«Marrazzo? Se si potesse vedere tutto il video non saremmo qui. Sbagliammo ma non fu ricatto»

Piero Marrazzo? Fece tutto da solo: si minacciò da solo, si ricattò da se stesso, si offrì dei soldi per tacere su quello che aveva scoperto su di lui al fine di non rivelarlo. Insomma non subì estorsioni, né ricatti o richieste di danaro. La linea di difesa è questa. A definirla davanti ai giudici del Tribunale di Roma è stato il carabiniere Luciano Simeone. E’ uno dei quattro militari che il 3 luglio 2009 fecero irruzione nell’appartamento di via Gradoli: trovarono il governatore della Regione Lazio in intimità con Natalie.

 

Volevano ricattarlo per non far scoppiare lo scandalo” secondo l’accusa. Loro sostengono altro. Nei fatti, innescarono l’inizio della fine per il governo di centrosinistra che a quell’epoca amministrava la Regione. Non perché Piero Marrazzo fosse in compagnia di Natalie: ognuno, sotto le lenzuola, fa ciò che meglio gli garba purché nei limiti della legge. Ma perché cedette ad un ricatto anziché denunciare: non poteva più essere credibile, non poteva più andare a Fondi e dire alle vittime della ‘ndrangheta che spadroneggiava tra i trasporti del Mof di denunciare gli aguzzini. Lui per primo non lo aveva fatto. E dopo poco tempo, con coraggio e dignità, si assunse il peso della sua mancanza e andò via. Aveva – in quel momento, secondo tutti gli analisti – un appeal del 70%. Se fosse arrivato alle elezioni nessuno lo averebbe sconfitto. La gente credeva in lui. Se ne andò anche per questo.

 

Andò via perché i carabinieri gli avevano fatto un video con il telefonino. Ritraendolo in una camera da letto che non era la sua ed in compagnia di Natalie. Mentre a casa aveva una famiglia. I quattro carabinieri forse pensavano che gli avrebbe fruttato un bel po’ di soldi. Di certo gli ha fruttato un’incriminazione per infedeltà e ricatto, a seconda delle posizioni. E i giudici hanno ascoltato oggi la versione di uno di loro: Luciano Simeone, che all’epoca dei fatti era in servizio alla Compagnia Trionfale.

 

Su di lui ed i suoi colleghi pesa come un masso la deposizione fatta nei mesi scorsi da Natalie. «Avevo avvertito Piero in più di una occasione: guarda, che c’è gente che ti vuole incastrare. I carabinieri gli giravano intorno da tempo». Parlò tre ore, in quell’udienza, Natalie. E puntò il dito contro i carabinieri Carlo Tagliente e Nicola Testini, che quel giorno entrarono nel suo appartamento insieme a Simeone.

 

Il militare oggi ha ammesso davanti ai giudici «Non ci siamo comportati in modo professionale. Trovammo il presidente Marrazzo in pieno stato confusionale». Ammette che fu lui insieme al collega Tagliente a girare il video. Perché lo fecero? «Girammo il video a nostra tutela perché venisse documentato tutto quello che c’era in quella casa». Cosa c’era? «Tanti soldi sparsi ovunque, cocaina lasciata su un piatto».

 

Il governatore ha sempre detto di non saperne nulla.  E anche Natalie, quando ha deposto davanti ai giudici della IX Sezione penale del tribunale di Roma ha detto che la droga nel filmato non era la loro. Incalzata dagli avvocati ha detto: «se avessimo avuto la droga non avremmo aperto la porta. Invece quando i carabinieri hanno bussato, fu proprio Piero a dirmi che potevo aprire perché non c’era nessuno festino a base di droga. La porta la aprii io, loro mi buttarono sul divano, Piero si stava tirando su i pantaloni ma loro gli dissero di non farlo, che comandavano loro. Uno dei carabinieri gli chiese duecentomila euro in contanti e il suo numero cellulare. Piero gli disse che non aveva quella cifra e gli diede il numero dell’ufficio in Regione. Non gli diede alcun assegno».

