E Mao Tse Tung scrisse al sindaco Sacco

Al signor sindaco di Roccasecca
Avvocato Giuseppe Sacco
Sede

 

Gentile signor sindaco,
desidero ringraziarla per la sensibilità che ha avuto nel concedere l’utilizzo dei beni culturali di cui abbonda la Sua città, al fine di ospitare una mostra fotografica dedicata alla mia persona.

 

Come Ella ben sa fui, in vita, molto refrattario a questo genere di manifestazioni iconografiche. Il culto della personalità ben poco mi si addiceva. E’ vero, durante la Rivoluzione culturale cinese, tutte le pubblicazioni, comprese quelle scientifiche, avevano una mia citazione e tutte le citazioni di Mao apparivano in grassetto e in rosso. Ma fu una necessità e non un borghese tentativo di trasformarmi in divinità agli occhi del Popolo.

 

Comprendo la Sua perplessità signor Sindaco. Ella è avvocato e già me la immagino in udienza, con la toga sulle spalle, mentre mi contesta che il mio invece fu vero culto della personalità. Per il quale – come prevedeva la dottrina – avrei dovuto fare autocritica.

 

Mi lasci spiegare che non è come crede.

 

Lanciai la grande Rivoluzione Culturale nella Repubblica Popolare Cinese nel lontano 1966 quando Lei nemmeno era ancora nato. A quel tempo mi avevano già fatto fuori dai posti che contano, all’interno del Partito Comunista Cinese. Era in atto una piena ondata controriformista promossa dai miei avversari Deng Xiaoping e Liu Shaoqi. I due erano un po’ come Francesco De Angelis e Mario Abbruzzese oggi: apparentemente stavano su fronti opposti ma in realtà si mettevano d’accordo per fregarmi.

 

Così fecero, pensando di ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista. Ci furono epurazioni, come nella migliore tradizione Comunista da Mosca a tirare in giù. Con la differenza che a Mosca con Stalin un giorno c’eri e l’indomani non c’era più nessuna traccia di te e nemmeno c’era chi domandava che fine t’avessero fatto fare altrimenti spariva pure lui. Da noi, in Cina, furono un po’ più blandi: io mi ritrovai estromesso dagli incarichi di rilievo, il buon ministro delle Finanze Bo Yibo fu condannato a dieci anni di carcere. Roba da dilettanti se paragonata a quello che venne dopo.

 

Cercai di far capire a tutti che si sbagliavano e che Deng e Liu erano in errore. In mio soccorso venne Lin Biao, ideatore e curatore della prima edizione del “Libretto rosso”: modesta antologia di mie citazioni che inizialmente utilizzai per fare propaganda all’interno dell’Esercito di liberazione popolare.

 

Vede, signor sindaco, feci un po’ come usa lei durante le udienze: bisogna individuare il punto debole nella difesa dell’avversario e concentrare lì con forza l’attacco per sfondare le linee. Io puntai sulle “contraddizioni in seno al popolo e al Partito”: misi in evidenza che il processo hegeliano di tesi-antitesi-sintesi non veniva a cessare con la presa del potere da parte dei comunisti, ma continuava incessantemente per evitare fenomeni di imborghesimento del partito stesso.

 

Fu un successo. Entro breve, in ogni città e provincia della sterminata Cina, qualsiasi Unità di lavoro fu investita dalla critica radicale contro gli esponenti di spicco del Partito Comunista Cinese. Questi erano costretti all’autocritica e alle dimissioni. Nulla a che vedere con quel contadinaccio georgiano di Stalin: però a più di qualcuno feci fare un bel periodo di di rieducazione presso i villaggi contadini più sperduti.

 

Sbagliai. Non a mandarli nei campi di rieducazione. Sbagliai a non farli fuori tutti come invece fecero a Mosca. Se li avessi fatti fuori tutti, non ci sarebbe stata la controrivoluzione culturale con cui smantellare tutto ciò che avevo pazientemente costruito in anni di potere. Per fortuna lasciai molte delle mie immagini e delle mie citazioni in ogni angolo della vita del mio amato Popolo. Eliminare me avrebbe significato eliminare ormai un modo di pensare e di essere.

 

Il Partito trovò una facile soluzione appioppando a mia moglie ed alla cosiddetta Banda dei Quattro, tutte le responsabilità per le mie nefandezze e riprese in mano il potere.

 

Ci vollero, caro Sindaco, oltre dieci anni perché riuscissero a racapezzarsi. Quando capirono qualcosa era già troppo tardi e preferirono mandare i carri armati a bloccare gli studenti in Piazza Tien An Men. Difendendo me, il Partito difendeva se stesso, perché seppure a distanza di tempo, aveva finalmente compreso che c’era un solo modo per tenere unito quel miliardo di bocche da sfamare.

 

E non mi venga a dire  che invece è stata la rivoluzione di Deng, il mio nemico Deng, ad avviare la Cina verso quella potenza globale che è oggi. Sarà pur vero, ma Deng potette fare ciò che ha fatto solo per un motivo. Perché io gli lasciai una Cina ben intruppata e obbediente. Il Popolo che moriva di fame era una dolorosa conseguenza della necessità di restare uniti. Senza le mie immagini e le mie citazioni, caro Sindaco, eravamo destinati a farci invadere ancora una volta dai giapponesi o dagli inglesi con il loro oppio, per fregarci cotone e the.

 

Lei, signor sindaco, ed il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti che le ha finanziato l’iniziativa culturale, lo avete capito.

 

Proprio per questo, confidando nella Sua intelligenza, Le scrivo dall’aldilà per chiederle giustizia di una cosa. Lei ha consentito che la mostra si tenesse in una chiesa costruita nel 1325 in onore di Tommaso d’Aquino. “Luogo di culto a pianta gotica e croce latina che conserva al proprio interno affreschi del ‘400” come annota con puntigliosa precisione Francesco Boezi su Il Giornale, lamentandosi che “almeno finché le gigantografie del portavoce del Partito Comunista resteranno esposte, i dipinti risulteranno difficilmente visibili per i turisti e per i fedeli”.

 

La prego, signor sindaco, sposti la mostra con la mia iconografia. La trasli in un altro dei tanti luoghi culturali di cui Roccasecca è ricca. Lo faccia non già per dare ragione a Boezi, oppure al beneamato parroco di Piedimonte San Germano quel pio uomo di don Tonino Martini che dice di non comprendere la presenza delle mie foto. Lo faccia non per dare ragione ai suoi avversari politici.

 

Soprattutto lo faccia per me. Per me che dissi al mio popolo che “La Religione è veleno” ed in nome di questo dogma laicizzai tutti i cinesi rendendoli Comunisti ed atei, devoti all’unica religione consentita che è il Partito.

 

La prego, mi tolga dalla chiesa. Mi è già bastato Deng a dimostrarmi che non capii un accidente durante i miei anni di tirannia. Dover soggiornare – seppure per poco – nella casa di Tommaso d’Aquino mi è insopportabile. Mi dimostra ogni minuto che non solo non capii né di economia né di amministrazione, ma non capii nulla nemmeno in tema di fede e di bontà verso gli uomini.

 

Grazie per quanto farà.

 

Suo

Mao Zedong

detto

Mao Tse-tung
Rivoluzionario, politico, filosofo e dittatore.
Portavoce del Partito Comunista Cinese
dal 1943 fino alla sua morte
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