Stirpe: «La ripresa? Ci vuole un governo con il coraggio di decidere»

Foto: © Imagoeconomica, Rocco Pettini

Maurizio Stirpe senza peli sulla lingua. Lo stop? "Un'illusione far credere che si possa stare tutti a casa". L'Europa? “I finanziamenti si restituiscono: saranno lacrime e sangue”. Tornare come prima? "Almeno due anni”. La ripresa? "Occorre un governo con il coraggio di assumersi le responsabilità delle scelte". Il Calcio? "Neppure minimamente sarà paragonabile al valore che ha oggi”

Il Covid-19 ce lo porteremo dentro per anni. Non solo come virus. Ma soprattutto per le conseguenze devastanti che lascerà nella nostra economia. Non tutte le imprese ce la faranno a riprendersi: tante finiranno in Terapia Intensiva. Qualcuna non si rialzerà. Ma per tornare come stavamo un paio di mesi fa occorreranno circa due anni. Profezia di Maurizio Stirpe, capitano d’industria al comando di un colosso che poggia su 10 stabilimenti divisi in due continenti, nei quali lavorano 2.500 dipendenti; vice presidente nazionale di Confindustria delegato alle relazioni con i sindacati.

La diagnosi della situazione l’ha fatta ieri sera, intervenendo in diretta alla trasmissione A Porte Aperte su Teleuniverso.

Lacrime e sangue

Covid-19, operaio con mascherina Foto © Imagoeconomica / Gaetano Lo Porto
Presidente, mettiamo subito il dito nella piaga: i tempi sono maturi per riaprire le fabbriche?

«Non sono né un epidemiologo, né un virologo. Non so se i tempi siano maturi: la comunità scientifica agirà sulla base dei dati e degli elementi che ha in mano. Penso che il Presidente del Consiglio abbia fotografata abbastanza bene la situazione: esiste una Fase Uno che è quella corrente, la Fase Due in cui avverrà uno scongelamento graduale e poi la Fase Tre.

Ora è evidente che questo problema bisogna affrontarlo, perché in ogni caso far credere agli italiani che si può tutti quanti stare a casa, non lavorare, perché tanto ci pensa il Governo, se non ci pensa il governo ci pensa l’Europa, è solamente un’illusione che poi non corrisponde a verità.

«Noi pagheremo amaramente i conto di questa pandemia. Adesso non è il momento di parlare di questo, ma vedremo che fra qualche mese in pratica tutti i nodi verranno al pettine. Io spero che gli elementi che il governo ha in mano in questo momento consentano di avere un cauto ottimismo».

In molti non lo hanno ancora compreso: l’Europa non ci darà un solo centesimo. Ci autorizzerà solo a fare più debito di quello che eravamo autorizzati a fare prima della pandemia…

«Ci sono delle anticipazioni, ci sono dei finanziamenti. Ma i finanziamenti devono essere prima o poi restituiti. Sicuramente il tempo di rimborso sarà un tempo più lungo rispetto ai finanziamenti che vengono erogati in momenti di normalità. Ma dovranno pur sempre essere restituiti. Quindi la terapia sarà lacrime e sangue per gli anni a venire.

«Per questo motivo, secondo me prima usciamo da questa condizione di emergenza e prima saremo obbligati a fare meno debiti, cioè ad essere obbligati a restituirli, magari in una condizione che forse non potevamo permetterci neppure all’inizio della pandemia»

Due anni per tornare come prima

Vincenzo Boccia con Maurizio Stirpe © Imagoeconomica / Raffaele Verderese
Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha avvertito che non tutti riapriranno e per qualcuno questa pandemia sarà letale:.quanto tempo occorrerà per recuperare questo mese abbondante di stop?

«Il mio gruppo industriale ha in Italia attività con 2.500 dipendenti circa. Noi pensiamo di ritornare ai livelli pre-pandemia nel giro di due anni. In questo momento siamo passati da una situazione di imprese che avevano ordini ad una situazione di imprese che non hanno ordini. Per cui bisognerà ricostruire tutta la filiera, da chi produce l’automobile a chi produce i componenti, a chi potrà vendere le automobili. Ma soprattutto bisognerà ricreare una domanda».

«Per ricreare una domanda ci vorranno delle condizioni di fiducia, per avere condizioni di fiducia non ci vuole la condizione di incertezza che viviamo attualmente. Quindi il problema non solo quello di sfangare il mese di marzo o di aprile. Il problema che in pratica bisognerà ripartire gradualmente con equilibrio, superando sicuramente le esigenze della salute di tutti, ma bisogna ripartire, perché più tempo perdiamo e maggiore è la dimensione e la profondità degli effetti di questa pandemia e più tempo ci vorrà per ripristinare quelle aspettative che noi avevamo non più tardi della fine dello scorso anno».

Sciacalli ed emarginazione

Eni impianto e casco © Imagoeconomica / Marco Cremonesi
C’è anche il rischio concreto dello sciacallaggio: che i grandi fondi stranieri si lancino sulle aziende italiane indebolite dal lockdown, le comprino approfittando del momento, consapevoli che entro due anni saranno tornate al pieno del loro valore. Quanto è concreto questo rischio?