 

Simeone oggi ha ammesso che tentarono di ricavare tanti soldi da quel video: «L’errore più grande fu quello di aver tentato di commercializzare il filmato. Ma se lo si potesse vedere senza tagli, oggi parleremmo di altro, non certo delle pesantissime accuse che la Procura mi contesta. Il filmato, una volta tagliato delle parti che ci riguardavano, era diventato per noi materiale buono per il gossip da vendere al miglior offerente. Ma non facemmo nessun ricatto, non pretendemmo soldi in cambio del silenzio». Tentarono di venderlo, quel filmato. Per soldi, tanti soldi. «Rifiutammo un’offerta di 40mila euro da un’agenzia fotografica di Milano per il video, un po’ perché la ritenemmo bassa, un po’ perché ci accorgemmo di essere seguiti e controllati dai carabinieri del Ros».

 

Giura che non fu un’imboscata, Simeone. Dice che tutto partì come una normale operazione di servizio «Ci presentammo in quella abitazione perché il collega Tagliente aveva saputo da un suo confidente che forse si stava svolgendo un festino a base di droga».  Nega d’avere saputo prima chi ci fosse dentro quell’alloggio: «Trovarci Piero Marrazzo di fronte, in mutande e camicia, ci lasciò parecchio stupiti. Non sapevamo come comportarci. Lui ci implorò di lasciar stare, disse che aveva famiglia. Disse che conosceva i vertici dell’Arma. No, non la recepii come una minaccia. Disse che se lo avessimo portato in caserma la cosa avrebbe creato problemi a lui ma anche a noi».

 

Cosa fecero allora i quattro carabinieri? Non c’erano reati da contestare: c’erano due adulti, in una casa, per fatti loro. «Dal momento che per noi non c’erano reati da contestare, buttammo nel water la droga, che era per uso personale. Andammo via, senza aver chiesto neppure un soldo né a Marrazzo né a Natali. Non facemmo nemmeno la relazione di servizio. Non c’era nulla da segnalare, sotto il profilo penale. E perché avremmo dovuto dar conto delle nostre omissioni».

 

Chi cercò di vendere il video? Il carabiniere dice che fu il loro confidente, la persona che li aveva messi sulle tracce di quell’alloggio e gli aveva fatto fare il blitz. Chi era il confidente? Il pusher Gianguerino Cafasso, trovato poi cadavere in un hotel di Roma poche settimane dopo quell’irruzione, il 12 settembre del 2009. «Cafasso non credeva che ci fosse il Governatore in quella casa e gli mostrammo il video. Dopo qualche giorno, fu proprio Cafasso a dirci che due giornaliste erano interessate a vedere il filmato. No, non sono stato io a tagliare il video, girato col telefonino di Tagliente. Furono conservate solo le scene che potevano tornare utili per la loro commercializzazione».

 

Come si arriva alle agenzie di Milano? Perché i direttori dei settimanali di gossip vengono a conoscenza di quella clip, al punto che ne venne informato Silvio Berlusconi? Che a sua volta chiamò Marrazzo e lo informò, consigliandogli di far sparire tutto dalla circolazione. Simeone ha ammesso che fu lui a parlarne con il suo collega Antonio Tamburrino: «Mi disse che conosceva il fotografo Scarfone. Gli ha proposto la vendita. Il suo amico ne avrebbe parlato con l’agenzia Photo Masi di Milano». Ma se ne fece nulla. La cifra restava bassa: 40mila euro erano pochi per quel video.

 

Poi, assicura l’imputato, pensarono di mollare l’affare. «Ci facemmo un esame di coscienza e cominciammo a pensare che fosse il caso di lasciar perdere tutto, tanto che a Tamburrino, salito su a Milano per incontrare l’agenzia fotografica, dissi di buttare il cd che conteneva il video su Marrazzo. Lui mi assicurò che a Milano non aveva lasciato alcuna copia ma successivamente, quando ci furono gli arresti, seppi che le cose erano andate in modo diverso».

 

Il processo, una ventina di capi di imputazione che vanno, tra l’altro, dall’associazione per delinquere alla rapina, dalla violazione della privacy a quella del domicilio, proseguirà il 20 giugno prossimo con l’esame degli altri imputati.

 

La carriera politica di Piero Marrazzo invece non tornerà più.

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