Il mio nome è Nicola e voglio realizzare il Pd del futuro (di C. Trento)

FOTO: SIMONE DESIATO

Scalata alla segreteria nazionale del Pd. Sfida al Governo di Lega e Cinque Stelle. Ma anche la sfera privata e l’uomo. Intervista al presidente Nicola Zingaretti

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

«Dipende da noi». Diretto, semplice, immediato. Nicola Zingaretti non si nasconde. Nel suo ufficio alla Regione Lazio sorseggia un caffè, legge la rassegna stampa. Un’occhiata allo spread, alle agenzie, ma anche alla top ten dei libri del momento. È candidato alla segreteria nazionale del Pd, un Partito alla ricerca di un’identità culturale prima che politica. Zingaretti non ha dubbi: «La partita è nelle nostre mani». Ma non pensa solo al congresso.

La Piazza Grande ha confini ambiziosi: la sfida a Lega e Cinque Stelle. Per il governo del Paese. Le primarie saranno un punto di svolta, per questo le regole assumono una valenza fondamentale.

Giorgio Gaber cantava: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Il concetto chiave è proprio quello della partecipazione, architrave del mondo di Nicola Zingaretti. Il presidente della Regione Lazio ha scelto lo slogan di Guerre Stellari, «La forza sia con noi», per aprire la manifestazione Piazza Grande.

Ama le sfide, soprattutto quelle che all’inizio sembrano impossibili. Il suo obiettivo primario è cambiare il Pd. Tutto il resto sarà una conseguenza. Non è un modo di dire. è un credo politico.

Se vince lei il congresso, cosa succede nel partito Democratico?

«Bisogna cambiare. Occorre una forza che si rimetta in discussione e torni protagonista. Io farò di tutto per aprire una nuova stagione e per tornare in sintonia con l’Italia che vuole sperare. Per fare questo serve un Pd diverso, aperto, alleato con le forze migliori della società, che sappia rigenerare un campo nuovo. Dobbiamo essere i promotori di un modello economico e sociale di rottura con il passato. Un modello di riformismo fondato su un’economia giusta e inclusiva, in grado di generare crescita e, insieme, equità sociale. Poi, me lo faccia dire, servono meno egoismi e più collettività».

A piazza Grande lei ha espresso, come imperativo categorico, quello di lasciare la strada che ha portato a tante sconfitte. Come si fa a recuperare l’identità perduta e tornare alla vittoria?

«Il Pd deve proiettarsi verso il futuro. Se guardiamo indietro, a modelli del passato, la sfida è già persa. Se invece riusciamo ad elaborare una proposta politica innovativa, la partita diventa apertissima. Soprattutto perché le promesse irrealizzabili del governo già cominciano a sgretolarsi».

Carlo Calenda scommette sul fatto che alle europee ci sarà una lista diversa, senza il simbolo del Pd. Prove tecniche di fronte repubblicano?

«Il frontismo storicamente non è vincente. Io trovo più importante, e su questo penso sia d’accordo anche Calenda, concentrarci su come dare un nostro contributo per riformare l’Europa. Alle sirene illusorie dei sovranisti, che ci vorrebbero più soli e più deboli, dobbiamo proporre un grande progetto democratico. Ci sono forze che lavorano per distruggere l’Europa, e se vi riuscissero farebbero gli interessi non dell’Italia, ma della Russia di Putin, della Cina, dei grandi capitali arabi. Noi invece dobbiamo essere quelli che ridanno vita al progetto europeo, quelli che trovano una nuova missione a questo grande processo politico che ci ha garantito decenni di pace. La nuova missione, a mio giudizio, non può che essere quella di rendere più democratico il governo europeo, a partire dall’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa».

L’appuntamento fissato per le primarie sarà a marzo. Lei ha chiesto che siano aperte.

«Certo. A chi scrive le regole per la partecipazione alle primarie mi permetto di suggerire due cose: la prima è consentire la partecipazione a tutti. Facciamo diventare le primarie del Pd un appuntamento che riguarda tutti gli italiani che vogliono cambiare. La seconda invece è di eliminare il contributo obbligatorio. Chi verrà ai gazebo potrà sottoscrivere liberamente, perché è un elemento di civiltà, ma eliminiamo quell’euro che si è tenuti a dare. Non si può obbligare a pagare chi vuole votare».