«Lo Stato ha fatto bene ad estendere la tematica della Golden Share non solo alle aziende strategiche ma alle aziende quotate in borsa ed anche alle aziende non quotate che però rivestono un interesse nazionale.

Il fatto di essere emarginati dalle catene del valore rappresenta un rischio concreto. Andiamo ad esaminare la riduzione dei consumi di energia elettrica in questo periodo: mentre vediamo che in Italia si ha una riduzione abbastanza marcata, fra il 30 ed il 40%, la stessa cosa non si è verificata in Germania. La Germania denuncia una riduzione dei consumi di energia nell’ordine del 10%. Il che vuol dire che lì stanno lavorando, quindi vuol dire che le quote di mercato che noi lasciamo libere qualcuno poi le va a prendere ed occupare».

Quanto è concreto il rischio che altri si mettano a produrre al posto nostro?
Foto © Recondoil

«Bisogna tenere conto della catena del valore. Per esempio, tutte le aziende che sono in qualche modo collegate con clienti tedeschi: è evidente che se noi non li marchiamo in un tempo congruo, queste imprese potrebbero anche essere indotte a cambiare il sistema di fornitura attuale, quindi a non avere più fiducia nel sistema italiano e andare a delocalizzare l’offerta altrove. Quindi il rischio è concreto, per cui io non dico che bisogna partire a tutti i costi domani mattina, io dico che bisogna trovare un giusto equilibrio fra le esigenze della salute e le esigenze determinate dall’emergenza economica e sociale che stiamo vivendo».

«Penso che la comunità scientifica abbia in mano tutti gli elementi per poter prendere le decisioni, ma poi la decisione, lasciatemelo dire, diventa politica. C’è qualcuno che si deve assumere le responsabilità e deve essere disposto anche a correre qualche rischio, perché inevitabilmente in una situazione del genere qualunque cosa si faccia qualche rischio, chi decide e chi si assume le responsabilità lo dovrà correre»

Il calcio sarà più povero. Per tutti.

Nelle prime voci del Pil italiano c’è anche il calcio. Lei ha assunto una posizione netta sugli scenari futuri. Ha detto: «Non possiamo pensare di ripartire senza i tifosi, né possiamo pensare di ripartire in maniera monca e soprattutto non possiamo pensare di cambiare le regole del gioco in corso».Quali rischi corre il Calcio in questo momento?
Maurizio Stirpe, “Giocare a porte chiuse vuole dire stipendi più bassi”

«E’ evidente che il Frosinone vuole che i verdetti siano emessi dal campo. Ma allo stesso tempo vuole che si giochi a porte aperte. Ed a porte aperte si potrà giocare solamente quando il governo italiano revocherà lo stato di emergenza, perché questo significherà che i tifosi potranno entrare all’interno dello stadio».

«Quindi la nostra posizione è evidente: se si dovesse giocare a porte chiuse evidentemente le società di calcio avrebbero dei danni importanti, quindi o intervengono il Governo, o la Federazione o la Uefa o la Fifa con i loro fondi speciali ad integrare il mancato incasso che le società di calcio avranno. Oppure bisognerà agire sulla filiera dei costi, e voi sapete che la voce più importante dei costi di una società di calcio sono gli stipendi dei calciatori.

«Quindi, se si giocasse a porte chiuse bisognerà andare a rimodulare i costi in funzione dei mancati ricavi. Se poi invece, come qualcuno paventa, il campionato dovesse finire alla data in cui è stato sospeso è evidente che anche i conti delle società dovrebbero essere cristallizzati a quella data. Per cui e in definitiva i costi per i salari e i costi per i contributi previdenziali non dovrebbero gravare sulle società.

Sul calcio che verrà Stirpe chiama in causa la Uefa

«Parallelamente, siccome parliamo di cristallizzazione di risultati, è evidente che se nel campionato di serie B le promozioni e le retrocessioni sono tre è evidente che il Frosinone deve risalire, perché non dobbiamo dimenticare che i play off non corrispondono nient’altro che ad una modalità scelta dalla Lega di serie B per definire chi è la terza squadra che deve salire».

«Qualora i play off non si potessero disputare è evidente che la terza sale automaticamente. Quindi le nostre posizioni a riguardo sono abbastanza chiare. In questo momento siamo attenti, vigiliamo, però attendiamo naturalmente quale sarà la soluzione che Governo e Federazione adotteranno sul calcio. È evidente che neanche il calcio sfugge ad una valutazione che necessariamente si dovrà fare negli anni a venire, laddove il mercato del calcio diminuirà notevolmente, non sarà neppure minimamente paragonabile al valore che aveva tre mesi fa

«E’ evidente che bisognerà ricomporre la filiera dei costi sulla base di quelle che sono le future aspettative dei club. Per cui anche i contratti stipulati con i calciatori in tempi in cui esistevano diverse condizioni di mercato dovranno necessariamente essere rivisiti. Il calcio non fa eccezione rispetto al resto delle attività economiche del Paese, per cui anche qui secondo me per gli anni a venire sarà una situazione da ‘sangue e dolore’»

Presidente, incrociamo le dita.

«Spero di esser stato pessimista, ma non penso. Guardando le evoluzioni che si stanno facendo, di certo non c’è da essere ottimisti».