Maurizio Stirpe, l’antipatico creatore di successi

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È simpatico come un parafango di quelli che produce a migliaia nelle sue fabbriche sparse per il mondo, morbido come lo scudo termoindurente che ha messo a punto per i radiatori delle auto più diffuse. Ma Maurizio Stirpe da Torrice al loro stesso modo è maledettamente efficace, preciso, funzionale. Affidabile come le Mercedes che rifornisce di componenti. Allora, al diavolo se fa un sorriso ogni due anni.

C’è gente che si rimbocca le maniche e chi si lamenta davanti al bar. C’è chi attribuisce le colpe di tutto alla sfiga che lo perseguita dalla nascita e chi vede in ogni angolo un complotto e un arbitro cornuto. Maurizio Stripe no. Troppo confidenziale togliersi la giacca. Troppo facile aggrapparsi a pali, sviste macroscopiche in giacchetta nera e malasuerte. Lui è l’uomo che ha creato il miracolo del Frosinone, il visionario che solo per passione e mai per denaro lo ha raccattato su un campo di Serie C quando al Casaleno l’erba era alta un metro e l’ha trascinato fino in Serie A.

Per questo è l’unico che può permettersi di sconsacrare il suo stesso mito e osare dire: «Alcuni arbitraggi sono stati sicuramente discutibili, di pali ne abbiamo colpiti diversi, ma ricordiamoci pure che il Frosinone nell’arco delle 38 giornate di campionato ha perso 23 partite e subìto 76 gol. Con questi numeri la salvezza non sarebbe stata meritata, la squadra aveva dei limiti».

Gli alibi non sono contemplati, i giri di parole non sono ammessi, gli sconti si fanno agli altri ma mai a se stessi: per Maurizio Stirpe la coerenza è uno stile di vita. A costo di apparire più pragmatico di un gesuita durante il sacramento della confessione.

I motivi della retrocessione? «L’inesperienza per essere arrivati nel giro di due anni in Serie A, quindi impreparati alla nuova realtà, e la presunzione in certe occasioni di un allenatore che non conosceva il massimo campionato come d’altronde la stragrande maggioranza dei giocatori».

Se qualcuno durante l’anno si è proposto come coniatore di alibi dalle colonne dei giornali, può accomodarsi; chi ha tenuto nel cassetto la domanda scomoda per reverenza può fare i cinque minuti di vergogna. E chi pensa che esistano gli idoli intoccabili può iniziare ad aggiornare il credo.

Perchè solo uno con l’indole di Maurizio Stirpe, l’antipatico di successo, il cinico passionale, il pragmatico visionario che raggiunge comunque la meta, poteva riuscire a compiere finalmente l’assassinio di Bastiano il pecoraio (leggi qui il precedente e leggi anche qui) e poteva far compiere alla provincia di Frosinone quel balzo in avanti nella considerazione del mondo che non si vedeva da quando negli anni 70 iniziammo a produrre macchine (leggi qui l’omaggio dei giornali leggi qui il precedente).

Ora c’è il campionato di Serie B di fronte. E lui non si spertica in annunci trionfali, promesse di epiche cavalcate e immediati ritorni nell’Olimpo della Serie A. Non è l’annuncio di un disimpegno: è la promessa di un uomo che non dice bugie, di uno che ha ancora una faccia ed una reputazione, per il quale una frase vale quanto un contratto.

Rassegniamoci. Sarà un altro campionato con Maurizio Stirpe sempre in tribuna, una cavalcata forse non avvincente ma di sicuro efficace fino all’ultimo metro. Precisa e pianificata in ogni dettaglio, come piace al suo presidente. Al quale, oltre alla perfezione, non va bene niente.

E, come sempre, nemmeno gli piaceranno queste righe.

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