Il Movimento cinque stelle è destinato a dividersi? Quanti voti di sinistra sono andati in quella direzione?

«I voti andati da sinistra al M5S sono tantissimi, soprattutto dei più giovani. Il grande tema è che il M5S, in una fase di profonda insoddisfazione delle persone, è stato percepito come il partito del cambiamento e del riscatto. La verità – e lo stiamo vedendo drammaticamente a Roma – è che invece è una forza politica senza gli strumenti e le competenze per governare e per migliorare la vita delle persone. Noi però non possiamo limitarci alla denuncia: la sinistra deve riappropriarsi del suo ruolo storico di forza politica che lavora per il riscatto delle persone e per la giustizia sociale. E lo deve fare con strumenti concreti. Io ne ho proposti alcuni, come la scelta di destinare un punto di PIL, circa 18 miliardi di euro, su una nuova politica per il diritto alla conoscenza, tra cui 1 miliardo di euro per la riduzione delle tasse universitarie per famiglie a medio e basso reddito».

Cosa c’è di sbagliato nel reddito di cittadinanza?

«Il problema centrale è che la misura proposta dal governo, ancora molto fumosa, non aziona meccanismi per far uscire le persone dalla loro condizione di difficoltà. Certo che è fondamentale combattere diseguaglianze e povertà ma lo si deve fare creando sviluppo, investendo nelle politiche per le imprese, operando nei luoghi del disagio, negli asili dove mancano, nella scuola e nell’università. Tutto questo è ciò che manca tragicamente nella manovra del Governo».

La Lega vola nei sondaggi. Come lo spiega?

«Dopo il 4 marzo, Salvini non ha smesso un attimo di fare propaganda elettorale. Tanti slogan, tante foto, ma pochissimi fatti. Io credo che lo stato di grazia durerà ancora poco, perché gli italiani non sono affatto sprovveduti: mentre Salvini sta su Facebook, la pressione fiscale non cala; le imprese non hanno più opportunità; il lavoro non cresce. E le strade non sono più sicure. Io dico che persino il cavallo di battaglia della sicurezza si rivelerà un boomerang, perché il ddl sicurezza produrrà ancora più solitudine e paura. La verità è che il matrimonio di convenienza tra M5S e Lega non funziona: per ora lo sta pagando soprattutto il M5S, a breve toccherà anche alla Lega. Per questo non escludo che si affretteranno ad andare al voto, prima che gli insuccessi del governo siano sotto gli occhi di tutti».

Come partito Democratico avete sottovalutato la richiesta della gente di governare il fenomeno dell’immigrazione?

«Alla propaganda basata sulla ricerca del capro espiatorio messa in atto dalle forze di governo, dobbiamo essere in grado di contrapporre una politica alternativa, che concili il giusto bisogno di protezione dei cittadini con la garanzia dei diritti. Per questo servono aiuti alle forze dell’ordine che presidiano i territori, come stiamo facendo anche con la Regione Lazio, e insieme favorire strumenti per l’integrazione degli stranieri che cercano un’opportunità nel nostro Paese. L’investimento più importante è sulla conoscenza, sulla scuola, sulla garanzia dei diritti. Solo così possiamo realisticamente chiedere agli stranieri che vivono in Italia di aderire alle regole basilari che regolano la nostra convivenza civile e pacifica. Diritti e doveri devono andare di pari passo».

Alla Regione Lazio ha vinto lei, non la coalizione di centrosinistra. Per quale motivo?

«Aver ottenuto più voti rispetto ai partiti che mi sostenevano, come era successo anche nel 2013 e alle elezioni per la Provincia di Roma nel 2008, mi fa ovviamente molto piacere, perché significa che le persone mi riconoscono serietà e credibilità. Ma la mia vittoria nel Lazio è figlia soprattutto dello straordinario lavoro di coloro che mi hanno supportato, non solo i partiti: le persone, le associazioni che ci hanno aiutato a costruire il programma e che sono andate sui territori, nelle strade, nei mercati a far conoscere le nostre proposte. Io credo che il valore su cui dobbiamo investire di più, anche per il Pd del futuro, sia proprio qui: non servono uomini soli al comando, ma la capacità di aggregare e andare oltre la dimensione dei partiti».

