Il grido dalla Germania dello scomodo vescovo di Frosinone

A Roma piove: la città resta paralizzata dall’acqua e dalle polemiche. A Livorno si scatena un temporale: fa più vittime che l’uragano Irma in Florida. Alle Bahamas, nello stesso momento, l’oceano si ritira e solo dopo alcune ore torna alla normalità.

 

A Münster, in Vestfalia, un vescovo partito da Frosinone prende la parola. Interviene in un consesso al quale partecipano Angela Merkel, Antonio Tajani, Ahmad al Tayyeb Grande Imam di al-Azhar (la più alta autorità religiosa sunnita).

 

Il vescovo Ambrogio Spreafico – a dispetto del consesso – non usa toni da diplomazia, va diretto al nocciolo del problema, come sempre. E già alle seconda frase rende chiaro a tutti perché spesso questo vescovo viene catalogato come ‘scomodo’. L’affondo è immediato. «Devo riconoscere che nella nostra Chiesa il tema “ambiente” non ha ancora ottenuto l’importanza che dovrebbe avere, nonostante l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco».

 

Traduzione: il Papa ha mandato un segnale ben preciso ma non tutta la chiesa si sta uniformando al messaggio del Pontefice.

 

Sottovalutano l’indicazione di Francesco? Sbagliano. Perché «Se il secolo scorso è stato caratterizzato da diverse encicliche sociali, dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) alla Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009), oggi facciamo fatica a capire che il tema della giustizia sociale è strettamente connesso a quello della cura del creato. Occorre maturare una visione globale dei fenomeni per comprenderne e prevederne nel profondo lo sviluppo».

 

In altre parole, Spreafico ha ricordato: guardate che all’Ambiente è legato il futuro dell’umanità.

 

Roba da meteorologi? Come vuoi mettere in relazione Sant’Agostino ed il colonnello Bernacca? Invece la relazione c’è. Perché il caos di Roma, i morti di Livorno, Irma e le Bahamas non sono emergenze. C’è a chi conviene far credere che lo siano.

 

Ambrogio Spreafico non ci sta. E da Munster ammonisce «Nella coscienza comune sembra sempre tutta un’emergenza, come se tutto fosse inaspettato e imprevedibile. Certo, non tutto si può prevedere con certezza, ma i dati sull’ambiente che ci sono oggi rappresentati dalla ricerca scientifica dovrebbero indurre e una riflessione e a delle scelte non solo a livello di organismi internazionali e nazionali, ma anche di singoli e comunità religiose o laiche che siano, pena la condanna all’impoverimento e alla distruzione del creato nel suo insieme».

 

La relazione tra Bernacca e Agostino? Se sottovaluti la pioggia come i grandi cambiamenti climatici, sottovaluti la povertà ed i disagi che ne derivano. Lasci che il Creato venga distrutto ed impoverito.

 

Ed il Creato è sotto attacco. L’opera di Dio viene distrutta, giorno dopo giorno, uccidendo l’Ambiente. Ma troppi – ammonisce il vescovo partito da Frosinone – non ne sono consapevoli. «Si tratta perciò di maturare una nuova consapevolezza della gravità della situazione in cui ci troviamo. Il tempo degli allarmismi è terminato! La situazione drammatica del pianeta terra è sotto gli occhi di tutti, dall’innalzamento delle temperature a quello dei mari con la possibile erosione di spiagge e sparizione di intere città sommerse da mari e oceani, dallo scioglimento dei ghiacciai delle Alpi e dell’Artico alla desertificazione di intere aree di Africa e Asia, dall’inquinamento da polveri sottili al buco dell’ozono».

 

Distruggere l’Ambiente è un attacco all’opera di Dio. Uccidere chi lo difende sta creando nuovi martiri. Perché morti ce ne sono e tanti. Non morti per la pioggia o le sue conseguenze. Morti ammazzati per continuare a sfruttare l’Ambiente. Ambrogio Spreafico piazza quei morti nella discussione di Munster. «Chi si impegna per la salvaguardia dell’ambiente in alcune parti del mondo rischia molto. Sono state uccise ogni anno dal 2002 al 2014 circa 100 persone che lottavano per la difesa dell’ambiente. Le cose non sono migliorate negli ultimi due anni. (…) Queste donne e questi uomini non solo erano consapevoli del disastro a cui la prepotenza e la sete di risorse e di denaro potrebbe condurre la terra, ma ne hanno fatto il motivo della loro lotta e in alcuni casi della loro stessa vita. Avevano capito che il problema ambiente si collegava al problema della giustizia sociale o della pace».

 

Non si sottrae il vescovo. Nemmeno sottrae la Chiesa alle sue responsabilità Ai suoi ritardi. Lo fa dicendo «L’Enciclica di Papa Francesco ha risvegliato in noi cattolici l’urgenza di porre a tema con maggiore determinazione il problema ecologico nella sua complessità e nelle sue connessioni. Dico porre a tema, perché finora la nostra riflessione e soprattutto la nostra prassi non sono state così determinate. (…) Non abbiamo avuto una coscienza matura di come tanti temi fossero tra loro connessi e soprattutto fossero connessi in un insieme di relazioni, che riguardavano la globalità del creato, del nostro vivere come donne e uomini dentro un ambiente dove con noi vi erano altri esseri, dagli animali alle piante, dai minerali alle acque. Noi non eravamo i padroni assoluti, neppure solo i custodi, ma dovevamo cominciare a capire che il rispetto per gli altri esseri come noi comportava anche il rispetto per il resto degli “abitanti” del pianeta terra».

