Mes o non Mes il Pd di Nicola Zingaretti stavolta è al bivio

Nel Partito Democratico c’è la consapevolezza che l’esperimento è fallito, che mai potrà esserci una vera alleanza con i Cinque Stelle. E tanti ministri non ne possono più della subalternità a Conte e Di Maio. In questo quadro il segretario non può rischiare il logoramento.

Quasi sicuramente il Governo non cadrà M5S-Pd sulla riforma del Mes. Il capo politico dei Cinque Stelle Vito Crimi ha di fatto messo la fiducia interna al Movimento Cinque Stelle. Dicendo che il Mes non piace ai pentastellati, ma chi vota no in sostanza vota “contro” i Cinque Stelle.

In realtà il Movimento si sta dimostrando molto “politico” e per nulla improvvisato. L’obiettivo è chiaro: restare al Governo, con Giuseppe Conte premier. Tutto il resto non esiste: non ci sono le strategie per le Comunali e nemmeno per le Regionali. La meta è arrivare al 2023, cambiare la legge elettorale e garantirsi la sopravvivenza.

L’obiettivo diverso del Pd

Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti ha invece la preoccupazione di mantenere centrale, vivo e competitivo il Pd. Evitando che i Cinque Stelle finiscano con gestire tutto loro. Perfino sul Recovery Fund.

I Democrat non possono essere estromessi da un contesto europeo e restare al Governo in queste condizioni di subalternità alle scelte del premier Conte rischia di logorare il Partito, ma soprattutto la segreteria di Nicola Zingaretti. Il quale nelle ultime ore si sta confrontando con tutti, da Goffredo Bettini a Dario Franceschini.

La giravolta di Silvio Berlusconi sul Mes ha chiuso gli spazi di trattativa a livello di Parlamento. Non soltanto per quanto riguarda il Meccanismo europeo di stabilità. Ministri del calibro di Roberto Gualtieri non ne possono più di essere stoppati da Conte o dai Cinque Stelle su qualunque argomento.

Il paradosso

Il paradosso è che i Dem hanno vinto l’election day di settembre, mentre i pentastellati sono risultati inesistenti.

Perfino alla Regione Lazio è tutto fermo. Ogni tanto Roberta Lombardi “apre”, ma non c’è mai un seguito vero. Al punto che tocca sempre al presidente del consiglio regionale Mauro Buschini metterci una “toppa” in aula. All’inizio fu il Patto (d’aula), adesso le convergenze variabili.

Luigi Di Maio. Foto © Saverio De Giglio / Imagoeconomica

Mercoledì in Parlamento si capirà su quante truppe può contare il Movimento Cinque Stelle. Ma comunque vada quella votazione, Nicola Zingaretti non può continuare a  fare finta di nulla. A tirare a campare, come lui stesso ha sottolineato. L’emergenza Covid sconsiglia una crisi di Governo, ma con questa formula al Pd sono state legate le mani in questo ultimo anno.

L’esperimento è fallito: non esistono possibilità di un’alleanza vera, stabile, nazionale e locale, tra i Dem e i pentastellati. Non esiste lo scenario di una convergenza per le comunali di Roma e neppure per quelle di Alatri. L’alternativa, che già si è delineata alle regionali in Campania, Toscana e Puglia, è quella di intese diverse del Pd. Con forze civiche ma pure con quello che è rimasto del centrosinistra. (Leggi qui Perché Zingaretti sul rimpasto si gioca tutto).

Ora però Nicola Zingaretti deve dettare una linea chiara e definitiva. Comunque vada a finire la votazione sul Mes.

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