I mal di pancia renziani svelano il fattore Zingaretti nelle nuove alleanze

Sono passati tre giorni ormai. Nessuno gli ha fatto una telefonata. Nemmeno due righe via sms o su whatsapp che costa meno. Il postino giura che telegrammi non ne sono arrivati ed è solo per questo che non gliene recapita. E sul Telpress, il sistema di gestione delle agenzie di stampa installato sul suo smartphone, sono apparsi solo un paio di lanci. Nicola Zingaretti comincia a capire che sarà una battaglia tutta in salita, la sua rielezione alla Regione Lazio. Non tanto per il fronte degli avversari esterni, il centrodestra che farà di tutto per sbarrargli il passo. Ma perché dovrà vedersela soprattutto con gli avversari interni, nel suo Partito.

Mercoledì scorso, mentre stava ad Amatrice, ha annunciato che si ricandiderà alla guida della Regione. (leggi qui). Ma tolta la nota dei senatori Francesco Scalia e Claudio Moscardelli arrivata in tempo reale, fatta eccezione per la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Nazzareno Pilozzi nel pomeriggio e da ultimo quella del suo assessore Mauro Buschini… nessuno si è congratulato con il Governatore.

Non una chiamata da Matteo Renzi, con il quale qualche mese fa stringeva il patto per il Lazio con cui otteneva lo sblocco di fondi milionari. Silenzio pure dalle parti del centro cittadino di Roma: il commissario del Pd capitolino Matteo Orfini non ha detto verbo. Tantomeno non è pervenuto l’ex aspirante sindaco di  Roma Capitale Roberto Giachetti. Impegnati nelle estenuanti battaglie parlamentari, i deputati romani si sono persi la notizia e non hanno fatto né dichiarazioni né sms di incoraggiamento.

Sono i silenzi a fare la differenza.

E’ il primo dazio che viene presentato a Nicola Zingaretti dalle truppe renziane. Non hanno digerito la sua decisione di schierarsi con il ministro Andrea Orlando nella corsa per il congresso nazionale del Pd. Soprattutto gli è rimasto sullo stomaco quell’annuncio. Li ha spiazzati. Presi in controtempo. Perché c’era già chi studiava la possibilità di avanzare altre candidature interne. Avviando quel processo di auto – logoramento nel quale il Pd si sta rivelando insuperabile nel suo masochismo.

Fa gola a molti il boccone Regione Lazio adesso che è quasi risanata dal cratere miliardario nella Sanità, sfrondata da decine di società carrozzone, alleggerita di sanguisughe amministrative, con gli ospedali riaperti lì dove il centrodestra di Renata Polverini li aveva chiusi.

L’acquolina in bocca dicono che fosse venuta a mamma Beatrice Lorenzin ministro della Sanità in costante assetto precario. Ma più dice di essere precaria e più rimane al suo posto. E poi dicono che un pensierino renziano lo avessero fatto fare anche a Lorenza Bonaccorsi, responsabile nazionale Cultura e Turismo del Pd.

Rileggendo con più calma le agenzie battute mercoledì scorso si trovano le tracce di un’asse fino a poco tempo fa inimmaginabile. E’ quello che unisce l’area di Dario Franceschini con Roberto Morassut passando per l’anima renziana di Francesco Scalia e Claudio Moscardelli, via Roberto Speranza ed i bettiniani, i veltroniani come Roberto Morassut ed i fedelissimi di Enrico Gasbarra. Insomma, tutto ciò che non sta con Renzi (come Umberto Marroni che si è schierato con Michele Emiliano per ila Segreteria nazionale) o ci sta ma ha chiaro che la battaglia per il Lazio è un’altra cosa. Compreso il capogruppo Pd a Palazzo Madama Luigi Zanda.

Diventa sempre più chiaro allora il profilo individuato in provincia di Frosinone e anticipato da Alessioporcu.it. (leggi qui La tela democristiana per imbrigliare i turchi) Il profilo che vede Francesco Scalia come possibile candidato alla Camera appoggiato da Bruno Astorre (potentissimo signore delle preferenze tra Roma e Provincia, Franceschiniano di ferro, alle cui truppe è iscritto Simone Costanzo). Allo stesso tempo, Bruno Astorre verrebbe candidato al Senato, appoggiato da Francesco Scalia. Tutti sarebbero svincolati dall’appoggio ad un Mauro Buschini sempre più lontano dall’orbita zingarettiana ma blindatissimo dai Giovani Turchi di Matteo Orfini e rifornito dalle preferenze assicurate da un Francesco De Angelis che più attaccano e più vince le sue battaglie interne. Uno scenario che vedrebbe Antonio Pompeo in pista per la Regione.

Sono passati tre giorni. Il telefono non ha squillato. Meglio così.

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