Bentornato uomo libero (di E. Ferazzoli)

Così Frosinone ricostruisce gli uomini. Ma Salvini (e Alfano) non lo sanno. Storie di integrazione che funziona. Di progetti applicati ai migranti. Che così diventano uomini liberi. La diffidenza degli operatori. La rabbia scambiata per ingratitudine

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Pronto?

Elisa?

Ali! Ciao tutto ok?

Sì, ho preso il documento.

Ride. Non riesce a smettere. Rido anch’io. E nemmeno io riesco a fermarmi. Vi capita mai di essere così felici per qualcun altro? Ad un operatore dell’accoglienza capita. Non tanto spesso quanto vorrebbe, ma capita.

Ci sono voluti tre anni e mezzo ma alla fine “il documento” è arrivato. Quella protezione internazionale di cinque anni così difficile da ottenere per un giovane pakistano. Il Pakistan è quel paese al mondo con il più alto tasso di mortalità neonatale (entro i primi 28 giorni dalla nascita); è una delle nazioni che “esporta” più terroristi ma allo è stesso tempo vittima del maggior numero di attacchi; è una cultura bellissima fatta di famiglie numerose e di profondo rispetto reciproco.

Per apprendere l’ultimo dato non è  bastato consultare Google, è stato necessario ingaggiare una lunga lotta personale con tutti i miei pregiudizi. Sentimenti inconsci che non sapevo di avere finché non me li sono trovati di fronte.

Tutto è iniziato il 5 ottobre di tre anni fa. 14 uomini dalle facce scure e dal linguaggio incomprensibile che mi facevano paura. Facce smarrite e arrabbiate. Stanche di vagare senza meta, sfinite da un tempo scandito esclusivamente dal soddisfacimento dei bisogni primari. Con quell’aspetto animalesco di chi può solo mangiare, dormire ed emettere suoni incomprensibili. Mi facevano infuriare per quella fretta nel pretendere e che io interpretavo come ingratitudine, per la diffidenza nei riguardi di me che ero una donna, per la centralità che la preghiera assumeva nelle loro vite, per gli odori della loro cucina che non sopportavo e che si portavano addosso fin dentro la mia auto. E Alì, poco più di vent’anni, se ne stava lì, muto a fissarmi con l’impotenza e la frustrazione di chi non è più padrone della propria esistenza.

Non capivo. Per mesi ho pensato che il mio lavoro fosse tempo perso.

Ma mi sbagliavo.

Sono passati tre anni da quei primi giorni. Spesso lo incrocio per strada con il suo completo grigio chiaro “all’occidentale” mentre torna da lavoro e mi viene da sorridere a pensare alla faccia che aveva quel 5 ottobre lì e ai miei timori. Ho segnato sul calendario le festività musulmane così posso fargli gli auguri. E non passa un Natale che non riceva dai “miei ragazzi” un regalo per quella che invece è la mia festa religiosa. So che per lui il venerdì è la nostra domenica e che se passo a casa sua dopo le tre sicuramente troverò una tavola imbandita e un piatto in più. Insieme abbiamo mangiato panettoni e torroni. Ho scoperto che hanno una tradizione culinaria deliziosa e che le Somosa sono uno dei mie piatti preferiti insieme alle fettuccine.

Quando Alì ha conseguito il diploma di terza media ero piena di orgoglio. So contare in Urdu fino a 10 e quella lingua non mi sembra più così incomprensibile e minacciosa. L’ho sorpreso spesso con gli occhi tristi a guardare le foto della sua famiglia, mi sono sentita impotente di fronte a quel profondo senso di nostalgia e solitudine, profondamente grata alla vita per avermi dato lapossibilità di abbracciare ogni giorno le persone che amo.

Facciamo una festa, vieni?

Certo che vengo! Alì … da oggi sei un uomo libero, lo sai?

Sì, sono libero. Grazie Elisa.

Grazie a te Alì.

Ho messo giù e mi è scesa qualche lacrima. Perché la storia di un ragazzo che ritrova la libertà fa piangere. Perché è assurdo che la Libertà per qualcuno non sia un diritto ma una conquista.

Perché con i tagli all’accoglienza disposti dal decreto Salvini sull’immigrazione, le storie come quelle di Alì saranno improbabili. Ed è un peccato. Perché dare vitto e alloggio senza integrazione equivale a trattali da bestie. Perché eliminare un sistema di accolgienza diffusa e ghettizzare la diversità crea criminalità e risentimento.

E soprattutto perché ti impedisce di capire che ti sembrava di avere paura di un uomo e invece avevi solo paura di cambiare te stesso.

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