dice soddisfatta – avremmo potuto riempire piazza del Popolo, questo popolo qui in piazza si ribella alla truffa che hanno messo in piedi. E’ il nostro vaffa day al M5S“. Poi torna al tema del centrodestra: “Spero che Forza Italia non voglia fare l’errore già fatto, quello di mettersi lì a trattare con il Pd come ai tempi del ‘Patto del Nazareno’, perché ne abbiamo visti i risultati“.

La porta chiusa

In tanti dal palco indicano proprio la porta chiusa di Montecitorio, alle loro spalle. “Hanno chiuso il portone della Camera per drammatizzare, ma cosa c’è di male a manifestare?“, dice il presidente della regione Abruzzo Marco Marsilio.

Gli fa eco Daniela Santanché: “La porta di Montecitorio è chiusa, la piazza è piena“. Poco cambia che il portone principale della Camera, dove si vota la fiducia al governo Conte bis è inagibile, causa lavori di ristrutturazione in corso nell’ingresso principale.

Salvini finisce il suo intervento dal palco, dando “appuntamento in piazza a Roma sabato 19 ottobre tutti insieme, senza bandiere di partito con milioni di italiani. Vediamo di prendere piazza San Giovanni, lancio questa scommessa“, dice il Capitano.

Stavolta è Giorgia a ricambiare: “Parteciperemo volentieri alla manifestazione se sarà aperta a tutti“. Poi bagno di folla per entrambi e applausometro che per Matteo e Giorgia è al top.

Salvini fa in tempo a baciare un rosario. La leader di Fratelli d’Italia resta a ringraziare i suoi.

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