Quanto “pesano” le province di Frosinone e Latina nelle dinamiche economiche della Regione Lazio?

«Pesano molto, perché sono due pezzi d’Italia bellissimi e due polmoni produttivi non solo per il Lazio, ma per l’intero Paese: Latina in particolare nel campo della farmaceutica e dell’agroalimentare; Frosinone nell’industria meccanica e nell’automotive. I dati positivi sull’export del Lazio dipendono in gran parte dalle performance di queste due province. E i segnali di rigenerazione sono diversi. Ora però è il momento di fare un salto di qualità, per generare più valore e più occupazione. Noi mettiamo a disposizione risorse importanti a favore del tessuto produttivo, ma chiamiamo le migliori energie del Paese a scommettere su queste due province. Possiamo fare di queste due province degli avamposti della crescita sostenibile del Paese».

Un detto navajo recita: «Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli». Quanto manca davvero una cultura ambientale, soprattutto sul fronte della prevenzione?

«Lo strazio di queste settimane, l’Italia squassata in lungo e in largo non dalla natura, ma dalla malagestione del territorio ci obbliga a reagire, subito. Sono anni che commentiamo tragedie e riscopriamo, ogni volta, la vulnerabilità del nostro Paese di fronte ai fenomeni naturali. Basta un numero: il rischio frane e alluvioni interessa 7.275 comuni (91% del totale) e 7,5 milioni di italiani, dice l’Ispra. Di fronte a questi dati, c’è un’unica risposta possibile: la manutenzione del territorio deve diventare la più grande opera pubblica del nostro Paese. Abbiamo bisogno di un nuovo Piano Nazionale di Manutenzione del Territorio da sviluppare in 10 anni e da finanziare con almeno 2,5 miliardi di euro l’anno, per coprire il fabbisogno di 26 miliardi di euro indicato dalle Regioni».

Lei custodisce gelosamente la vita privata. Quanto conta la famiglia nella vita quotidiana di un politico del suo livello?

«Condividere la vita con mia moglie e le mie figlie per me è irrinunciabile. Non potrei fare un lavoro che mi isola dalle mie figlie e da mia moglie. Gli impegni della politica sono pressanti e continui, ma mi impongo sempre di lasciare un giusto spazio per la mia famiglia, non solo per i momenti importanti, ma per quanto possibile anche nella vita quotidiana. Spesso è complicato, ma non potrei farne a meno».

Ma è lei il fratello di Luca Zingaretti oppure è lui il fratello di Nicola?

«Sono il fratello di un attore amatissimo e ho anche una magnifica sorella, che mi hanno sempre sostenuto anche nelle mie battaglie politiche. Io credo che la nostra famiglia offra un’idea di unione molto italiana».

Se la immagina la sua vita senza l’impegno politico?

«Cito il grande scrittore Ray Bradbury: “Quando il lavoro e l’esistenza si fondono in un’esperienza condivisa, la parola lavoro perderà i suoi aspetti respingenti”. Per me la politica – questa cosa bellissima che oggi tanti denigrano – è una passione, ed è parte integrante della mia vita e della mia identità. La politica non è la poltrona, ma la spinta a occuparsi di progetti collettivi, di lavorare per il bene comune. è quello che cerco di fare ogni giorno».

Da politico lei ha puntato molto sulla cultura. È perché, come scriveva Lev Tolstoj, se le avanguardie sfondano, anche le salmerie avanzano?

«L’Italia è ai primi posti per distorta percezione dei fatti e tra i 13 paesi più “ignoranti” al mondo, dice una ricerca Ipsos. Noi vogliamo opporre a questa deriva una forma di resistenza culturale, perché crediamo la conoscenza sia un fattore indispensabile per affrontare con strumenti adeguati le sfide del futuro. Alla Regione Lazio abbiamo investito passione, energie, creatività sulla cultura. Lo abbiamo fatto in particolare nelle scuole. E poi un altro fatto: la cultura per un Paese come l’Italia è anche una grande risorsa che genera ricchezza e lavoro. Chi polemizza sui “radical chic” forse non conosce i numeri e la forza delle industrie culturali italiane».