 

Cita la Genesi. Lui che la Bibbia la legge in aramaico (perché è la lingua di Cristo e mi fa sentire più vicino a Lui) ribalta il modo in cui tanti l’hanno interpretata. E invita a togliere dalla mente l’idea che l’uomo possa dominare l’ambiente. Ma ne è del tutto dipendente.

 

Ambiente e razzismo, rifiuto del prossimo. Monsignor Spreafico trascina l’aula di Munster nel suo ragionamento. «Dovremmo piuttosto riconsiderare il rapporto tra noi donne e uomini con il mondo che ci circonda, partendo dal presupposto che siamo tutti esseri viventi, e quindi esseri che hanno diritto all’esistenza. Occorre affinare lo sguardo e di conseguenza lo spirito. Certo, se si guardano gli altri, soprattutto alcuni altri, come i profughi o gli zingari, come dei possibili e pericolosi nemici, mi chiedo come si potrà avere un sguardo rispettoso e benevolo verso l’ambiente materiale».

 

C’è un legame fortissimo tra Ambiente e Migranti. Che a molti conviene fingere di non vedere. Ma le migrazioni spesso sono dovute al fatto che l’Ambiente non può più accogliere quegli uomini e quelle donne: alluvioni, desertificazione, carestie… Non ci sono soltanto migranti in fuga dalle guerre. Ma ci sono migranti in fuga da un Ambiente ormai moribondo.

 

Dice il vescovo Spreafico: «Una questione molto dibattuta in Europa in questi ultimi anni riguarda il tema profughi, una delle conseguenze più drammatiche del problema ecologico. Continuiamo a porci di fronte a questo fenomeno come se fosse un’emergenza, come se la storia non ci avesse insegnato che le migrazioni sono parte normale e continua della storia umana. Oggi, come nel passato, ci sono alcuni che migrano perché non possono più vivere nei loro territori. Nel numero dei migranti ci sono cifre considerevoli proprio dei cosiddetti migranti ambientali, donne e uomini che lasciano la loro terra a causa di problemi ambientali, come alluvioni, tornado e cicloni, desertificazione, terremoti, altri fenomeni legati alla natura».

 

I numeri gli danno ragione. Li snocciola alla platea. Sono le cifre dell’Idmc (Internal displacement monitoring center). Dicono che nel 2016 ci sono stati 31,1 milioni di nuovi sfollati interni di cui 6,9 milioni a causa di conflitti e violenze. E ben 24,2 milioni per disastri ambientali improvvisi e distruttivi (uragani, alluvioni, ecc.). Il Desertification Report dell’UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification – 2014) stima che entro il 2020 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle aree desertificate dell’Africa Sub-Sahariana verso il Nord Africa e l’Europa, mentre la stima più citata, quella di Myers, prevede 200 milioni di potenziali migranti ambientali entro il 2050.

 

Di fronte a questi numeri, Ambrogio Spreafico domanda all’Europa: «Potrà l’Europa continuare a distinguere tra profughi che fuggono da paesi in guerra, per cui si è tenuti all’accoglienza, e profughi che fuggono per motivi economici o ambientali, a volte due motivi strettamente connessi?»

 

La responsabilità dell’Uomo verso l’Ambiente sta già nella Genesi. Con la sua conoscenza profonda del Libro, il vescovo analizza in due frasi ben undici capitoli e ne trae una conclusione. «Se il dominio esclude la cura e la custodia si mette a rischio la creazione stessa. E’ quanto avviene secondo i primi undici capitoli della Genesi, quando l’essere umano si vuole ergere a padrone assoluto della vita e del cosmo, come viene descritto nel racconto del cosiddetto peccato originale e della torre di Babele. Un dominio che diviene violenza e confusione. E’ quanto è avvenuto continuamente nella storia umana quando il dominio si è impossessato di uomini e beni e ha portato alla rovina. Guerre, violenze, accaparramento di risorse, occupazione di territori, hanno messo a dura prova la custodia del creato per il bene di tutti. Invece di condividere si è creato un abisso tra coloro che possedevano e gli altri».

 

Cita il Deuteronomio, i Salmi, i Vangeli… si districa tra quei Libri come se stesse girando tra le stanze del suo appartamento. E con semplicità assoluta spiega che l’Ambiente è un dono che chi è stato affidato.

 

Conclude con Matteo che «nelle beatitudini che esplicitamente collegherà mitezza e possesso delle terra: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Forse in uno sguardo largo oltre se stessi verso l’insieme degli esseri viventi si imparerà la capacità di ascoltare il grido dei poveri insieme al grido della nostra povera terra, maturando un atteggiamento di mitezza che permetterà di condurre la nostra esistenza in uno spirito di condivisione e di pace».

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